Les Urbaines. Quando gli artisti hanno davvero qualcosa da dire

Melissa Tun Tun

Melissa Tun Tun

Si è da poco conclusa, in Svizzera, la 18^ edizione del festival Les Urbaines che ha avuto come protagonista la città di Losanna e in particolare dodici dei suoi spazi culturali, il Théâtre Arsenic in testa.

Les Urbaines è un festival che ha mostrato anche in quest’edizione di saper osare incontrando tantissimi giovani artisti indisciplinati e audaci: ognuno, a suo modo, ha sondato il dubbio, ha scandagliato l’ignoto, mostrato l’indesiderato senza volgarità o stucchevolezza, banalità o inutili provocazioni. Questi artisti, insomma, avevano realmente qualcosa da dire.
Sono state circa quaranta le permormance presentate, tra concerti musicali, spettacoli, installazioni, proiezioni ed esposizioni, tutte ad ingresso libero. 
Klp ha seguito soprattutto le arti performative tra le quali si è distinta la performance “Follow us” di Destiny’s Children, compagnia svizzera recentemente insignita del premio Schweiz, di incoraggiamento per le arti sceniche, composta da due giovani interpreti, Annina Machaz (davvero intensa la sua interpretazione) e Mira Kandathil. 
In “Follow us” con ironia e sagacia troviamo in scena Any Winehouse e Mariah Monroe. La scena è essenziale, una sedia e nulla più, il pubblico dentro il gioco: può scattare delle foto oppure tirare delle uova alle due interpreti quando lo ritiene più opportuno. 
Tra rivisitazione dei due miti pop, riflessioni e provocazioni, “Follow us” emoziona e sorprende; è un vero e proprio flusso straordinario di energie in cui comico e drammatico si mescolano alla perfezione.

“Carwash” di Melissa Tun Tun, artista svizzera attualmente residente ad Amsterdam, è una performance all’aria aperta: una passeggiata di circa venti minuti in uno dei quartieri industriali di Losanna, che di sera diventa luogo di incontro fra prostitute e clienti, un percorso che conduce il pubblico davanti alla scena: un autolavaggio di una comunissima pompa di benzina. 
L’obiettivo dell’artista è mostrare il reale ‘diversamente’, così che il banale lavaggio di un camioncino possa diventare, per i 20 spettatori, ogni volta un’esperienza differente. Teatro nel teatro nella replica pomeridiana, quando nella performance si inserisce, suo malgrado, un uomo con lunghi capelli bianchi, più teatrale del suo collega a fianco, lui sì attore della compagnia intento a lavare portiere e finestrini; più suggestiva ed intensa l’esperienza notturna, quando il reale si riappriopria a forza dello spazio e il pubblico lo attraversa solo di lato. 
I suoni e le luci della sera, come racconta la stessa Melissa Tun Tun, hanno il dono di rendere l’atmosfera più carica, mentre la musica che ogni spettatore può ascoltare in cuffia durante “il lavaggio”, insieme agli spruzzi d’acqua e all’odore del sapone, rendono “Carwash” un’esperienza piacevole, leggera, stimolante.


Ingri Fiksdal

Ingri Fiksdal

Il gruppo norvegese Ingri Fiksdal con “Band” costringe invece il pubblico ad una esperienza sensoriale e visiva forte: per metà del tempo la performance si svolge nella totale oscurità, e in questa oscurità i quattro corpi diRosalind Goldberg, Sigrid Hirsch Kopperdal, Pernille Holden e Marianne Skjeldal ondeggiano lentamente fino a rendere la danza più potente e frenetica. 
Un concerto psichedelico ma anche una danza convulsiva, ripetitiva e ammaliante che non può lasciare indifferenti. Dal nero all’onirico fino ad arrivare ad una vera e propria esplosione di colori, “Band” costringe il pubblico a fare i conti con l’inquietante: i volti delle danzatrici sono coperti da foulard, i corpi fasciati da vestiti sgargianti e la danza, che a poco a poco si fa compulsiva, si installa dentro uno spazio soggiogato dal fruscio dei corpi indagando un universo fatto di ombre e chiaroscuri.

È invece costruita intorno al tema della ricchezza e del possesso la performance di Hermes Pittakos, Michael Hart, Newton Whitelaw, Rafael Perez Evans, Sanuye Shoteka e Carlos Maria Romero, quest’ultimo artista colombiano da anni residente a Londra. Nella performance di quattro ore temi quali la dominazione, il debito, la sessualità e l’animalità prendono il sopravvento. 
Ispiratisi a “The hairy ape” di Eugene O’Neill gli artisti vogliono da un lato provocare il pubblico mostrando loro dei video che inducono a più riflessioni: lo sventramento di un coccodrillo e il suo prezioso spellamento, una fabbrica dell’est asiatico in cui giovani operaie assemblano costosi e famosissimi apparecchi tecnologici o le immagini della scimmia domestica di Michael Jackson, solo per fare qualche esempio. Dall’altro coinvolgono lo spettatore a più riprese, parlando di danaro: “Quanti soldi hai nel tuo conto in banca?”, oppure lasciandolo libero di spostarsi, mangiare o bere, mentre in scena si attua la sopraffazione. 
Performance a tratti grottesca, a tratti angosciante ma mai banale, sviscera il tema della dominazione con efficacia e in tutte le sue sfaccettature.

Per finire, la compagnia norvergese Skoop ha messo in scena “Duft”, altra performance divertente e ironica. 
In un quadrato riempito di palloncini che dal basso svettano verso l’alto, Ida Grimsgaard e Josephine Kylén Collins inscenano una battaglia virtuale, importantissima quanto assolutamente insignificante, contro il male assoluto: proprio lui, il palloncino. 
Il combattimento, assolutamente esilarante quanto estenuante da compiersi, ha il compito, nobilissimo, di mostrare quanto l’effimero e il ridicolo abbiano ormai preso spazio nei nostri gesti abitudinari e nei nostri pensieri. Ficcante metafora della stupidità umana.

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