L’Armida di Ronconi danza con Abbondanza / Bertoni

L'Armida di Ronconi (photo: rossinioperafestival.it)
L'Armida di Ronconi (photo: rossinioperafestival.it)
L'Armida di Ronconi (photo: rossinioperafestival.it)

L’Armida di Ronconi (photo: rossinioperafestival.it)

Così come è bello correre ad ascoltare un’opera che conosci a menadito e hai già visto parecchie volte, è altresì affascinante porsi davanti ad un melodramma sconosciuto, di cui sai magari solamente un’aria, di cui hai sentito solo vagheggiare una celebre edizione con la Callas e addirittura la regia di Savinio, intitolata con un nome curioso che poi apparteneva a tua madre.

Stiamo parlando di “Armida”, a cui abbiamo assistito a Pesaro durante il Rossini Opera Festival con la regia di Luca Ronconi e la direzione di Carlo Rizzi.

Dramma in musica in tre atti, l’Armida di Rossini fu al suo apparire, l’11 novembre del 1817 per la riapertura del teatro San Carlo a Napoli (che un incendio aveva distrutto), considerato un vero e proprio fiasco, forse perché opera assai anomala nella produzione del pesarese, ne capiremo poi le ragioni.
Il libretto di Giovanni Schmidt è ispirato ovviamente al personaggio e alle vicende della celebre maga, presente nella “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso (1575), e visitata in musica tra gli altri anche da Lully, Gluck e Haydn.

Opera anomala, dicevamo, nella produzione rossiniana, sia per l’argomento magico-epico-cavalleresco, mai praticato dal pesarese, sia per l’utilizzo dei registri vocali proposti (sei tenori, alcuni addirittura che interpretano per economia due parti Goffredo-Ubaldo, Carlo-Gernando, che agiscono ammaliati dalla strega-soprano), sia per la composita struttura, già inusitata sin dalla sinfonia.

La trama è imperniata sul rapporto amoroso tra la maga ed il prode paladino Rinaldo.
Il primo atto si svolge nell’accampamento dei Crociati dove giunge Armida, accompagnata da Idraote, per chiedere aiuto militare.
Goffredo, il capitano dell’accampamento, che all’inizio non vuole affidarle dei soldati, su consiglio del fratello Eustazio, cede, ponendo come capitano della piccola armata Rinaldo.
Armida e Rinaldo dunque s’incontrano e naturalmente s’innamorano (qui il magnifico duetto, “Amor! Possente nome”, che ritroveremo anche per il finale lieto dell’Otello), scatenando l’ira e la gelosia di Gernando, che in duello verrà ucciso da Rinaldo. Questi viene dunque condannato a morte, ma riuscirà a fuggire dall’accampamento con gli aiuti degli incantesimi di Armida.

Photo: rossinioperafestival.it

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Il secondo atto si svolge nel palazzo della maga, abitato anche da diavoli guidati da Astarotte, dove Armida e Rinaldo vivono felici. Per ammaliare il giovane, Armida fa ballare e cantare “le larve dell’amore”, ed è qua che Rossini pone una lunga sequenza di danze e la più celebre aria dell’opera  (“D’amor al dolce impero”).
Intanto giungono due compagni d’arme di Rinaldo, Carlo e Ubaldo, che vogliono riportare Rinaldo al campo dei Crociati. Rinaldo è stanco delle mollezze amorose e vuole tornare a combattere, così, dopo essersi visto imbelle, riflesso in uno scudo, si lascia facilmente convincere dai due amici, decidendo di lasciare Armida (ecco il famoso terzetto inusitatamente cantato da tre tenori “In quale aspetto imbelle”).
La maga tradita e amareggiata, andando su tutte le furie, distrugge così il palazzo.

Nonostante sia un’opera sconosciuta ai più, “Armida” è nel suo genere un vero e proprio capolavoro, una specie di compendio della vocalità rossiniana a cui si aggiungono, nel secondo atto, tra aria e danze, riferimenti chiari al masque francese, con nel terzo il bellissimo idillio iniziale e il grande finale “Se al mio crudel tormento”, di geniale modernità.
Proprio per questa precipua essenza l’opera avrebbe bisogno di una esecuzione vocale (soprattutto da parte della protagonista) ed orchestrale di forte rilevanza. Questo purtroppo avviene solo in parte in questa edizione, dove la pur volonterosa Carmen Romeu non ha né la caratura né le capacità di condurre agilità di forza così importanti per interpretare un ruolo difficile come Armida (non per niente fu scritto per la leggendaria Colbran).
Per quanto riguarda la parte maschile Antonino Siragusa come Rinaldo, pur dotato di una voce apprezzabile, manca del physique du role e non sempre degli accenti giusti per una parte siffatta; corretti ci sono sembrati Dmitry Korchak e Randall Bills che dovrebbero, a nostro avviso, dare maggior risalto diverso ai due personaggi differenti che impersonano. Ben calibrata l’interpretazione vocale e scenica, invece, di Carlo Lepore, nel doppio ruolo di Idraote e del capodiavolo Astarotte.

Luca Ronconi, che ritorna su questo capolavoro ventuno anni dopo la sua prima frequentazione, cura una regia, contrariamente alle sue abitudini, in perfetta economia, con le scene della fidata Margherita Palli e i costumi di Giovanna Buzzi, rifacendosi nel primo atto al teatro dei pupi, che costellano la scena, e negli altri due ad un ambiente che popola di persone più che di scenografie.
Prima con stuoli di diavoli, dopo con mutevoli coreografie, mentre enormi teche contengono il letto d’amore rialzato dei due amanti, festoni di erbe e i cavalieri che presumibilmente la maga ha irretito.

Alla fine l’ottantenne regista sottolinea la distruzione della reggia di Armida in sottrazione, con la maga vestita prima di nero con svolazzi azzurri, poi rossa, dove viene lasciata sola, nell’immenso palazzo vuoto, trasformata anch’essa con invenzione geniale in diavolo dalle ali scarlatte.

Un plauso meritano le coreografie di Michele Abbondanza ed Antonella Bertoni (Abbondanza/Bertoni), che attraverso il loro nutrito ensemble popolano il castello della maga con danze in cui impera la battaglia dei sessi, tra schermaglie ed approcci corroborati da festosa ironia.

La direzione di Carlo Rizzi ci è nel complesso piaciuta, sia nell’accompagnamento non facile dei cantanti sia in maggior misura per l’esecuzione strumentale delle danze e dei numerosi cori che costellano l’opera.
Un grazie conclusivo va poi al Rossini Opera Festival per averci fatto conoscere da vicino un capolavoro così poco praticato.

ARMIDA
Dramma per musica di Giovanni Schmidt
Edizione critica Fondazione Rossini/Casa Ricordi, a cura di Charles S. Brauner e Patricia B. Brauner
Direttore CARLO RIZZI
Regia LUCA RONCONI
Regista collaboratore UGO TESSITORE
Scene MARGHERITA PALLI
Costumi GIOVANNA BUZZI
Coreografie MICHELE ABBONDANZA
Coreografa collaboratrice ANTONELLA BERTONI
Progetto luci A.J. WEISSBARD
Collaboratrice alle luci PAMELA CANTATORE

Interpreti
Goffredo e Ubaldo RANDALL BILLS
Rinaldo ANTONINO SIRAGUSA
Idraote e Astarotte CARLO LEPORE
Armida CARMEN ROMEU
Gernando e Carlo DMITRY KORCHAK
Eustazio VASSILIS KAVAYAS

Ensemble di danza COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA

Maestro del Coro ANDREA FAIDUTTI

Nuova produzione

Visto a Pesaro, Adratic Arena, il 13 agosto 2014

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