Latella attraverso l’epopea americana (e non solo)

Francamente me ne infischio - Twins

Valentina Vacca in Twins (photo: antoniolatella.com)

Si ricomincia da Tara e si finisce con Tara, fragile tazzina ai bordi della quale traballano e tracimano ancora una volta ambizioni e ingenuità di un sogno ormai decaduto.
“La sola cosa che conta, la sola per cui valga la pena lottare”: questo il blob semantico che riacquista significato e consistenza nel corso della versione integrale dell’articolata partitura di “Francamente me ne infischio” di Antonio Latella.

L’operazione messa in atto dalla scintillante drammaturgia, scritta dal regista insieme a Federico Bellini e Linda Dalisi, straborda anch’essa di riferimenti e intrusioni ad effetto, seguendo il ritmo di un’erosione coesa del sogno americano. O per meglio dire, dei tanti piccoli e grandi sogni d’oltreoceano, sbarre e feticci della visione dentro la visione,  e di immagini che esplodono da prodromi culturali di vario genere e fattura.

Tre le attrici in scena, costantemente co-protagoniste sul palcoscenico di questo oggi (che altro non è che quel domani che ha colonizzato molte immaginazioni alla pari di un colossal hollywoodiano), come appunto “Via col vento”. Domani sottesi sia al film di Victor Fleming che al precedente romanzo di Margaret Mitchell, rigettati dal nuovo spettacolo della compagnia Stabilemobile in balia delle contraddizioni apparentemente ingenue su cui entrambi fanno perno, forme consanguinee ma in questo caso eterozigote di un mito fondativo.


Quei “Twins” che aprivano il sipario attorno a Rossella O’Hara – i gemelli Tarleton che ne incorniciavano e sussurravano alle orecchie di una giovane ragazza del Sud la fine di un mondo – tornano nello spettacolo di Latella nei sogni, negli incubi e nei loro rispettivi rimandi subliminali e risvolti simbolici. Così tragiche ossessioni e ‘refrain’ arrivano a cristallizzarsi in forme antropomorfe e prototipi dal copyright facilmente rintracciabile. Prima fra tutte, ovviamente, la mania di una Rossella-Biancaneve per Ashley, chiamato e richiamato dal fronte dello spazio extra-terrestre (al suo posto apparirà Neil Amstrong), o evocato in quello urbano fra i grattacieli di King Kong o nello spazio atemporale di “2001 Odissea nello spazio”.

Damigelle e paggetti della corte inquieta saranno le maschere e i travestimenti di Bart Simpson e di Marylin Monroe, apparizioni di copie a coppie che si cambiano e si scambiano da dietro una bandiera a stelle e strisce; mentre una maschera da Joker e una Eva-Giulietta ne indossano direttamente i colori e gli elementi.

Il primo movimento – che insieme al secondo si era già confrontato con il pubblico, a partire dall’ottobre 2011 – contiene certamente buona parte del messaggio critico veicolato dall’intero spettacolo e programmaticamente dichiarato dal suo regista. Oltre a ciò esso ci introduce appieno nella modalità critica intrapresa dalle scelte drammaturgiche, modalità rispetto alla quale ogni movimento rimarrà a suo modo coerente: la ricerca sul linguaggio e sulle sue ambiguità. Per quanto, infatti, queste ultime possano ormai apparirci dischiuse o superate, rimangono alla base non solo della ricercata identificazione fra Rossella e l’immagine dell’America che traspare dalla storia di cui è protagonista – e dunque fra un individualismo fortemente insistito e il suo bisogno di conservazione – ma anche per le immagini, i format, gli status symbol e i motivi musicali rimbalzati ed esportati a grande diffusione. Quiz, Mac, canzonette italiane e hit americane (Fiordaliso e Madonna) implicitamente si confrontano, da una parte legittimando ancora una volta e stavolta forse con un po’ troppa facilità l’identificazione di un pianeta e dei suoi satelliti, la percezione col tutto, ma dall’altra ben tracciando il clima d’intrattenimento che lo spettacolo intende colpire, abusando del sue stesse tecniche comunicative.

La fiera dell’apparenza e dunque della solo apparente fratellanza continua poi in “Atlanta”, riportandoci alla famosa scena del ballo di beneficenza e coinvolgendo anche il pubblico nella festa del funereo e della morte. Questo movimento sfrutta in pieno le atmosfere cinematografiche di Fleming, e ne richiama alla mente certe sfuggenti inquadrature, evocando una città che luccica nonostante la guerra e in parte alimentata dal suo stesso carburante. Ma che tuttavia per vivere necessita anche di fuori-uscire dalla scena per improvvisare col proprio pubblico, trovandolo disposto a farsi sedurre dal gioco della rappresentazione. Uno spettatore infatti verrà provocatoriamente chiamato a ballare con la Rossella di turno, mentre Melania e zia Pittypat insceneranno un controcanto della morale all’interno di un cerchio di casette di varie dimensioni ma tutte della medesima forma.

Tutto si può tingere di nero immergendolo in un catino pieno di inchiostro, ma a dispetto di questo, l’abito del sogno di Rossella comincia a svelare un’altra tinta più decisa. È la tinta verde del dollaro, colore-farfalla che combatte e respinge tutti gli insetti di lacrime e le mosche invisibili e indesiderabili che insistentemente gli danzano intorno.

“Non voglio essere una mosca”, ripete Rossella prima che il discorso si focalizzi sulla tematica dello straniero in patria, dello straniero sottomesso o relegato nelle riserve, dello straniero addomesticato, dipinto e arbitrariamente inglobato dal sistema, dello straniero che decide di inseguire l’immagine del successo abiurando anche se stesso – d’altronde “in America non basta essere se stessi”.

Francamente me ne infischio - Black

Candida Nieri in Black (photo: antoniolatella.com)

Le tre attrici, in “Black” ciascuna di fronte a un microfono, tutti e tre rivolti al pubblico, cantano la voce arrabbiata di una diversa condizione. Tra la portavoce dei nativi americani e quella dei neri, irrimediabilmente Rossella è coi calli alle mani. Simbolo e cartina di tornasole di un cambio di volta verso un’altra America, ma ancora interlocutrice primaria di entrambe le fazioni, la protagonista di “Via col vento” incarna tutte le contraddizioni negate, i conflitti taciuti, le negazioni presenti sia nel libro della Mitchell che nel film del 1939.
Ne incarna i pregiudizi come faceva nelle altre due finzioni ma proiettandoli in una realtà più attuale, ma non maggiormente pacificata e unita dalle armi e dal petrolio.

A questo terzo movimento, incentrato sulle gabbie senza scampo e sui premi di libertà concessi – viene ricordato che Hattie McDaniel nel ruolo di Mami fu la prima attrice di colore a ricevere l’Oscar, eppure alla stessa McDaniel fu vietato l’accesso alla prima proiezione della pellicola proprio in una sala di Atlanta – si lega il successivo ribaltamento di prospettiva e di ritmo di “Match”.

Rossella, nei primi tre movimenti interpretata a turno da una delle attrici, ora diviene sogno lei stessa. Stella irraggiungibile fra tre uomini: Ashley, Rhett e Frank (il secondo marito della donna). Dietro di loro l’ominide dell’incipit reca con sé il cartello della sfida e si fa spettatore insieme a un’immancabile bottiglia di whiskey del Tennessee del mistero buffo della rinascita di una stella tramite lo schermo di un pc.
Questa forse la parte più debole dell’intero spettacolo, snodo che presagisce la conclusione dell’opera ma insiste un po’ troppo su riflessioni e sentimentalismi abbastanza prevedibili e aderenti ai loro predecessori, lasciando solo intuire l’ormai definitiva identificazione fra Rossella e la sua immagine, fra l’immagine e il mito, fra il mito e il sogno americano, fra il sogno americano e l’America e fra l’America e Tara. Un cerchio che si chiuderà solo con l’ultimo capitolo di “Francamente me ne infischio”, ma che ha seminato di segnali la via dell’intera rappresentazione.

Le case e le bandiere, il verde e la cerimonia del tè torneranno in “Tara”. Una grande Tara: installazione visiva a cui corrisponde un tessuto pieno e ripetitivo di voci, incubo claustrofobico e cicaleccio in cui sono rinchiuse le tre attrici. Stavolta abbiamo tre Rosselle, tre sorelle in abito lungo (ovviamente verde). Dall’interno di questo tepidarium di farfalle senza scampo, le donne adornano le sbarre della costruzione di bandiere a stelle e strisce, prendendole da cesti che non sono che miniature rovesciate della casa più grande.

Le bandiere usate nel quiz sull’onomastica degli Stati Uniti, separé per travestimenti e baby-doll d’avanspettacolo, occupano così buona parte della facciata rivolta al pubblico per venire poi strappate e riposte dal medesimo ominide. Quest’ultima figura apparentemente statica, se contrapposta al susseguirsi coerente dei flussi tematici e al loro presagire un’altra illusione (il ritorno a un presunto legame immobile con la terra d’origine), crea invece una sorta di corto circuito tra la costruzione di una parte della storia americana e il valore simbolico del racconto di finzione, e dunque tra la rapidità di diffusione degli stereotipi contenuti all’interno di un intrattenimento e il ritmo lento, ripetitivo e inesorabile della tragedia che incrina il suo fragile equilibrio.

FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO. 5 movimenti liberamente ispirati a Via col vento di Margaret Mitchell
1 Twins durata 1h 30’
2 Atlanta durata 1h 10’
3 Black durata 1h
4 Match durata 1h 20’
5 Tara durata 45’
regia: Antonio Latella
drammaturgia: Linda Dalisi, Federico Bellini, Antonio Latella
con: Caterina Carpio, Candida Nieri, Valentina Vacca
scene e costumi: Marco Di Napoli, Graziella Pepe
musiche: Franco Visioli
movimenti: Francesco Manetti
assistente alla regia: Francesca Giolivo
disegno luci: Simone De Angelis
datore luci: Roberto Gelmetti
fonico: Giuseppe Stellato
realizzazione costumi: Cinzia Virguti
organizzazione: Brunella Giolivo
distribuzione: Michele Mele
produzione: Stabile/Mobile Compagnia Antonio Latella, La Corte Ospitale
in collaborazione con: Emilia Romagna Teatro/VIE Scena Contemporanea Festival
ringraziamenti: Trippen (A. Spieth e M. Oehler, Berlin), Teatro Elfo Puccini (Milano), Teatro Comunale di Laurino (Sa), Laura Marinoni, Patrizia Bologna, Rosa Futuro
applausi finali: 5’ 10’’

Visto a Modena, Teatro delle Passioni, il 10 marzo 2013


 

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