Le registe di Latella. In Biennale con Béasse, Cipriani e Ferracchiati

Roses di Nathalie Béasse (photo: Wilfried Thierry)
Roses di Nathalie Béasse (photo: Wilfried Thierry)

Antonio Latella ha aperto i quattro anni di mandato alla direzione artistica della Biennale Teatro di Venezia nel modo più “semplice” e naturale: è partito dall’inizio.
Di che cosa è fatta quella creatura che, una volta entrata nella scatola nera, chiamiamo rappresentazione teatrale?
Da dove arrivano quelle anime che – vestendosi di parola, movimento, suono – riconosciamo come personaggi?
L’inizio è la scintilla, un incontro occasionale, una fiaba, un’immagine, una musica, un innamoramento…
L’inizio è la chiave che apre una soglia tra conscio e inconscio; poi c’è il bosco, il cammino, lo smarrimento, i sassolini, e un sipario: il passaggio spazio-temporale dove il caos prende forma.

Non è facile distillare in parole la complessità di un processo creativo; lo abbiamo visto durante gli incontri con le artiste ospiti di questa edizione. Si è ravvisata quasi una sorta di imbarazzo, o difficoltà, da parte loro, nell’andare a rimettere mano nella fanghiglia creativa in cui tutto si accavalla. Difficile ritrovare un ordine temporale: qualcosa viene dimenticato per sempre, qualcos’altro si depotenzia perchè l’energia creativa ha trovato forma nella rappresentazione. Il processo creativo è poi un processo in atto, spesso poco lineare, “liquido”, complesso quindi da fermare e delimitare con le parole, meglio l’azione.

Latella ha scelto infatti di raccontare il percorso creativo di ogni artista attraverso delle mini-personali di due-tre-quattro spettacoli per ciascuna delle registe invitate.
Efficace è stata la scelta di Nathalie Béasse di presentare i propri lavori attraverso un percorso a ritroso, dal più recente al più datato: “Le bruit des arbres qui tombent” (2017), “Roses” (2014), ”Tout semblait immobile” (2013) e ”Happy child” (2008).
L’apertura di ogni sipario è venuto così a creare un percorso a imbuto, che ha lasciato intravedere come il complesso e variegato ventaglio scenico degli ultimi lavori si sia dipanato da un bagaglio culturale intimo, raccolto, più narrativo, poi esploso in un intreccio di codici diversi: poesia, arte visiva, danza, musica, cinema, pittura, fotografia. Di come sia cresciuto in modo esponenziale il lavore fisico sull’attore, un vero atleta sul palco, come gli oggetti, i costumi e i travestimenti abbiano perso il loro “peso” narrativo, acquisendo una leggerezza poetica, quasi un antidoto alla pesantezza del mondo, delle relazioni familiari e dei rapporti di potere tra le persone, che la regista francese indaga attraverso una drammaturgia rapsodica, di metamorfosi che si fanno e poi si disfano nel silenzio, creando nel pubblico una sensazione di smarrimento per la mancanza di un appiglio come punto di arrivo.

Ha preferito invece partire dall’inizio Maria Grazia Cipriani, “la signora del teatro italiano”, come l’ha definita Latella.
Ed è particolare che questo inizio abbia coinciso con la messa in scena di una favola, quella di “Biancaneve” del 1983. Si sa, le fiabe hanno un potere iniziatico, e sono molto più che racconti fantastici per bambini; il loro scopo non è solo quello di intrattenere, anzi di solito sono pen poco rasserenanti, ma quello di trasmettere archetipi di vario genere.
“Biancaneve” è stato il primissimo allestimento per la Cipriani e la compagnia del Teatro del Carretto, ed è considerato dalla stessa regista il proprio piccolo manifesto poetico. Ancor oggi, a distanza di più di trent’anni, dopo avere girato il mondo in lungo e in largo, il teatro di figura di questa Biancaneve riesce a incantare il pubblico di ogni età con la sua “baracca”, che ha le forme di un armadio dalle magiche aperture; spettacolare è la tridimensionalità e la minuzia della scenografia, e poi c’è la delicatezza dei movimenti dei burattini, e l’emozionante uso drammaturgico e coreografico del melodramma.
La regista ha scelto di portare in Biennale anche “Pinocchio”, realizzato nel 2006, e “Le mille e una notte” del 2014 per mettere in luce l’evoluzione del linguaggio e dello studio portato avanti negli anni insieme allo scenografo Graziano Gregori. Un passaggio che ha visto mettere da parte l’uso della maschera, e il rapporto tra l’essere umano e quello inanimato, per dare sempre più spazio all’attore, alla parola e al “teatro”, nella loro capacità di sviluppo metamorfico, mentre l’elemento magico e simbolico della favola, specie in “Le mille e una notte” sfuma sempre più, e si fa pretesto per entrare (in alcuni casi con siparietti un po’ troppo forzati e un uso didascalico della musica) nella crudele e tremenda attualità del triangolo amore-violenza-morte.

E’ sicuramente vinta la scommessa di Latella di portare in Biennale i lavori di Livia Ferracchiati, la più giovane regista di questa edizione.
Il suo approccio alla scena è semplice, diretto, emozionante; la drammaturgia è originale, pulita, sincera, delicata ma né romantica e né ingenua. Quasi un toccasana, nella esplosiva e provocatoria complessità della regia al femminile.
Nei suoi lavori il palco rimane pressoché spoglio e c’è un uso attento delle luci, rivolto a calamitare l’attenzione sull’attore, dove tutto si concentra.
”Todi is a small town in the centre of Italy” del 2016 è un’altra “piccola patria” che mette in luce e in ombra le tensioni opposte dell’essere comunità, famiglia, gruppo in cui si manifesta la crescita dell’essere, della personalità. Ne vengono fuori, anche con efficace ironia, le forze contrapposte e sottese al binomio protezione-controllo che salva e intrappola, attrae e rigetta, come tutto ciò che può rappresentare un porto sicuro e allo stesso tempo un recinto trincerato; in mezzo ci sta l’individuo, che può accetarne o combatterne le paure, le convenzioni, e che in ogni caso è posto di fronte a una scelta: cosa fare? Rimanere, combattere, partire?

Stabat Mater (photo: Lucia Menegazzo)

Stabat Mater (photo: Lucia Menegazzo)

Peter pan guarda sotto le gonne” del 2014 e “Stabat Mater” del 2017 sono invece i primi due capitoli di una trilogia con la quale la regista e la sua compagnia The Baby Walk indagano il tema dell’identità in fasi diverse dell’età; il terzo capitolo, “Un eschimese in Amazzonia”, non presente in cartellone, ha da poco vinto ex aequo il Premio Scenario 2017.
“Peter Pan” affronta il tema dell’identità di genere come dicotomia tra corpo e mente, accostandolo con sapienza, parola e danza, con una tale delicatezza – e si potrebbe dire spontaneità – da riuscire veramente a parlare a tutti. E’ auspicabile che questo lavoro abbia la possibilità di girare e entrare nelle scuole, perchè ha in sé un grande valore politico, per quella capacità in potenza di far cambiare il punto di vista su una tematica considerata scottante e più volte soggetta a censura.

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