Le Presidentesse di Lupinelli: sprofondare nella lingua che si fa carne

Maurizio Lupinelli

Maurizio Lupinelli

Debutterà il prossimo 30 giugno al festival InEquilibrio di Castiglioncello (Li) l’ultimo lavoro di Nerval Teatro, che metterà in scena “Le Presidentesse” di Werner Schwab per la regia di Maurizio Lupinelli.
Un testo duro, rivisitato da Rita Frongia, che vede in scena tre attori dai tratti molto diversi: Elisa Pol, Federica Rinaldi e lo stesso Lupinelli.
Parliamo con lui di questo lavoro, seconda parte del pluriennale Progetto Schwab, cercando di approfondire le potenzialità dell’opera del drammaturgo austriaco.

Cosa ti ha portato a lavorare su Schwab?
Sicuramente la forte vicinanza dei temi e la sua radicalità, che molto si avvicinano al percorso che ho fatto in tanti anni, ma soprattutto il rapporto tra scena e corpo (sprofondare nella lingua che si fa carne), dove il corpo dell’attore non ha appigli, se non la propria essenza cruda e nuda. Due cose mi hanno colpito del testo: la prima è sicuramente la sua bellezza; la seconda è la possibilità di dare centralità al lavoro dell’attore, al suo corpo e alla sua voce. In verità erano anni che attendevo il momento giusto per cercare di metterlo in scena.

Le Presidentesse: partiamo dal lavoro attorale, degli interpreti con cui hai scelto di lavorare e della scelta di essere in scena.
Nel nostro lavoro partiamo da corpi e linguaggi particolari, dal loro vissuto. Avevamo bisogno di corpi che potessero sprofondare in quelle parole apparentemente violente, ma che, allo stesso tempo, potessero donare quella santità – per usare un termine caro a Genet – e potessero cavalcare quelle parole senza filtri e senza inganni. Di conseguenza, quando ho pensato agli attori che potevano provare a dare voce alle tre figure terribili de “Le presidentesse” (Erna, Grete e Maria), non ho avuto dubbi… Non potevano che essere Elisa Pol, Federica Rinaldi – una ragazza disabile con cui lavoro da molti anni a Castiglioncello – e naturalmente io.
Mi piace pensare a questo terzetto sulla scena come a tre linee completamente abbandonate alla propria solitudine, ma al contempo unite da un’unica via: la rappresentazione come atto liberatorio, per dirla alla De Sade. Per capire il male bisogna attraversarlo senza mezzi termini.

Il lavoro drammaturgico: come avete rielaborato il testo?
Per questo lavoro ci siamo avvalsi della preziosa collaborazione di Rita Frongia, con cui abbiamo lavorato intensamente sul testo direttamente in scena, cercando di capire le parole e il loro senso a partire dai corpi degli attori. Il suo è stato un lavoro fondamentale, visto che, oltre ad essere una drammaturga, è anche un’attrice e conosce bene le dinamiche della scena. Il suo è stato un prezioso lavoro di asciugatura e scomposizione di alcune parti troppo verbose e ripetitive. In questo modo ha conferito un’unità più diretta al testo e di conseguenza anche agli attori.


Elisa Pol

Elisa Pol

Schwab ha lasciato scritta un’indicazione iniziale degna di nota: “Il linguaggio e le presidentesse che lo esprimono sono una cosa sola. Esporre (spiegare) se stessi è un lavoro, quindi incontra resistenza. La rappresentazione dovrebbe evidenziare questo sforzo”. Registicamente come hai affrontato la questione?
Non è facile rispondere, è troppo presto, visto che ho chiuso proprio in questi giorni il lavoro. Posso però dire che le voci e i corpi degli attori portano in scena tre distonie, tre musiche, tre inciampi, cercando di capire come masticare quelle parole “tante”, quel linguaggio così crudo, ironico, patetico e feroce. Siamo partiti da lì, poi abbiamo capito che tutta la prima parte poteva avere un taglio da farsa nera, e in questo anche lo spazio scenico ci ha indicato la strada: un luogo astratto, un antro infernale di cucina.
Invece la seconda parte ci ha portato in un luogo dove le parole e i corpi assumevano un tono d’avanspettacolo macabro.

Il potere della parola: la seconda scena è un’evocazione continua, un racconto di una scena solo immaginata in cui si rendono presenti molti personaggi. Tra questi si potrebbe considerare anche il resto umano, lo scarto per eccellenza. ‘Drammi fecali’ è il macrotitolo dell’unica traduzione italiana di Schwab, e in questo pezzo in particolare è evidente perché, visto il ruolo delle feci (anzi, letteralmente, della merda) tra le parole del testo. Che pensi di questo elemento drammaturgico?
“Merda e Luce” è anche un titolo di un libro di Moresco. In Schwab mi sembra che questo elemento drammaturgico sia una cosa naturale, poiché mette in relazione vari mondi, come la famiglia, la Chiesa, la politica, il potere.
Penso che è proprio dal basso che a volte parte il male.
Chi è al potere? Chi gli dà la possibilità di arrivare lì? Perché l’uomo è crudele? Perché vado in chiesa? Perché mia madre è andata in manicomio? Perché devo faticare a vivere?
Questo è il senso delle tante parole nei testi di Schwab. Ma soprattutto chi le dice (l’attore santificato nel puntare il dito nella piaga).

Schwab mi dà l’impressione di fare solo finta di scontornare bianco e nero, puri e impuri, buoni e cattivi, vittime e carnefici. Ogni volta che delinea un assassino, o un borghesuccio avido, mi sembra che subito ne mostri anche contemporaneamente il lato umano, di apertura in un certo modo, che sta proprio nel senso di caduta, di solitudine, di bruttezza. Così come i ‘puri’ a volte hanno tratti che possono risultare irritanti. E’ un tratto ambiguo della sua penna che consente molte possibilità. E’ un mio fraintendimento?
Non so se è un fraintendimento. Posso dire che quello che mi commuove è il senso dell’orrore per il mondo e per se stesso di Schwab, anche se affermato attraverso il filtro della scrittura scenica. Ma era un modo per cercare di dare un senso all’attraversamento o smarrimento della vita.

“Il mondo è quel che se ne fa” ha scritto Stevens. Potrebbe valere anche per il teatro. Che teatro è quello che fai, qual è il suo fulcro?
Credo nella radicalità della scena, nell’origine del corpo dell’attore, nel corpo che si fa teatro. Cerchiamo di tenerci in contatto con gli antenati, con la tradizione. Se si è coerenti, il tradimento (ovvero la “traduzione”) può diventare fuoco, quindi può nascere un‘urgenza vera che ti porta là dove i sogni regnano “nell’impossibile”.

La prossima tappa del Progetto Schwab…
Prevede la messa in scena di un lavoro tratto da “La mia Bocca di cane”, un monologo che mi vedrà in scena con la regia di Claudio Morganti, mentre il testo sarà di Rita Frongia. Il debutto è previsto nel mese di luglio del prossimo anno.
 
Vi lasciamo alla bella photogallery, con immagini in anteprima, realizzata da Guido Mencari.

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