L’amore della morte bunraku. Il doppio suicidio di Sugimoto

Sonezaki shinju tsuketari Kannon meguri

Sonezaki shinju tsuketari Kannon meguri (photo: Final Press)

Con “Doppio suicidio d’amore a Sonekazi” per la prima volta è arrivato in Italia in forma integrale uno spettacolo di ‘bunraku’, una delle maggiori espressioni artistiche del Giappone tradizionale e gran finale degli eventi organizzati dall’Istituto di cultura giapponese a Roma per i cinquant’anni di attività dalla sua fondazione.

Il bunraku ha origine nel XVI secolo dall’incontro di due arti indipendenti: l’animazione di burattini da parte di artisti itineranti e la recitazione di testi epico-narrativi (jŏruri) da parte di un narratore (tayŭ), modulata e ritmata dallo ‘shamisen’, una sorta di liuto a tre corde percosse da un grande plettro.

Il “Doppio suicidio di Chikamatsu Monzaemon”, nella sua versione integrale, fu scritta dal drammaturgo Chikamatsu Monzaemon (1653-1724), uno degli autori più celebri e apprezzati di questa forma di teatro di figura, che sconvolse, con i suoi tre atti ispirati ad un fatto realmente accaduto a Osaka appena un mese prima della messa in scena dello spettacolo (1703), i tradizionali fruitori del bunraku, fino a quel momento abituati a grandiose storie d’epica guerresca.

La tragica vicenda dei due amanti che decidono di farla finita con il mondo terreno e con una società le cui dinamiche non fanno altro che umiliarne l’animo e i corpi, è un dramma che ebbe talmente successo all’epoca della messa in scena da venir vietato per rischio molto elevato di emulazione. Solo a metà del secolo scorso la storia del commesso Tokubei e della cortigiana Ohatsu ha ritrovato spazio e attualità, giostrata com’è su temi universalmente irrisolvibili come l’amore e la morte, la purezza dell’animo e la cattiveria degli uomini, gli inganni della realtà e le meraviglie del sogno.

Il riallestimento diretto da Sugimoto Hiroshi punta tutto sulla magia dell’inanimato che prende vita, celando l’evidenza del dispositivo (i macchinatori dei burattini tradizionalmente rimangono a vista) con un accurato gioco di luci e ombre che permette di far sì che i tre addetti ai movimenti dei burattini siano completamente vestiti di nero, lasciando in tal modo a galleggiare nell’aria quelle piccole macchine sceniche, capaci di una gestualità che riesce ad allontanarsi dalla macchinosità dei “nostri” pupi per conquistare lo spazio tridimensionalmente, con leggerezza e misura, “perché – citando lo stesso Sugimoto – i burattini sono più belli delle persone in carne e ossa”. Una sospensione nel più mistico nero non spezzata ma rafforzata dall’uso misurato di videoproiezioni e oggetti scenici, che alternativamente fungono da simbolico richiamo scenografico. E una scena dentro la quale i burattini si muovono mimando l’azione umana, interagendo l’un l’altro, percorrendo con plastica stilizzazione le tappe della rappresentazione.

L’imbarazzante “guasto” che a metà spettacolo ha reso impossibile il doppiaggio italiano in cuffia è servito almeno per apprezzare appieno il vero motore scenico, il canto-litania dei narratori-tayŭ, goduto come puro suono e base ritmica per i movimenti dei personaggi-burattini.
I brani del racconto sembrano danzati dalle voci (tutte maschili, come del resto di soli uomini è l’intero gruppo) che si susseguono durante le scene creando partiture più vicine alla forma canzone che alla narrazione piana e didascalica degli eventi.

Come ogni prima volta, al di là del lirismo, dello struggimento emotivo, del trasporto che in questi miseri tempi fatti di quotidiano confronto con i conti in tasca può regalarti la favola (e l’atto politico) dell’amore impossibile, rimane l’incanto e lo smarrimento dell’incontro con il mai visto.

Doppio suicidio d’amore a Sonezaki
titolo originale Sonezaki shinju tsuketari Kannon meguri di Chikamatsu Monzaemon
produzione e direzione artistica: Sugimoto Hiroshi
con: Takemoto Tsukomadayu, Tsurusawa Seiji eKiritake Kanjuro
composizione/direzione musiche: Tsurusawa Seiji
coreografia: Yamamura Waka
video: Sugimoto Hiroshi e Tabaimo
foto: Hiroshi Sugimoto, courtesy of Odawara Art Foundation

durata: 2h 30′ con intervallo
applausi: 4′

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 4 ottobre 2013


 

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