L’ecologica anguria di Massimiliano Civica

Civica - Soprattutto l'anguria

Soprattutto l’anguria (photo: romaeuropa.net)

«Penso sempre che chi ha talento per una cosa alla fine non ci si dedica più di tanto. Gli artisti di professione sono quasi sempre dei frustrati che non riescono a fare quello che sperano di saper fare. E questo vale un po’ per tutti i mestieri. Io per esempio voglio fare i soldi. E invece canto molto bene».
L’intelligenza sardonica di questa ‘boutade’ potrebbe senza sospetti provenire da uno di quei primi geniali film di Woody Allen, in cui l’umorismo è talmente dentro a ogni parola della sceneggiatura da diventarne il vero e proprio corpo testuale, l’essenza.

Invece stiamo citando da “Soprattutto l’anguria”, il bel testo di Armando Pirozzi che Massimiliano Civica ha messo in scena con la solita abilità per il Romaeuropa Festival. Il nodo centrale del racconto non potrebbe essere più tradizionale: due fratelli si incontrano dopo molto tempo, perché uno dei due porta all’altro la notizia della morte del padre. Fin dalle primissime battute, però, capiamo quanto la circostanza canonica sia innervata di energie attuali e spiazzanti dalla scrittura di Pirozzi, la cui perizia stilistica sa dosare in tempi calcolati le sue rivelazioni. Rivelazioni all’insegna del paradosso: la scena si svolge in una casa in mezzo alla giungla, in cui il fratello interpretato da Diego Sepe si è rifugiato da tempo nella sicurezza di libri e incensi, e dove è raggiunto da Luca Zacchini, che in un’antitesi pur’essa tradizionale ha invece il ruolo del fratello urbanizzato. Sapremo presto che anche il resto della famiglia non ama i passatempi banali, essendo la madre una suora laica nel deserto e la sorella a cucinare torte ai mirtilli negli igloo; ed anche la morte del padre non ha proprio gli stigmi della normalità, sempre se di morte si può parlare, visto che al pover’uomo capita di essere rispedito a casa dall’India in un frigorifero dopo una trance metapsichica finita male.

La relazione in scena fra i due fratelli è in realtà quasi monodirezionale: a Zacchini è affidata la pronuncia dell’intero testo, un treno di parole gettato in corsa folle sui binari della voce, mentre Sepe si chiude in un silenzio ostinato i cui sussulti interni ci arrivano solo attraverso le rigide contrazioni del volto. Zacchini riesce a mantenere per tutta la durata dello spettacolo, con straordinaria costanza, un recitato veloce e per larghi tratti senza modificazioni intonative, come se una sorta di timidezza gli impedisse di esaltare l’arguzia ironica del testo. Eppure, proprio l’apparente monotonia, l’osmosi quasi involontaria fra testo e dizione, scatenano l’effetto pensato dal drammaturgo: non solo la giostra dirompente e quasi feroce di trovate eccentriche (il preambolo sui divani a forma di seno, o i cinesi che chiedono cosa fare del profluvio di barba del padre intrappolato nel Nirvana, solo per dirne due), ma anche le pause e i silenzi strappano, con abilità antica, la risata del pubblico.
Il silenzio del fratello “meditativo” è talmente studiato e reso eloquente dall’attore e da Civica che a volte, prima che lo spettacolo prenda una piega più tragica, si ha la sensazione di trovarsi davanti a qualche vignetta dei Peanuts, e per crederci mancherebbero solo i mitici tre puntini di sospensione nel fumetto sopra Charlie Brown.     

Senza perdere nulla in intensità paradossale, anzi quasi esponendola fino al parossismo, il testo di Pirozzi disvela i suoi aspetti più ambigui e profondi. Una poltrona, un poggiapiedi e una lampada da tavolo, quasi gli unici componenti della scenografia, possono con qualche spostamento comporre lo scheletro di un automobile.
I due fratelli si muovono senza spostarsi, come in fondo tutto il testo fa. Il racconto di Zacchini comincia come a incrinarsi, scosso da isterismi di fronte a cui l’unico riparo possibile sembra essere l’artificialità («Ci vuole molta città e molta casa, per rimettere tutto in ordine»).

Il disordine del mondo e lo pseudo-ordine della mente si scontrano senza punti di riferimento: il paradosso allora perde la sua connotazione fantasiosa e si contrae in nascondimento, in ambigua oscurità. Emerge lo spettro di una colpa; la polarità fra i due fratelli diventa simbolica, suggerendoci la scelta impossibile fra il troppo pieno (della recitazione di Zacchini, della spiritualità facile delle religioni orientali banalizzate, di una farragine mercantile talmente pervasiva che rivelare il codice segreto del bancomat e uccidere un uomo diventano errori comparabili) e il troppo vuoto (il silenzio di Sepe e il distacco della fuga). Pieno e vuoto intesi anche in senso etico e artistico, come lo scontro fra un’arte e una visione del mondo consolatorie, fino al punto in cui la verità è affermata con forza talmente aprioristica da ingoiare sé stessa e diventare a sua volta negazione del rimosso, e l’opposto nichilistico di un silenzio che quasi sempre nasconde il vuoto di amore e compassione, la paura di affrontare le proprie responsabilità, con una complessità soltanto mimata, formale, difensiva.

La regia di Civica dimostra nel modo più semplice e diretto, ovvero con uno spettacolo ben fatto, quanto il lavoro sul testo e il sottotesto siano risorse ancora ricche di territori da esplorare. Due bravi attori, un testo di qualità e soprattutto non a tesi (cioè pronto a interrogarsi, a rivoltarsi e accorgersi della contraddizione), un regista “ecologico” per pulizia e servizio al messaggio. Come un libro di Calvino: sembra semplice, e invece si conficca nella mente coi suoi dubbi.

SOPRATTUTTO L’ANGURIA
di Armando Pirozzi
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Diego Sepe e Luca Zacchini
luci a cura di Gianni Staropoli
assistente alla regia Valentina Curatoli
si ringrazia Armunia/Festival Inequilibrio
in corealizzazione con Teatro di Roma
durata: 1 h 15′
applausi: 3′ 30”

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 13 ottobre 2012


 

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