Il Lear di Bond / De Capitani, tra muri visibili e invisibili

Lear (photo: Sveva Bellucci)
Lear (photo: Sveva Bellucci)

Muri innalzati dalle classi sociali dominanti per autodifesa, per marcare frontiere e autocelebrarsi nell’esercizio del potere. Muri che hanno segnato la nostra storia, come la Grande muraglia cinese o il muro di Berlino, e vengono invocati nel nostro presente buio per respingere chi cerca solo la libertà. Muri come confini invalicabili dell’anima, luoghi delle paure dei popoli, barriere fisiche e mentali che nemmeno le rivoluzioni possono intaccare. Come dimostra il “Re Lear” di Edward Bond, andato in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano.

Il drammaturgo inglese, nel suo testo del 1971, pone l’attenzione sul legame indissolubile tra potere e violenza. È una drammaturgia densa di suggestioni politiche, storiche e filosofiche. Sono evidenti i richiami ai muri novecenteschi, ai regimi totalitari, all’ineluttabilità del reale.
Bond realizza un’intensa indagine psicologica sugli orrori del potere. È un testo potente, al servizio di una regia, quella di Lisa Ferlazzo Natoli, accurata, valorizzata dall’ottima interpretazione di Elio De Capitani. Un sodalizio già sperimentato con il radiodramma “The Testament of This Day”. Tanto che sembra che Bond abbia esplicitamente chiesto a De Capitani di interpretare Lear dopo averne ascoltato il radiodramma.

Re Lear, potente e spietato sovrano di un’epoca indefinita, crede nel valore del muro alla cui realizzazione sta dedicando gran parte della propria vita. Le sue due figlie, Bondice e Fontanelle,  intendono sposare i sovrani dei territori vicini – dicono – per comporre i dissidi con i popoli confinanti. In realtà le due perfide donne, attraverso i mariti, portano avanti la guerra e il progetto di spodestare il padre. In mezzo c’è anche la rivoluzione dei contadini.
E quando il re rinnega le figlie queste ordiscono una trama contro di lui. Così il re si rifugia, sotto mentite spoglie, a casa di un contadino, la cui moglie aspetta un figlio.
È un mondo rurale semplice. Ma fuori imperversa la guerra, e uno dei soldati del re fa irruzione nella fattoria, uccide il contadino, macella i suoi maiali, violenta la moglie.
Il climax di violenza e terrore è potentissimo. Intanto, Bondice e Fontanelle progettano di vincere la guerra e condannare a morte il padre. Ma quest’ultimo non è destinato a soccombere.
Tornato in patria dopo il governo delle figlie e la rivoluzione dei contadini, il re comprenderà l’inutilità del muro e  proverà inutilmente a tirarlo giù.


Il lavoro del cast è intenso: otto interpreti (oltre a De Capitani, Francesco Villano, Maria Pilar Perez Aspa, Alice Palazzi, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala e Diego Sepe) danno corpo e voce a ben trentacinque personaggi, un numero che potrebbe in effetti disorientare il pubblico, ed ecco perché si sceglie di proiettati i nomi dei personaggi in scena.
De Capitani riveste di umanità il suo Lear. Il protagonista appare quasi ammaliato quando percorre il sentiero doloroso dalla cecità dell’anima cui lo ha indotto il potere, fino alla presa di coscienza che le sue paure e debolezze possono anche trasformarsi in umanità. Fra gli altri interpreti spicca Leccese, nei panni di un soldato efferato, protagonista di una delle scene violente più importanti dello spettacolo.

La regia è curata, dall’attenzione alla musica ai costumi: le figlie di Lear in eleganti abiti scuri, Lear in camicia bianca, avvolto in una giacca di pelliccia che ne sottolinea candore e potenza. La scenografia ricrea, tramite impalcature sospese di tubi metallici, la labirintica conformazione dell’animo umano e la sua tensione verso la creazione di barriere e confini.

Quella proposta all’Elfo Puccini – coprodotta con Teatro di Roma e Lacasadargilla – è una lettura dell’opera approfondita e accurata, che tuttavia, proprio perché pretende di non lasciare imbattuto nessun sentiero narrativo, manca di compattezza. Nonostante la semplicità del nucleo narrativo, le diverse vicende che si dipanano lungo il dramma e gli episodi cruciali che scandiscono la vita dei protagonisti appaiono slegati. E in un disegno registico così articolato, si sente un po’ la mancanza di un richiamo più esplicito all’attualità, a quei muri che ancora oggi vengono (ri)proposti come panacea ai problemi di immigrazione e criminalità.

LEAR
di Edward Bond
traduzione Tommaso Spinelli
adattamento e regia Lisa Ferlazzo Natoli
con Elio De Capitani, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Alice Palazzi, Pilar Perez Aspa, Diego Sepe, Francesco Villano
suono Alessandro Ferroni e Umberto Fiore
scene Luca Brinchi, Fabiana Di Marco, Daniele Spanò
luci Luigi Biondi
disegno video Maddalena Parise
realizzazione immagini a china Francesca Mariani
costumi Gianluca Falaschi
coproduzione Teatro di Roma, Teatro dell’Elfo e Lacasadargilla

durata: 2h 10’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 30 aprile 2017

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