L’è el dì di Mort, alegher!: la Grande Guerra eccentrica di Balbi e Salaroli

 Salaroli e Balbi


Salaroli e Balbi

Uno spettacolo sulla Grande Guerra, nella ricorrenza del centenario, può essere un’operazione commerciale. Dietro un anniversario c’è spesso l’insidia della retorica sciocca e fastidiosa.
Ecco perché vale la pena di parlare di “L’è el dì di Mort, alegher! Navigli e trincee, storie e canzoni della Grande Guerra”, appena andato in scena al Teatro Menotti di Milano.

Questo spettacolo di Emilio Russo e Caterina Spadaro, che assembla brani di Delio Tessa, Carlo Salsa, Emilio Lussu, Enzo Jannacci, Boris Vian e Corrado Alvaro, ha il carattere del rito senza essere rituale. Commuove senza essere pietoso. Si tiene lontano sia dallo snocciolamento pedante dei dati del massacro, sia dalle derive celebrative di una pagina di storia nobile e crudele.
L’impostazione satirica del tema parte dalla scelta di due attori, Marco Balbi e Alarico Salaroli, che già avevano regalato sorrisi e qualche luccicone nel “Don Chisciotte” allestito lo scorso anno, sempre al Menotti. Due eroi senza eroismo. Due gaglioffi in un quadro generale doloroso e attendibilmente realistico. Accompagnati alla fisarmonica da Alberto Faregna, Balbi e Salaroli, il primo con chitarra, l’altro con un’armonica a bocca, danno vita a una narrazione vigorosa.

Il sipario si chiude. Attori e pubblico irrompono in un evento remoto e attuale. Perché i bagliori della guerra continuano a soffiarci addosso.
Un quadrato formato da dodici tavolini, forse c’è un po’ di cabala. Noi attorno al megatavolo, quasi una seduta spiritica. Borracce, schiscette, gavette. Libri, fogli. Canzoni, epistole. Ritagli di giornali, articoli, foto.
Parole tra cielo e terra, sospese da cent’anni. Sospiri e tuoni. Colpa, valore e sconcerto.
Delio Tessa, con il suo dialetto milanese, anima la scena di macerie e paradossi.

“L’è el dì di Mort, alegher!”: è quasi un tormentone quest’ossimoro concettuale sulla bocca di Marco Balbi. Le parole vibrano anche sulla bocca di Alarico Salaroli, che è attore capace di scuotere, ancor prima che doppiatore che sa sorprendere e far sorridere.
Ma qui siamo tutti protagonisti, trascinati nel cuore della vicenda. Siamo cantanti sulle note di “Addio padre, e madre addio”. Siamo parte di un convito che è agape, piuttosto che show.
Sciamano, sullo sfondo, antiche immagini di neve e cani da slitta. Passi cadenzati e leggeri di soldati, su quella neve soffice. Danza leggera, non macabra. Echeggiano idee di rivolta e anarchia, ordini d’assalto e decimazione. Sentiamo l’odore nauseabondo delle trincee, l’aroma pungente di mandorle dell’iprite. Sbattiamo la faccia contro la terra: inverno, nebbia, fango; sangue, cenere, paura. Intorno arieggiano le canzoni dei soldati.

La bellezza di questo spettacolo sta nelle cose piccole. In quel contatto gomito a gomito che rende quel senso di fratellanza. Negli occhi assorti degli spettatori più anziani: questa storia la sanno a memoria, eppure si emozionano sempre.
Uno spettacolo semplice e avvolgente, capace di unire il collettivo con l’individuale, la tragedia con la commedia. Un’aria dal retrogusto sapido, che diverte e commuove. Ma anche un’indagine (e riflessione) disincantata e dura sulla realtà.
Gli eccentrici protagonisti trasmettono quel senso di tepore. Prima dell’epilogo ancora più caldo. Con un minestrone che sa di rancio. E un vino rosso, che rafforza la complicità.

L’É EL DÌ DI MÒRT, ALÉGHER. Navigli e trincee – storie e canzoni della Grande Guerra
da: Delio Tessa, Carlo Salsa, Emilio Lussu, Enzo Jannacci, Boris Vian, Corrado Alvaro
con: Marco Balbi e Alarico Salaroli
alla fisarmonica: Alberto Faregna
musiche arrangiate e dirette da Alessandro Nidi
luci: Mario Loprevite
regia: Emilio Russo e Caterina Spadaro
produzione: TieffeTeatro

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Teatro Menotti, l’8 ottobre 2014
Prima nazionale

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