Le figurine mancanti del 1978: Teatro Forsennato e il mondiale dei desaparecidos

Le figurine mancanti del 1978
Le figurine mancanti del 1978

Le figurine mancanti del 1978 (photo: teatroforsennato.com)

Italia, 1978. Argentina, 1978. A separarle, l’oceano. In scena convivono come due stanze adiacenti, grazie a un gioco di luci che le disegna una a colori, l’altra in bianco e nero. Ad abitarle due bambini, geloso uno, invidioso l’altro. Vicini in una virtualità che frustra i contatti, uniti da un’illusione da filo del telefono. Giocano contemporaneamente, mai insieme, ogni incursione è vietata, più importante il racconto.
Che cosa accadde nel 1978? Assassinato Aldo Moro, in crisi il governo italiano, l’ultima apparizione di Mina, i 33 giorni di pontificato di Giovanni Paolo I e l’elezione di Wojtyla, la Svezia prima a proibire le bombolette spray, la nascita di Elisabetta Canalis. Ma soprattutto fu l’anno in cui l’Argentina vinse un mondiale impossibile.
Il primo mondiale ad essere trasmesso a colori. Il primo mondiale ad essere vissuto, dagli argentini, in bianco e nero. Il bianco e nero del golpe e della dittatura militare di Jorge Videla, quello funebre delle foto che ritraevano i dispersi, gli “scomparsi”. I “desaparecidos”.

Teatro Forsennato è una compagnia romana che da dieci anni approfondisce uno studio sull’improvvisazione a canovaccio. Gli spettacoli (“Cerco un titolo per definirmi. Grazie”, “Pinocchio, chi sei tu?”, “Sangue palestinese”, “Il prurito dei popoli”, “Makilè – la bambina nel grande serpente”, per citarne alcuni) hanno avuto forme diverse, esplorato differenti contesti, a vari obiettivi rivolti. A unirli, la ricerca di un linguaggio vocale e corporeo libero, sgombro di orpelli accademici, carico di sguardi buttati negli occhi allo spettatore, sempre al centro della performance.
Quando si lavora su improvvisazione, ancor prima dell’estro performativo, il requisito principe è la chiarezza della storia. La navigazione libera di una semplice zattera che sa bene, all’occorrenza, dove trovare approdi sicuri, foss’anche solo per fermarsi a riposare. Ascolto, soprattutto, e tanta passione, punti necessari per costruire la drammaturgia della scena. E poi viene la storia.

La ricerca de “Le figurine mancanti del 1978” è accurata nel presentare i fatti essenziali di un anno “fuori dal mondo”. Questa, adeguatamente resa dalla formale semplicità del disegno luci che scompone lo spazio in poche aree abitabili tinte di atmosfere diverse, è la sensazione: che ci si trovi in un angolo di fantascienza in cui è permesso a uno o più paesi (vengono esplorate in una partita di Risiko le “complicità” di Usa, Urss e Vaticano) di fare il proprio sanguinoso corso in totale libertà, mentre l’attenzione del resto del mondo è focalizzata su eventi di costume, su coppe d’oro massiccio, bandiere e nomi di calciatori famosi.
Tutto molto in linea con l’atteggiamento del “bambino che gioca alla guerra”, che insegna e compie torture come fossero esercizi di aerobica, partecipa a manifestazioni in Plaza de Mayo come fossero girotondi, lancia prigionieri dall’aereo come fossero doppioni di figurine. Alla ricerca di una verità sgombra di speculazioni filosofiche, per un teatro d’inchiesta che sia anche e soprattutto narrazione, filtro poetico, oggetti comuni (coperta, secchio, bandiera) che parlano e sinergia teatrale. Tutte parole chiave di questo teatro della presenza e dell’essenzialità.

I due attori mischiano ironia e colori popolari senza risparmiare sentimenti e suggestioni sottili alle quali scoprire il fianco è quasi inevitabile: dalla storia del povero portiere che, da solo tra i pali per tutta la partita, si prende poi tutte le colpe della sconfitta, al gruppo sempre più folto di madri che ogni giovedì alle 3 tornano in piazza ad agitare le foto dei figli scomparsi.
Il ritmo s’inceppa qua e là nella ricerca delle parole, non sempre i nervi dell’attenzione e dell’ascolto fanno da ponte a uno scambio agile di frammenti del racconto, e alcuni passaggi risentono della pesantezza della parola: chiamerebbero gesti meglio misurati, più puntuali, altri si fanno rubare l’apice da troppo brusche svolte di compiacimento e fretta di dire la propria.
Ma a sorreggere quasi tutto c’è senza dubbio il sentore che esista un marchio di fabbrica, che quello che accade, anche laddove qualche prova più rigida ne avrebbe migliorato l’impatto, accade adesso, subito, per questa volta e basta.
Ancora prima di lasciarsi coinvolgere da quella agghiacciante fantapolitica “basata su una storia vera”, in scena ad aspettare il pubblico c’è la forza di un affetto che fa piacere scoprire, un impulso “forsennato” che magari manca di disciplina, ma è già slancio virtuoso.
In scena al Teatro allo Scalo di Roma fino a domenica.

LE FIGURINE MANCANTI DEL 1978
ideato e diretto da Dario Aggioli
produzione: Teatro Forsennato
interpreti: Dario Aggioli, Angelo Tantillo
scena e luci: Dario Aggioli
aiuto regia: Susan El Sawi
durata: 1 h 10’
applausi del pubblico: 2’ 05’’

Visto a Roma, Teatro allo Scalo, il 3 novembre 2009

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