Les Troyens di Berlioz nel grande affresco di McVicar e Pappano

Les Troyens (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano)

Les Troyens (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano)

Il sole era all’inizio del suo tramonto, quando siamo entrati al Teatro alla Scala di Milano per assistere a “Les Troyens” di Hector Berlioz. Ne siamo usciti più di cinque ore dopo, mentre mancava un’ora alla mezzanotte.

Ma ne è valsa la pena, perché raramente i nostri occhi, le nostre orecchie e il nostro cuore sono stati così solerti nel gustare pienamente un’opera, fra l’altro tanto multiforme e, almeno per noi (ma pensiamo non solo per noi) così desueta. Merito principalmente dell’orchestra, del suo direttore e della regia, cosa rara di questi tempi.

Un’opera colossale quella del musicista francese, composta fra il 1856 ed il 1858, stesa dall’autore in alessandrini, che, data la vastità della partitura e la complessità della messa in scena, incontrò grandi difficoltà sin dall’inizio, dovendo essere divisa in due parti più brevi, “La Prise de Troie”, della durata di un’ora e mezza, e “Les Troyens à Carthage”, di due ore e mezza.


Il compositore riuscì a vedere soltanto la rappresentazione della seconda, che avvenne al Théâtre Lyrique di Parigi il 4 novembre del 1863 con la sua direzione, dovendosi tra l’altro accollare il pagamento di alcuni orchestrali aggiunti e da lui ritenuti indispensabili.

La prima parte, invece, venne eseguita in forma di concerto nel 1879. L’opera integrale, pressoché completa, venne eseguita per la prima volta a Karlsruhe nel dicembre 1890.

Al Teatro alla Scala questa è la quarta volta in cui “Les Troyens” va in scena.
La prima risale al lontano 1960, ma in versione ritmica in italiano. Versioni integrali vennero presentate (per poche repliche) nell’82 e nel ’96 con la regia di Ronconi e, sul podio, Prêtre nel 1982 e Davis nel 1996.

L’opera fu concepita da Berlioz come una “tragédie lyrique”, da contrapporre alle altre forme dell’opera, sia al melodramma verdiano, come al “grand opéra”, ma soprattutto all’ascesa dell’epopea wagneriana, che allora acquistava sempre maggior risalto in tutta Europa.

Per far questo Berlioz divise il suo capolavoro in cinque atti, utilizzando un organico orchestrale copiosissimo, ancor più di quelli richiesti dalle opere di Wagner (fra l’altro tre arpe), e ben 22 solisti che si destreggiano tra cori, marce, ariosi, pezzi d’insieme, balli e persino pantomime.

L’opera, come già anticipato, è nettamente divisa in due: nei primi due atti i protagonisti sono l’inascoltata profetessa Cassandra ed Enea, mentre negli atti III, IV e V all’eroe troiano fa da contraltare l’infelice regina Didone.
Nella prima parte infatti l’azione si svolge a Troia, e narra della consegna dell’inganno del grande cavallo di legno, dei presagi funesti di Enea, della caduta della città in mano ai Greci e del conseguente suicidio della sacerdotessa Cassandra.

Nella seconda parte l’azione si sposta a Cartagine, dove viene illustrato l’amore della regina Didone per Enea, la partenza di lui (spinto dalle ombre di Ettore, Cassandra e Mercurio a partire per l’Italia dove deve fondare una novella Troia, cioè Roma) ed il conseguente suicidio della donna, che giura vendetta all’eroe troiano, predicendogli l’odio perpetuo di Cartagine verso i Romani e l’arrivo di Annibale.

L’opera, come si evince sia dalla trama sia dalla temperie dall’epoca in cui è stata scritta, si presenta come un grande affresco che fonde insieme classicismo e romanticismo: il classicismo della storia viene infatti inglobato e idealizzato nel profondo sentimento romantico degli avvenimenti, da dove sopra tutto e tutti scaturiscono prorompenti, tra amore e fato, le immagini delle due dolenti protagoniste.

La parte ambientata a Troia è dominata dalla guerra, in un’atmosfera dai colori foschi: tutto è costruito con il ferro delle armi e di altri marchingegni, anche l’enorme cavallo che, con magnifico effetto, ad un certo punto invade la scena. Lo stesso climax ritornerà per la morte di Didone, anche nella “presenza” di Annibale, futuro vendicatore delle sofferenze della regina, rappresentato nel finale dell’opera come guerriero robotico.

Mentre i Troiani sono vestiti in abiti ottocenteschi, i Cartaginesi vengono presentati in fattezze arabeggianti, in un’atmosfera festosa dove la città appare come un anfiteatro risplendente con nel mezzo simbolicamente il suo modellino, che verrà prima utilizzato, in alto, come cielo stellato durante il duetto d’amore dei due amanti e poi, spezzato a metà, quando sarà chiaro che Enea lascerà Didone.

Ogni sentimento, ogni avvenimento è caratterizzato scenicamente e anche coreograficamente in modo inventivo, veramente pregnante e suggestivo, mai fuori luogo, anche attraverso un uso intrigante delle luci (di Wolfgang Gobbel riprese da Pia Virolainen) e dei fuochi che spesso invadono la scena.

Les Troyens (photo: © ROH_Bill Cooper)

Les Troyens (photo: © ROH_Bill Cooper)

E’ la musica qui che costruisce sempre effetti e suggestioni più della parola, con un uso spaziale degli strumenti, posti anche sui palchetti e in scena.
Berlioz si diverte con maestria a sperimentare ogni tipo di linguaggio, inserendo forme diverse, dal canto del marinaio che pensa alla patria lontana, all’aedo che accompagna l’ozio dei suoi padroni, ai cori e alle marce; dalla musica da balletto a quella d’atmosfera, che illustra la caccia e la tempesta, eliminando tutte le forme e le convenzioni operistiche, concedendosi l’estro di reinventarle come nel famoso duetto tra Enea e Didone “Nuit d’ivresse”, di cui si ricorderà sicuramente Offenbach per la sua più celebre “Barcarola”.

A volte, addirittura, è poi la sola musica ad accompagnare le azioni in scena, come il bellissimo arrivo di Andromaca, la moglie di Ettore, con il figlio, dove il clarinetto evoca in modo melanconico il dolore della morte del marito e del padre.

La produzione vista alla Scala vedeva uno dei suoi interessi maggiori nella presenza, come direttore d’orchestra, per la prima volta in un’opera a Milano, di Sir Antonio Pappano, che certo non ha deluso i suoi numerosi ammiratori, che già conoscevano le sue performance londinesi, di cui anche noi, almeno per una fortunata volta, eravamo stati ascoltatori privilegiati.
Il direttore ha dato un’ammirevole prova di sé, conducendo magnificamente tutto l’enorme organico dell’orchestra, dove ogni strumento ha trovato il suo peso e la sua misura, e dove ogni sfumatura della partitura è stata resa con rara efficacia.

La regia è firmata dallo scozzese David McVicar, coadiuvato dalle scene di Es Devin, mentre la produzione di un’opera così complessa ha visto insieme, oltre alla Scala e alla Royal Opera House di Londra (dove è avvenuta la prima rappresentazione dell’allestimento, nell’autunno del 2012), la Staatsoper di Vienna e l’Opera di San Francisco.

Veniamo infine ai cantanti parlando dei protagonisti, tutti di nome e di eccellente livello.
Nella parte di Enea Gregory Kunde, meraviglioso tenore che avevamo già apprezzato soprattutto in Rossini, e che, nonostante i suoi sessant’anni d’età, pur con qualche esitazione, ha dato grande risalto alla sua parte, sino alla grande aria nell’ultimo atto: “Inutile regrets!”.

Grandi ovazioni hanno accompagnato l’eroica Cassandra di Anna Caterina Antonacci, soprano che vanta un repertorio assai diversificato (la ricordiamo a Parigi sia come Poppea sia come Nerone in Monteverdi), che ha affrontato con ammirevole partecipazione e pertinente vocalità la sua parte; la passionale Didone di Daniela Barcellona è stata bravissima anche nell’affrontare la complicata e dolentemente esasperata scena finale (Adieu, fière cité… Haine éternelle à la race d’Énée!).

Insomma, per chi scrive, una serata davvero da incorniciare.

Les Troyens
Hector Berlioz

Grand-Opéra in cinque atti
Libretto di Hector Berlioz
 
Nuova produzione
In coproduzione con Royal Opera House, Londra;
San Francisco Opera e Wiener Staatsoper

Direttore: Antonio Pappano
Regia: David McVicar
Scene: Es Devlin
Costumi: Moritz Junge
Luci: Wolfgang Göbbel
Coreografia: Lynne Page

CAST
Enée Gregory Kunde
Chorèbe Fabio Capitanucci
Panthée Alexandre Duhamel
Narbal Giacomo Prestia
Iopas Shalva Mukeria
Ascagne Paola Gardina
Cassandre Anna Caterina Antonacci
Didon Daniela Barcellona
Anna Maria Radner
Hylas Paolo Fanale
Priam Mario Luperi
Un chef Grec Ernesto Panariello
L’ombre d’Hector Deyan Vatchkov
Hèlénus Oreste Cosimo
1er soldat Troyen Guillermo Esteban Bussolini
2eme soldat Troyen Alberto Rota
Un soldat Luciano Andreoli
Le Dieu Mercure Emidio Guidotti
Hécuba Elena Zilio

Durata spettacolo: 5 ore e 20 minuti inclusi intervalli
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *