L’happy hour di Ceresoli, Gallerano e Cenci. Ma non brindiamoci su

Gallerano e Cenci (photo: Marco Pavanelli)
Gallerano e Cenci (photo: Marco Pavanelli)

Dopo il debutto al Metastasio di Prato a fine dello scorso anno e qualche data in giro per l’Italia, “Happy Hour” di Cristian Ceresoli arriva ad Asti Teatro 41.
L’ex Chiesa del Gesù è sold out per quello che ha tutta l’aria di essere un must di questa edizione. Gli affreschi del XVI secolo che avvolgono platea e palco si scontrano, incastrandosi, con altre “pitture sceniche” incarnate da Silvia Gallerano e Stefano Cenci, o meglio Ado e Kerfuffle, o meglio ancora Rumore e Confusione, termini che ben descrivono un certo tipo di Happy Hour, due facce della stessa medaglia, due anime della stessa persona, due prospettive della stessa vita.

Ed è proprio qui che torna l’affresco, lo stesso iniziato dall’autore con “La Merda” e il successo planetario ancora in corso, un grande ritratto di un “mondo di Merda” che, stavolta, vuole ampliare lo sguardo, completandolo con tantissimi, forse troppi, elementi.
Un secondo tempo di uno stesso percorso narrativo (non è un caso che l’autore abbia iniziato a scrivere questo testo nel 2007) arricchito qui da un dialogo schizzoide tra due fratellini tredicenni, costretti in ridicole tutine futuribili e obbligati come felini circensi ad uno spazio scenico rialzato, quadrangolare, con un buco al centro. Sono una coppia di atleti pronti alla battaglia, un match già perso in partenza, gli eroi, le vittime sacrificali di una famiglia che non è più, di un mondo che non è più, di un’esistenza che non è altro se non un’immensa scenografia dell’apparire, aldilà della quale non è rimasto nulla.

La messa in scena del danese Simon Boberg, già autore della regia televisiva de “La Merda”, costringe gli interpreti ad una recitazione su di giri che non rallenta mai, metafora di un’esistenza qualunque in un tempo qualsiasi.

Il coté Happy è forzatamente finto e indistruttibile agli attacchi di una vita “senza senso” mentre il plot procede su due fronti. Il primo è la non-storia di una famiglia che “tira avanti” tra noia e un quotidiano volto esclusivamente a raggiungere un’utopistica apparenza. Ado è convinta di diventare una soubrette famosissima, mentre per Kerfuffle la carriera del calciatore è già scritta anche se l’allenatore lo tiene sempre in panchina e deve buttarsi nel fango per dimostrare al padre che ha giocato davvero. I genitori, inesistenti nel percorso di crescita dei figli, prendono vita dalla voce dei due protagonisti, ma qui è la Gallerano ad interpretare il padre e Cenci la madre, in un gioco di scambi continui che porta l’attore ad essere poco più di un tramite perché lo spettacolo procede spesso in forma di narrazione.

Sull’altro fronte, che avanza in parallelo, c’è l’ombra di un campo di sterminio 4.0 e di una tirannia del sorriso che punisce i perdenti con la camera a gas. Questo secondo ramo interviene sul primo con un cambio soft di atmosfera e un passaggio di luci, suoni e parole che diventano il ritornello di un gioco dell’orrore che si svela poco a poco. Seppur sia chiaro il riferimento ai totalitarismi del secolo scorso, questo sistema dittatoriale è però estremamente contemporaneo e prevede la segregazione degli anziani – simbolo di inutilità – in enormi vasche d’acquario senz’acqua, mentre le guardie vestono uniformi provocanti e alla moda.

Alle famiglie non resta quindi che puntare tutto sul successo dei figli, alla spasmodica ricerca di qualcosa che li faccia uscire dalla soffocante mediocrità, senza naturalmente abbandonare mai il sorriso, né una finta inquietante allegria.

Happy Hour
di Cristian Ceresoli
con Silvia Gallerano & Stefano Cenci
regia Simon Boberg
colonna sonora Stefano Piro
direttore Giorgio Gagliano
production manager Marco Pavanelli
realizzazione elemento scenico Rocco Berlingeri
consulenza realizzazione costumi Valentina Foggi
consulenza disegno luci Alessio Rongione
una co-produzione Italia/UK/Danimarca con Frida Kahlo Productions (Milano, London), Teatro Metastasio (Prato), Teater Grob (Copenhagen) con Il Funaro (Pistoia) e Richard Jordan Productions (London)
Organizzazione e Distribuzione in Italia World Entertainment Company (Milano, New York)

durata 1h 14′
applausi del pubblico: 3′ 24”

Visto ad Asti, ex Chiesa del Gesù, 23 giugno 2019

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