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Home Approfondimenti Generale Le anticipazioni del 13° Festival delle Colline Torinesi. Ne parliamo con Isabella Lagattolla

Le anticipazioni del 13° Festival delle Colline Torinesi. Ne parliamo con Isabella Lagattolla

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vincenzo_schinoDodici anni di spettacoli estivi e tanti artisti, di primo piano ma anche esordienti, della scena italiana ed internazionale. Un connubio di qualità proposto spesso in luoghi suggestivi del Piemonte e quindi, già di per sé, scenografie talvolta impareggiabili: sono questi alcuni degli elementi che hanno permesso al Festival delle Colline Torinesi di arrivare, a gennaio, anche al premio Ubu speciale, andato lo scorso anno - tra gli altri - al Progetto Domani diretto da Luca Ronconi.
Il Festival delle Colline è stato da più parti definito un ricercatore attento, competente e sensibile di un teatro che traduce sulla scena inquietudini e stimoli del presente. La rassegna, nata per portare il teatro in mezzo alla gente proprio attraverso la scelta di “piazze” affascinanti ma non abituali, ha così raggiunto un ruolo da protagonista, che gli ha permesso di raddoppiare il numero di giornate ed imporsi come una tra le finestre più importanti e stimolanti sul teatro contemporaneo.
A confermare questo ruolo sono anche arrivati nel 2006 il Premio Hystrio Altre Muse e, nel giugno dello scorso anno, il Premio Strehler dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro.
Artefici del successo e co-direttori del festival sono, fin dal debutto nel luglio del ‘96, Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla. È proprio lei ad accompagnarci in questo viaggio alla scoperta del giovane teatro contemporaneo.

La XIII edizione del festival debutterà il 5 giugno. Ci puoi svelare qualche anticipazione?
Siamo decisamente a buon punto. Abbiamo aspettato l’arrivo di Mario Martone (il nuovo direttore del Teatro Stabile di Torino, ndr) per illustrargli il progetto, visto che è in collaborazione con lo Stabile, e ci siamo trovati pienamente d’accordo nelle scelte.
Il festival si svolgerà da 5 al 28 giugno. Il 5, 6 e 7 saranno dedicati a Carta Bianca: tre giorni rivolti ai rapporti italo-francesi, riprendendo quelle che negli anni ’90 erano state le giornate professionali. Gli appuntamenti si realizzavano un anno in Italia e un anno in Francia per volere dell’Eti e del Ministero della cultura francese, così da far nascere e coordinare i rapporti tra i due paesi: si vedevano degli spettacoli e si creavano le basi per future collaborazioni. Inizialmente Sergio ed io partecipammo ad alcuni di questi incontri, da cui nacque la rete europea Iris, poi allargata a Spagna e Portogallo. Nell’ambito di questa rete gli incontri italo-francesi hanno continuato a crescere e lo scorso anno a Chambéry si è realizzato il numero zero di Carta Bianca, con incontri e spettacoli di artisti delle due nazioni. Quest’anno, a Torino, l’appuntamento diventerà un po’ più formale e punterà su spettacoli di artisti francesi mai venuti in Italia e di giovani italiani, oltre ad un dibattito professionale sulla reciprocità, che esaminerà le difficoltà nell’organizzare eventi da far circolare tra i due paesi, i problemi di traduzione, gli scambi...

Chi  parteciperà a Carta Bianca?
Christophe Huysman, artista francese che indaga il rapporto tra teatro e circo, ci presenterà la sua nuova opera sulla titubanza, Le matitube, che debutterà a fine maggio; mentre Hubert Colas proporrà il monologo Mon képi blanc. Ci saranno poi le prime assolute di Fanny & Alexander con Kansas, seconda tappa del loro progetto sul Mago di Oz; il giovanissimo Vincenzo Schino con il nuovo Et voilà, anche lui in qualche modo legato al circo; e la compagnia palermitana Sutta Scupa con una trilogia su Sacco e Vanzetti. Infine Teatri Uniti presenterà il divertentissimo Chiòve.
Saranno giorni pienissimi: oltre a quattro spettacoli giornalieri, uno probabilmente anche a mezzanotte, le mattine saranno dedicate agli incontri professionali, mentre dalle 14 alle 17 presenteremo sei o sette artisti tra italiani e francesi non conosciuti e che avranno, appunto, carta bianca per presentare in circa mezz’ora un loro lavoro o parlare di sé.

ricardo_bartisNel corso degli anni, le collaborazioni internazionali hanno assunto sempre più un ruolo di primo piano. Proprio il legame con il Festival d’Avignon porterà a Torino quest'anno il debutto assoluto de La pesca, il nuovo spettacolo del regista argentino Ricardo Bartìs, che sarà poi in luglio a Berlino e successivamente ad Avignon.
Oltre ad essere un canale per la proposta di progetti internazionali in Italia, le collaborazioni si muovono anche nel senso opposto? Al di là di artisti già apprezzati come Emma Dante, Pippo Delbono o la Raffaello Sanzio, c’è un interesse da parte dei festival europei riguardo a nomi italiani meno conosciuti?

Direi proprio di sì. Le giovani compagnie che presentiamo quest’anno, Fanny & Alexander, Sutta Scupa e Vincenzo Schino, erano lo scorso anno a Chambéry e hanno riscosso molto interesse nei francesi, che hanno chiesto di rivederle. Nel caso di Schino, attore neppure trentenne, la direttrice della Scène National de Martigue, in Camargue, ha chiesto di avere per la prossima primavera un’evoluzione dello spettacolo che farà da noi, oltre a proporre un laboratorio.
I francesi sono abituati ad accogliere artisti non ancora consacrati e Carta Bianca vuole proprio andare in questa direzione.

studiosumedeaOltre al premio Ubu speciale, avete festeggiato il mese scorso anche quello come miglior spettacolo assegnato allo Studio su Medea di Antonio Latella, co-prodotto insieme allo Stabile dell'Umbria nel 2006.
Alla luce delle impressioni iniziali in merito al lavoro di Latella, vi aspettavate che potesse arrivare al riconoscimento più ambìto?

Per quanto mi riguarda non me lo aspettavo ma ci speravo. Medea è un progetto nato in modo curioso: Latella era a Torino e ci incontrammo per caso. Gli dissi che mi avrebbe fatto piacere averlo al festival, e mi accennò ad un progetto un po’ particolare. Così iniziammo a discuterne in un bar, dove lui mi raccontò della sua idea di fare una Medea con pochi soldi e mezzi, senza scene né costumi, in cui gli attori recitassero nudi. A me piacque e così partimmo: loro provarono un po’ a Berlino, dove Latella vive, e un po’ a Perugia, grazie allo Stabile dell’Umbria, per poi arrivare a Torino e lavorare in totale libertà; sapevano la data del debutto e poco altro. Quando vidi la prova generale fu talmente emozionante che pensai immediatamente che sarebbe stato lo spettacolo dell’anno del festival. Alla prima, davanti ad un pubblico “vero”, composto anche di critici e addetti ai lavori, ne ebbi la conferma: finito lo spettacolo c’erano persone che piangevano, applaudivano, battevano i piedi all’europea, tutti in piedi a gridare “bravi”.
Il premio Ubu è stato il coronamento di un lavoro nato in piccolo, quasi per caso, e quindi ancora più importante. Solo in Italia ha fatto 70 recite, oltre ad approdare in Francia, Germania e Portogallo e ad aprile ripartirà ancora.

Quali sono le nuove produzioni di quest'anno?
Proprio Latella proporrà un nuovo progetto: sarà un Amleto diviso in 11 stazioni, ossia la tragedia shakespeariana vista dagli undici protagonisti. Le stazioni saranno raggruppate a due a due in sei giornate di spettacolo: cinque più una giornata dedicata solo ad Amleto. Sabato 28 giugno, a chiusura del festival, faremo invece dal mattino alla notte tutta la versione integrale.

Vi preparate, quindi, ad una nuova sfida.
Sì, sulla carta è decisamente un bel progetto. Tanto che Martone ha deciso di coprodurlo insieme allo Stabile dell’Umbria e al Festival delle Colline, e sarà quindi riproposto anche nella prossima stagione dello Stabile di Torino. È inoltre nato un bel rapporto sia con Latella che con gli attori di Medea, da Nicole Kehrberger e Michele Andrei a Giuseppe Lanino ed Emilio Vacca, che ritroveremo anche nell’Amleto. Da fine aprile saranno a Torino per provare: due mesi al Teatro Astra che ha portato loro così fortuna con Medea. Si tratterà, per noi, della maggiore produzione di questi 13 anni.

fanny&alexanderSi nota, in te e Sergio Ariotti, una particolare vicinanza agli artisti: durante il festival siete sempre presenti, anche in occasione di spettacoli fuori Torino, ed è facile percepire la passione per il vostro lavoro.
Per noi il rapporto con gli artisti è importantissimo e lo abbiamo messo in primo piano. Seguiamo le compagnie che produciamo e si instaurano relazioni di amicizia. Dallo scorso anno lo staff organizzativo è diventato completamente al femminile, mentre quello artistico e tecnico, a partire da Sergio, è maggiormente maschile. Mettere gli artisti al centro del nostro lavoro è un atteggiamento fondamentale che tutti noi condividiamo.

Parliamo del nuovo teatro italiano, che tu osservi così da vicino. Nell’ultimo periodo si assiste ad una riscoperta del testo, che cerca di creare una sorta di continuità con la tradizione, legandosi al contempo alle esigenze del teatro contemporaneo e ai nuovi linguaggi. Questo grazie anche ad un tipo di ricerca sul linguaggio da cui sono emersi autori come Emma Dante, Saverio La Ruina o Mario Perrotta.
A parte questi casi, che si rifanno ad un forte legame con la tradizione regionale, ci sono nuovi interpreti della drammaturgia e della “parola italiana” intesa nella sua complessità, al di là, quindi, dei regionalismi?

I giovani artisti che affrontano il problema della lingua a livello nazionale sono pochi. Le espressioni di nuovo teatro più forti sono quelle che arrivano da regioni che hanno maggiori problemi ma anche una vitalità più esplicita. I Sutta Scupa, ad esempio, sono giovanissimi e scrivono in siciliano, andando a recuperare una lingua arcaica che è ancora più incomprensibile del siciliano parlato utilizzato dalla Dante.
Molti degli autori a cui hai fatto riferimento appartengono ad un’area geografica in cui, a mio parere, c’è una forte urgenza del fare. In Sicilia, Campania ed Emilia Romagna si assiste ad un fenomeno simile ma con valenze molto diverse. Nei gruppi che noi seguiamo, vediamo molto forte la connotazione regionale oppure, in alternativa, quella performativa. Ad esempio, gli Ortographe di Ravenna, che hanno come capostipite la Socìetas Raffaello Sanzio, oppure i Santasangre usano poco la parola e molto il linguaggio tecnologico. Pensiamo invece al Piemonte: abbiamo tanti gruppi eppure manca, secondo me, un’urgenza; inoltre qui il dialetto è ormai una lingua quasi morta rispetto al sud. Tra chi si avvicina di più ad un lavoro sulla lingua italiana c’è forse l’Accademia degli Artefatti.

Quali sono i prossimi obiettivi del festival?
Mi piacerebbe poter sviluppare il progetto in modo più ampio, ad esempio facendo qualche puntata invernale. Solo un anno abbiamo organizzato uno spettacolo con Pippo Delbono in inverno, e vorrei ripetere l’esperienza. Altro desiderio è aumentare ancora di più l’internazionalizzazione del festival, anche potendo accogliere nello staff organizzatori esteri. Quest’anno, a tal proposito, avremo una stagista francese che arriverà dall’università di Nantes e si occuperà in particolare di Carta Bianca. Alla luce del mio impegno nel consiglio di amministrazione della rete Iris, cercherò proprio di pensare a modalità che possano aumentare la presenza del festival anche in Europa.

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