L’autodramma di Monticchiello alle prese con un futuro che verrà

Il Paese che manca del Teatro Povero (photo: Edoardo Agnoletti) Il Paese che manca del Teatro Povero (photo: Edoardo Agnoletti)
Il Paese che manca del Teatro Povero (photo: Edoardo Agnoletti) Il Paese che manca del Teatro Povero (photo: Edoardo Agnoletti)

Il Paese che manca del Teatro Povero (photo: Edoardo Agnoletti)

Atmosfera immutata a Monticchiello, in questa estate 2015. Accogliente, piacevole e rilassante, col suo pubblico eterogeneo, numeroso ed entusiasta, ammaliato dal fascino del luogo e dai paesaggi incredibili. Eppur qualcosa si muove.

L’autodramma si avvicina alla tappa del mezzo secolo, questa è l’edizione XLIX. Cinquant’anni sono davvero tanti, e questo trapela. Quasi serpeggia una (necessaria?) domanda su quale sarà il futuro della storica rappresentazione; del resto la domanda se la poneva già qualche anno fa lo stesso Andrea Cresti, pittore, regista, scenografo e anima di una tradizione raccolta e portata avanti fino ad ora.

Veniamo quindi al presente.
Il nuovo lavoro, dal sintomatico titolo “Il paese che manca” – dove paese è rivolto sia a Monticchiello che al Paese Italia – è forse il più coraggioso delle ultime edizioni nel suo cercare nuove vie e nuovi orizzonti, con uno sguardo più forte che mai sul presente, su questo quotidiano di crisi, povertà, stasi, giovani che emigrano altrove in cerca di fortuna, spopolamento dei piccoli borghi che non hanno i “numeri” necessari per restare in vita, mancanza di entusiasmo e reattività ed uno Stato che ragiona per numeri dimenticandosi dei singoli casi, tranciano linee dritte che non prevedono mutamenti di direzione.

Cuore della materia, la festa di compleanno per l’ultimo ventenne del paese, Gigino, sospeso sul baratro di un futuro incerto, in dubbio se restare o partire come ha fatto la maggior parte dei suoi coetanei. Occasione questa di seria e profonda riflessione, quanto mai attuale, se pur con qualche caduta in “luoghi comuni” che poi sono più condivisi (scrosciano gli applausi a scena aperta) di quanto si immagini.
Ma c’è spazio anche per innesti drammaturgici spiazzanti, come la figura dello strano giocattolaio, figura schiva, in disparte, che spaventa e attrae, una sorta di straniero, sognatore, attaccato al passato, di cui alla fine non si riusciranno a scoprire identità e provenienza, ma grazie al quale scaturirà un aiuto per la comunità. Sarà sufficiente?

Certo questa edizione quarantanove non è la più felice tra le ultime a cui abbiamo assistito, nonostante il vivace inizio, a causa di alcuni momenti un po’ statici e di un finale pensato in grande (la scena del sogno) che però non risulta così riuscito. Il fatto di aver tentato con coraggio una nuova via, uno scarto, di aver cercato di restituire in scena il magma confuso e pieno di spinte della situazione contemporanea merita comunque un plauso.

Tuttavia è evidente quanto l’autodramma vada ripensato, in vista dei tempi futuri. Questo detto considerando soprattutto il rapido mutare delle dinamiche sociali, prima fra tutte lo spopolamento e l’abbandono dei piccoli borghi quali Monticchiello, riassunto in scena attraverso la notizia dell’imminente chiusura dell’ufficio postale.
Cercando di evitare banalizzazioni, due sembrerebbero essere le vie praticabili: la progressiva “dismissione” – prendendo un titolo caro a Ermanno Rea –, causata soprattutto dall’età media del nucleo storico dei protagonisti e il mutare imperioso e velocissimo del contesto contemporaneo; oppure una rinascita nutrita da nuova linfa, un “punto e a capo” con una ripartenza affidata ai giovani, che però – come ci racconta anche lo spettacolo – sono pochi e con lo sguardo rivolto altrove.

Per tornare alla messinscena, la soluzione ideata da Gigino sembra un po’ esile e non sufficiente a risolvere la complessa situazione. I giovani – come ben testimoniato in scena – sono pochi, distratti (dai telefonini) e guardano al borgo come ad un museo da visitare quando si torna a casa per le vacanze. Un museo di un tempo che fu. Rivolti come sono verso mondi esterni immersi in altre dimensioni.

Forse in questo è già la risposta che la gente di Monticchiello ci suggerisce, in parte conscia di un mutamento inesorabile che si avvicina. Al presente ci siamo, dice una delle anziane protagoniste, sul futuro non sappiamo.
Le nuove leve vivono un contesto diverso, in cui quel passaggio di testimone tra passato e presente non sembra così necessario. “Per cambiare bisogna che tutto salti per aria: le abitudini, i privilegi, la testa della gente, le certezze…”, recita uno dei protagonisti in una delle battute finali.
Staremo a vedere. Intanto il prossimo appuntamento, il 50°, va in automatico. Ma il dopo?
Per adesso e ancora, viva Monticchiello!

Foto di gruppo conclusiva, con al centro Andrea Cresti (photo: Edoardo Agnoletti)

Foto di gruppo conclusiva, con al centro Andrea Cresti (photo: Edoardo Agnoletti)

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