Le poesie in esilio di Lenz Rifrazioni

Exilium - La grande cicatrice

Exilium – La grande cicatrice

Lenz Rifrazioni ha inaugurato la nuova stagione in concomitanza con i festeggiamenti per il 25 aprile; e l’anniversario della liberazione dal nazifascismo è diventata occasione per proporre poesia e riflessione storica in un habitat di performance e arte visuale. Habitat come il titolo del progetto a cui Lenz dedica questa stagione, Habitat Pubblico 014, che nella pluralità di proposte si occuperà anche del tema della Resistenza lungo l’arco del 2015, settantesimo anniversario della liberazione.

“Exilium_ La grande cicatrice” è il riallestimento di uno spettacolo debuttato nel 2009 con cui Lenz Rifrazioni si riconfronta con l’elaborazione del concetto di esilio, intersecando i versi del poeta latino Ovidio, scritti per l’appunto durante l’esilio in Romania, con quelli del poeta ebreo rumeno Paul Celan, la cui opera più nota (“Fuga dalla morte”) è dedicata all’orrore del genocidio nazista.

La performance è un componimento visivo che accoglie l’interprete, Valentina Barbarini, in un covo di due giacigli e un tavolo di metallo, il freddo spaccato di una prigione custode di tragici destini. Un cilindro alle spalle della scena proietta immagini convesse di paesaggi industriali, cantieri e scheletri di edifici che inglobano e confinano la performer in un tempio di visioni meta-urbane.


La drammaturgia incarna due figure femminili, due simboli di altrettante culture che la storia ha opposto in drammatici conflitti, qui riunite nello spaesamento della contemporaneità fatta di gru e cemento. Sono Sulamith, l’Amata del Cantico dei Cantici e personificazione della nazione ebraica, e Margrete, l’Amata dell’Urfaust di Goethe, simbolo letterario della nazione tedesca, entrambe esiliate in un errante figura nuda.

Matrice perpetua dei progetti di Lenz Rifrazioni è la ricognizione multidisciplinare nelle tensioni filosofiche ed estetiche, così come l’indagine nelle profondità più arcane della parola. Questa ricerca si consuma in “Exilium” tramite un corpo prestato alle evocazioni più estreme del divenire poetico, un corpo che sorge da una matassa di capelli per mimetizzarsi in una sorta di fantoccio al servizio del fitto intreccio di agonie e invettive che i poeti imbastiscono.

Per quanto la creazione conceda poco all’elusione di certi disagi d’intelligibilità, lo straniante senso di oppressione della materia trattata non intacca la conseguente idea di disumanizzazione che l’installazione visiva immette nell’anima della performance.

Mentre i paesaggi sonoro-rumoristi incastrano efficacemente l’esposizione scenica negli angoscianti territori del confino, l’imagoturgia dei video fondali sembra squagliare la realtà in una vorticosa fuga che tutto appare tranne che liberatrice, inghiottita dalle forme e dagli orizzonti di un’edificazione votata al disadattamento. Due vie distinte ma che conducono entrambe alla stessa condizione umana di sofferenza e oblio.

Come spesso accade in questo genere di componimenti teatrali, è la molteplicità di visioni ed interpretazioni che arricchiscono l’esperienza dello spettatore ad essere la misura della riuscita del lavoro.

EXILIUM_LA GRANDE CICATRICE
dai Tristia di Ovidio, Il cantico dei cantici, Urfaust di Goethe, Todesfuge di Celan
creazione: Maria Federica Maestri, Francesco Pititto
traduzione e Imagoturgia: Francesco Pititto
installazione: Maria Federica Maestri
interprete: Valentina Barbarini
musica: Andrea Azzali_Monophon
disegno luci: Gianluca Bergamini, Alice Scartapacchio
organizzazione: Ilaria Montanari, Elena Sorbi
comunicazione: Giulia Morelli
produzione: Lenz Rifrazioni

durata: 39′
applausi del pubblico: 1′ 12”

Visto a Parma, Teatro Lenz, il 27 aprile 2014


 

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