Lenz Rifrazioni: sibille in un’isola per cani

L’isola dei cani
L’isola dei cani

L’isola dei cani di Lenz Rifrazioni (photo: lenzrifrazioni.it)

Cinque sibille: è con queste figure antichissime ed enigmatiche che Lenz Rifrazioni porta in scena la nuova creazione performativa per indagare la crisi del nostro tempo.

Continua così il viaggio artistico che, con rigore e sensibilità, il gruppo di Parma porta avanti dal 1985; un percorso indissolubilmente legato alla continua ricerca di nuove sperimentazioni visive e nuovi linguaggi teatrali contemporanei.

Cinque quadri per cinque attrici (Sandra Soncini, Elena Sorbi, Valentina Barbarini, Barbara Voghera, Monica Bianchi) in un’opera declinata tutta al femminile.
Dall’Eneide alla Cappella Sistina di Michelangelo, da Ovidio a Eliot, fino a Hölderlin e Celan: questi alcuni degli orizzonti drammaturgici a cui l’opera si ispira e in cui si innestano alchimie dall’Eneide, su cui la compagnia sta lavorando per la prossima produzione, strutturata in un organismo di paesaggi e visuali autonomi connessi dai racconti di totale solitudine delle cinque sibille, sgomente e inquiete nel loro deserto esistenziale.
Struttura a cinque movimenti dunque, come la tragedia antica, come una sinfonia, come la Waste Land di Eliot, poderosa ossatura del lavoro: Sepoltura, Partita, Bruciando, Agua, Tuono.

La scena è un’isola di sabbia, circondata da sette schermi invasi da immagini e visioni di dettagli del mondo, naturale e domestico. Unici abitanti dell’isola (una penisola realmente esistente nell’East End di Londra nell’ex area commerciale delle Docklands) cinque cani in vetro resina, muti testimoni e partner delle sibille nel loro desolante scrutare i residui del mondo che le circonda. E’ un universo immerso che ringhia, che si espande in interstizi emotivi dove la voce è l’unica cosa che il destino lascia.

Unico elemento scenografico è la poltrona elettrica dove siedono le cinque donne, trono semovente che trasforma i corpi, deviandoli nella massima disabilità fisica, pervadendo e trascinando tutta l’opera.

E’ un testo che si sedimenta in un rebus, in una narrazione non lineare dove le sibilline presenze si alternano apparendo e svanendo in una composizione iconica, aprendo al pubblico la loro personale isola dominata da inospitali paure, inquietudini e un denso fluire di sensazioni complesse.
In un cimitero di memorie è la sibilla Cumana che apre la sequenza dei capitoli, donna al di fuori di tutti i canoni di bellezza e totalmente “altra” rispetto alla figura dell’eroina, che parla per enigmi e permette grandi esperienze esistenziali.
Si susseguono poi, in un’imagoturgia conturbante, una sibilla adolescente, saltellante tra violenze e desideri, nevrotica e dirompente nel suo stile “pulp” e sensualmente profetico. È la volta poi di un Tiresia contemporaneo, vecchio profeta cieco con le tette da donna, una sorta di trasngender accompagnato da un fedele cane guida (in carne ed ossa questa volta), che trasforma la scena in una proto-discarica di immondizie e trova il connubio ideale nella Didone sedotta e abbandonata.
In Agua una sibilla michelangiolesca ricrea ogni volta un testo non fisso, che varia di replica in replica come una sua personale profezia, lanciando ammonimenti e anatemi. E infine la sibilla Eritrea del giudizio universale, che emana una danza di cemento disidratata e dolorante, smarrendosi tra sacre profezie, citazioni di vangeli apocrifi, ed esitando a risvegliare le coscienze umane, approcciando l’ultima metamorfosi in un ghigno mesto e salmodiante.

I cinque quadri sono intessuti dalla partitura musicale elettronica di Andrea Azzali, storico collaboratore della compagnia, che costruisce un habitat sonante dove la musica, insieme alla drammaturgia e alle immagini, è uno dei pretesti su cui agire e lavorare. Un lavoro musicale notevole e disseccato, dove si agita un dialogo tra le composizioni polifoniche delle “Prophetiae Sibyllarum” di Orlando di Lasso (1560), e le voci delle attrici, scomposte e frammentate in echi e riverberi. Un risonante attraversamento del sacro, un affresco rumoroso composto senza tempo e senza spazio in una messa di rivelazioni e predizioni.

“L’isola dei cani” è un’esplorazione radicale di tensioni filosofiche e inquietudini estetiche della contemporaneità, è un carotaggio esistenziale dove ruvidamente trionfa l’estremismo concettuale di questa creazione performativa, originalità e al tempo stesso inevitabile limite del lavoro, che ne esaltano l’ipnotico impatto emotivo ma ne evidenziano pure la disagevole assimilazione.
Una prova importante per la prosecuzione di un viaggio che non tarderà a inoltrarsi.

L’ISOLA DEI CANI 1. Sepoltura 2. Partita 3. Bruciando 4. Agua 5. Tuono
creazione: Maria Federica Maestri, Francesco Pititto
traduzione, drammaturgia, imagoturgia: Francesco Pititto
installazione, elementi plastici, regia: Maria Federica Maestri
musica: Andrea Azzali
interpreti: Sandra Soncini, Elena Sorbi, Valentina Barbarini, Barbara Voghera, Monica Bianchi
produzione: Lenz Rifrazioni
durata: 1h 31′
applausi del pubblico: 1′ 02″

Visto a Parma, Teatro Lenz, il 21 maggio 2011