Le muse orfane, e in divenire, di Roberto Corradino

Roberto Corradino
Roberto Corradino

Roberto Corradino

Perché ci piace parlare anche di qualcosa che non è ancora definito. Perché il senso di un festival di teatro indipendente è anche questo: ospitare creatività in continuo movimento, in questo caso (a Teatri di Vetro 3) quella di Roberto Corradino.

Nei suoi trent’anni un attore già formato, che ha lavorato con Federico Tiezzi, Mimmo Cuticchio e Pippo Delbono, che collabora con il Kismet O.per.A e con il Festival Castel dei Mondi di Andria. Quest’ultimo, nell’estate 2009, vedrà il debutto de “Le Muse Orfane” di Michel Marc Bouchard. “Un lavoro sul melodramma” commenta lo stesso Corradino, che ha messo in riga il Reggimento Carri ben nove anni fa, finendo nel 2003 in finale al Premio Scenario con “Piaccainocchio” e a Nuove Sensibilità 2008 con “Maternità”, e producendo anche “Perché ora affondo nel mio petto” (2004) e, insieme a Castel dei Mondi, “La commedia al sangue” (2005).
Punto fermo del lavoro di Corradino regista è senz’altro il testo, la drammaturgia, il percorso narrativo legato a personaggi e situazioni. Ma anche anti-personaggi e anti-situazioni. Che significa? Che il gioco appare quello di dimostrare come dinamiche trasversali possano investire scena e pubblico viaggiando su dialoghi frontali. A costo di sembrare troppo criptici, diremo che la regia di Corradino è un inchino dal basso verso l’alto, un’apertura ad angolo che dall’intimo raggiunge il globale.

Torniamo sulla terra, torniamo a parole vestite di concreto, torniamo al racconto, al testo, ai nomi: Luc, Isabelle, Martine e Christine. Nomi precisi, inequivocabili. Tronchi. Amputati foneticamente quanto lo sono i personaggi drammaturgicamente, alle prese con un’incolmabile assenza. Quella della madre. Sparita da un giorno all’altro per inseguire la giovinezza che se ne va, lasciando un vuoto siderale. Luc (interpretato da Corradino stesso) è diventato un ambiguo parassita che vive, sulle spalle delle sorelle, una pomposa illusione d’artista e gira con addosso gli abiti della mamma scomparsa, millantando la stesura di un romanzo epistolare mai neppure cominciato. Catherine ha assunto in tutto e per tutto il ruolo della madre, se non altro nei confronti della piccola Isabelle, morbosamente attaccata al fratello. C’è poi la terza sorella, Martine, lesbica mascolina espatriata per entrare nell’esercito, lontana dall’orrore di un nucleo familiare in collasso.

L’ingranaggio, già precario, s’inceppa con l’arrivo di una lettera che notifica il ritorno a casa della madre. I fratelli si ritroveranno così tutti insieme nella stessa stanza, per la prima volta dopo anni.
C’è, in questo testo di Bouchard, il sapore di Cocteau; ci sono i volti dei “Parenti terribili” e un’ansia di identificazione dei valori, tutto materiale che Reggimento Carri decide di prendere, rivoltare e spargere a terra.

È vero, si tratta ancora di uno studio, motivo per cui questa non vuole essere una vera e propria recensione, ma solo un approfondimento su un’idea di messinscena tutto sommato già chiara, nonostante il bisogno delle limature d’obbligo. L’abbrivio è affidato a Beatrice Ciampaglia e Tatiana Lepore (Catherine e Isabelle), contro copione nella distribuzione delle età: sono praticamente coetanee. Il loro confronto è giocato dalla regia sui toni e i gesti della scenata greca, senza utilizzo alcuno – cifra stilistica – di oggetti di scena. A incorniciare l’interno solo un perimetro di luce sagomata, cerchio di fuoco per una rete di sguardi pronta ad ardere da un momento all’altro. Il passaggio di Corradino/Luc è stupefacente nella dinamica, e l’arrivo di Simona Senzacqua/Martine una lezione di presenza e pesantezza sceniche, nonostante gli occhiali da sole che coprono il fuoco al suo sguardo.

Si aggirano, queste anime, come tigri costrette nella stessa gabbia e quel “lavoro sul melodramma” diviene – stranamente – più palpabile nelle sottigliezze che nella direzione della gestualità, così espansa sul vasto palco del teatro Palladium di Roma.
Lo studio raggiunge l’inizio del secondo atto, nel mezzo dei preparativi per ricevere la madre. I quattro personaggi fanno spazio dentro se stessi pronti ad accogliere il passaggio di un fantasma. La madre è – qui più che mai – simbolo di coesione affettiva, riferimento a lungo perso e in procinto di tornare in luce, come stella sconosciuta passando da un emisfero all’altro.

Il lavoro di Reggimento Carri procede su un cingolato di acredine, calpesta con crudeltà certi fiori dell’animo umano, indeboliti da una borghesia sfatta, ritrita, da un tedio antipatico e repellente. L’urgenza di non essere mai se stessi è il vero punto forte della direzione degli attori, nonostante a volte pesi qualche dislivello di qualità.

Ora s’attende il debutto, per comprendere se e come quell’interno asettico possa farsi lente d’ingrandimento per equilibri da comprendere, palafitte fragili del sistema-famiglia. Saltiamo in groppa a uno dei Carri, lasciandoci guidare dal Reggimento.


LE MUSE ORFANE

di Michel Marc Bouchard
allestimento: Roberto Corradino/Reggimento Carri
produzione: Festival Castel dei Mondi di Andria, OFFicINa di Triangolo Scaleno Teatro
con: Beatrice Ciampaglia, Roberto Corradino, Tatiana Lepore, Simona Senzacqua
durata: 50’
applausi del pubblico: 1’ 30’’

Visto a Roma, Teatro Palladium, il 17 maggio 2009
Festival Teatri di Vetro 3

 

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