L’amore ist nicht une chose for everybody. Treppenwitz, ti amo in tutte le lingue del mondo

L’Amore ist nicht une chose for everybody (photo: Martina Tritten)
L’Amore ist nicht une chose for everybody (photo: Martina Tritten)

Il bisogno d’amore, spasmodico e angosciante. L’inquietudine verso una vita piena che si traduce, per inerzia o fatalità, in esitazione e stallo.
L’amore è linguaggio universale. Ma nella società liquida «l’amore è un lusso» (Honoré de Balzac). La nostra generazione di monadi tarate sull’io sembra temere le scelte univoche. Già Matteo Bandello osservava che «sempre muore e mai non finisce di morire colui che ad amore si fa soggetto».
La paura di lasciarsi andare. L’amore come follia d’incontri fortuiti, dolori laceranti, addii con rimorso, silenzi assordanti: lo dimostra la performance “L’Amore ist nicht une chose for everybody (Loving Kills)” del Collettivo Treppenwitz, semifinalista al Premio Schweiz 2018, che ha chiuso la stagione di Campo Teatrale a Milano.

Il nome della compagnia, in tedesco, indica la difficoltà di reagire in modo immediato e adeguato a una provocazione verbale o un’ingiustizia, mentre la risposta vincente e arguta sovviene in un secondo momento, quando è ormai troppo tardi.

“L’Amore ist nicht une chose for everybody”, testo di Simon Waldvogel e Thomas Couppey, regia di Waldvogel con la supervisione artistica di Carmelo Rifici, con i bravi Aurelio Di Virgilio, Camilla Parini, Anahì Traversi, Carla Valente e gli stessi Couppey e Waldvogel, è un efficacissimo spettacolo sull’amore ambientato in un aeroporto, tra file di sedili di plastica.
È un’assistente di volo a strappare i biglietti all’ingresso. Luci fredde in sala. Tutti sono in attesa di un qualcosa indefinito. Negli sguardi, disorientamento e paura prevalgono su desideri e speranze.
Sullo sfondo scorrono, in lingue diverse, le videointerviste di trentenni chiamati ad un primo bilancio della vita. Anche nel guado di mezza età, i bilanci sono sempre proiezioni verso il futuro. Ma qui campeggia una scritta vanificante, che funge da didascalia all’intero lavoro: “You have nothing”.

Lo spettacolo è una teoria di confessioni a visi spenti e occhi bassi, una sequela di labbra livide e silenzi subliminali. “L’Amore ist nicht une chose for everybody”, è un manifesto all’afasia relazionale, al male di vivere, alla felicità inafferrabile.
Coreografie di sguardi si cercano, s’intrecciano ma non si attraversano. Masse di corpi si sfiorano e non si agganciano. I respiri non trovano l’unisono. I cuori sono metronomi impazziti.
Anche il poliglottismo alimenta lo confusione. La babele linguistica (italiano, francese, inglese, tedesco) è sintomatica del molteplice irriducibile all’unità. Ciascuno parla la propria lingua, in uno sproloquio senza dialogo.
L’amore implica la fatica di uscire da sé. Richiede tempo, pazienza, cura. La relazione con l’altro inizia quando si è soddisfatti di sé. Ma la nostra è una generazione d’irrisolti. L’ansia dell’infelicità non basta ad attivare la progettualità. Per vincere la solitudine, occorre gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Questo mix di video art, danza e performance è un ritrovo di danzatori nel buio. Ora con ritmi maniacali e forsennati, ora paralizzati da una staticità disarmante, sbattono contro l’incapacità di esistere.
Treppenwitz disegna un’evanescente generazione d’insoddisfatti. I rumori mutano lentamente in musica, ma è una musica che ostracizza il sogno. Si brancola nella monotonia, nella miseria, nell’asimmetria degradante.
“L’Amore ist nicht une chose for everybody” è il distopico sguardo verso una pienezza irraggiungibile. Legàmi usa e getta, emozioni e sentimenti schiacciati come ramoscelli dal bulldozer dell’egoismo umano.

L’aeroporto di questo spettacolo ricorda gli autobus de “Il grande freddo”, canzone di Claudio Lolli: «E quanto amore sprecato negli autobus, / tra gente che potrebbe volersi bene, / perché siamo tutti umani e mortali / nella natura e nelle sue catene. / E quanto amore perduto negli autobus/ in questo circo di gente diversa, / per cui la vita è soltanto una lotta, / ma è troppo spesso una battaglia persa. / Quanto amore abbandonato negli autobus / da questi uomini multicolori / rinchiusi sempre nelle loro celle, senza sapere cosa c’è là fuori…».
Coreografie di abbracci effimeri. Sguardi che non si attraversano. Amori che non si scambiano la pelle. Il bisogno di contatto come supplica, e non come dono.

Nello spettacolo l’amore è una sala d’attesa, un valzer d’arrivi e addii. I trolley sempre a portata di mano, inquietudini in cerca di un altrove. Ma la colonna sonora dello spettacolo (Pink Floyd “Echoes”, Popof “Confusion Original Mix”, Felix Bernhardt “Magic Nuts”, Whitney Houston “I have nothing”, Stavroz “Should’ve brought an umbrella”, Portishead “SOS” , Vasco Rossi “Vivere”) induce sprazzi d’ottimismo: si diventa felici quando si smette di pensare solo alla propria felicità, e si comincia a pensare alla felicità degli altri.

L’AMORE IST NICHT UNE CHOSE FOR EVERYBODY (Loving Kills)
testo Simon Waldvogel, Thomas Couppey
regia Simon Waldvogel
supervisione artistica Carmelo Rifici
con Thomas Couppey, Aurelio Di Virgilio, Camilla Parini, Anahì Traversi, Carla Valente, Simon Waldvogel
assistente alla regia Federica Carra
luci Matteo Crespi
scene Giulia Breno dramaturg Yves Regenass
video Pietro Zara
produzione Collettivo Treppenwitz
spettacolo in italiano, tedesco, francese e inglese con sovratitoli in italiano

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Campo Teatrale, il 14 maggio 2019

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