Libri di carta addio? Intervista (digitale) a un giovane editore

Claudio Meldolesi
Mattia Visani

Mattia Visani (photo: Andrea Piffari)

Sarà l’inevitabile supporto di studio del nostro immediato futuro, non c’è dubbio. L’e-book è lo strumento più agile da portare in giro e non solo, supporto ideale per lo studio di ogni genere e grado.

Il libro cartaceo, però, potrebbe comunque continuare a trovare un suo mercato, soprattutto se guardiamo a prodotti di eccellenza – spesso piccole nicchie – coltivati da alcune case editrici di valore. Quelle che producono, ad esempio, piccoli gioiellini per l’infanzia grazie anche a ottimi illustratori, convinti che sia proprio ai nativi digitali che occorra pur sempre offrire un’alternativa a quello che sarà per loro già uno strumento d’abitudine, quotidiano: prodotti di alto livello che potranno offrire un’ulteriore fonte di arricchimento per il linguaggio dei più piccoli, potenziando processi cognitivi diversi rispetto a quelli stimolati dal digitale.
Perché del libro cartaceo, insomma, ci potrebbe pur sempre essere voglia. O è già nostalgia?

Osserviamo qualche cifra. Il rapporto sull’editoria italiana redatto ad ottobre dall’Associazione Italiana Editori ci racconta che nel 2012 (‘annus horribilis’ per il settore) la produzione editoriale, in Italia, è stata di 61.000 titoli (comunque tanti, troppi, se guardiamo alla qualità), con 220 milioni di copie stampate e una diminuizione generale del prezzo medio di un libro.
In questo quadro sono raddoppiati i titoli digitali: a maggio 2013 erano 60.589 (ossia l’8,3% dei titoli in commercio). Nel 2012 la lettura di e-book è cresciuta, riaggiungendo complessivamente il 3% della popolazione con più di 14 anni, e interessando 1,6 milioni di italiani.


Il rapporto dell’AIE ci dice anche che crescono le case editrici (hanno raggiunto quota 5074 nel 2012); tra di loro c’è anche Cue Press – Editoria Digitale per il Teatro, prima casa editrice di argomento teatrale ad operare principalmente nell’ambito del digitale, nata proprio a fine 2012 a Imola.
Ad un anno di distanza e due libri editi, chiediamo a Mattia Visani, direttore editoriale, di tracciare un bilancio di questi mesi di attività e degli sviluppi futuri.

Avete festeggiato il mese scorso il primo compleanno. Traccia un bilancio di questo anno di vita: gioie e dolori.
Cue Press è nata ufficialmente il 5 ottobre del 2012, anche se stiamo lavorando al progetto da circa un anno e mezzo.
Guardando a questo percorso con distacco, è difficile distinguere in maniera così netta ‘gioie e dolori’, perché la sensazione di costruire qualcosa di solido e di valore è davvero entusiasmante. Ti ripaga delle ristrettezze in cui si è costretti a muoversi, delle giornate ininterrotte di lavoro, delle notti insonni e dall’assenza forzata dal palcoscenico, attività che in questo momento riesco a coltivare solo privatamente o nei ritagli di tempo.

Dato per assodato che l’Italia non sia Paese di forti lettori e viva di congeniti ritardi, il boom degli e-book non c’è ancora stato. L’immediato futuro potrebbe però svilupparsi su due binari paralleli: gli e-book sono perfetti per lo studio, mentre a livello di ‘piacere’ il cartaceo potrebbe ancora avere delle cose da dire.
La tua affermazione ha già un sapore ‘nostalgico’ e mi pare che, negandolo, affermi quanto ormai appartiene alla coscienza di tutti: che il futuro del libro sarà nel digitale.
Per quel che riguarda il mercato librario, personalmente, credo che il cartaceo scomparirà. Ciò non vuol dire che non esisteranno più libri di carta. Esiste infatti una memoria storica fatta di archivi cartacei. La carta non scomparirà tout court, ma semplicemente uscirà dall’uso. Per quel che concerne il mercato statunitense e quello anglosassone, i dati parlano di un sensibile avvicinamento tra il digitale e la carta. In alcuni casi di un sorpasso del digitale. Credo sia soltanto una questione di tempo.

Perché la generazione dei nativi digitali è ancora piccola…
L’editoria digitale è allo stadio di sviluppo 0.8. Il futuro del digitale non sarà l’epub, il Kobo o il Kindle (tanto per citare gli esempi più celebri), formati e tecnologie con scarse possibilità in termini strettamente editoriali, e molto rudimentali rispetto a quello che stiamo sperimentando.
Proprio qualche giorno fa, la Sony ha ritirato dal mercato statunitense il suo e-reader… Si guarda al futuro. E le prospettive, in questo campo, sono davvero vaste ed entusiasmanti.
Ecco invece un dato che vale la pena sottolineare: presto anche nella scuola primaria cominceranno le adozioni di libri digitali. Questo significa che nel giro di dieci anni una generazione di web nativi leggerà quasi esclusivamente in digitale e, molto tempo prima, questo tipo di lettura sarà un’abitudine consolidata tra diverse generazioni di lettori.

Molti identificano il libro come un piacere legato anche al suo lato tattile, alla nostra abitudine di sfogliarne le pagine e ‘vederlo’, insomma al suo aspetto fisico ed estetico in senso più ampio. Per questo il libro cartaceo continua a piacere agli italiani. Ma perché cartaceo e digitale devono per forza farsi la guerra?
Credo che entrare in ambito ‘sensoriale’ sia molto pericoloso, anche se considerazioni come le tue sono, oggi, molto tranquillizzanti per i lettori.
Io credo che sia solamente una questione di abitudine, e che anche i ‘sensi’ siano veicolati e condizionati dalle abitudini. Ciò è testimoniato dalla storia dei supporti, prima ancora che dalla storia del costume: dalla tavoletta di argilla, passando per i segnali di fumo e Gutenberg, fino all’ipertesto per tornare al tablet: «Reinventeranno la carta» mi ha detto Nando Taviani (autore del nostro catalogo) mentre gli parlavo dell’ereader del futuro. Certo siamo tutti molto legati alle vecchie abitudini.
La potenzialità del digitale, torno di nuovo alle tue parole, è già negli occhi e nella fantasia di tutti.

Per fare un paragone grossolano, l’avvento imperante della tv non ha però ucciso la radio… Gli e-book avranno comunque grandi potenzialità in ambito specialistico, rendendosi ottimi strumenti per lo studio, ad ogni livello.
In questo ambito, anche in Italia, sono stati realizzati tentativi davvero rilevanti. Su queste basi struttureremo presto la nostra offerta tecnologica.
Sul piano aziendale, per la prima volta dopo molto tempo, il digitale permette di costruire una progettualità sana, sostenibile, mentre l’economia del cartaceo (fatta eccezione per alcuni grandi editori) è in larga parte costruita sul debito. Insomma, le solite vecchie abitudini.

Cosa c’è dietro questo nuovo tipo di editoria? Raccontaci un po’ come avviene, nella pratica, il lavoro.
Non è semplice rispondere a questa domanda perché ogni libro ha le proprie specificità. In generale esistono due tipologie fondamentali di documenti: quelli che hanno alle spalle un file di testo editabile (.doc, .rtf, ecc.) e quelli che non sono riconducibili a questo genere di formati, libri cioè che appartengono a un’epoca pre-tecnologica. Il ‘recupero’ dei migliori testi che appartengono a questo universo, è uno degli aspetti per cui si distingue la nostra offerta.
A ciò si aggiungono le nuove proposte editoriali, che appartengono alla seconda tipologia di documenti. In questo caso il lavoro è molto meno impegnativo, anche se ugualmente attento e ponderato (lontano quindi dal pressappochismo con cui spesso si identifica il mondo del web), molto più simile nei tempi e nel processo a quello dell’editoria tradizionale. Fermo restando una diversa destinazione e strumenti differenti.
Su questi presupposti stiamo organizzando quattro collane: saggi, drammaturgie, guide turistico-teatrali (serie diretta da Andrea Porcheddu) e testi brevi.
L’idea è quella di muoverci anche verso altri ambiti della conoscenza (cinema, fumetto e altro). Il progetto è orientato, infatti, oltre che alla scalabilità anche alla riproducibilità.

Come fate a sopravvivere? Chi vi supporta?
Lo sforzo di partenza è grande e non ancora supportato dal mercato del libro digitale, che in Italia non supera il 5%. Fortunatamente stiamo trovando il sostegno di persone, aziende ed istituzioni che devono essere ringraziate. Penso al Comune di Imola, alla Banca di Imola, alla Fondazione della Cassa di Risparmio di Ravenna e a Con.Ami, che hanno reso possibile questa nascita. Non posso dimenticare la Biblioteca di Imola, la Staffette e soprattutto Chialab, che sta costruendo la nostra identità grafica e tecnica.
Il Dams di Bologna è stato un importante interlocutore, tra gli altri, Marco De Marinis, Massimo Marino e Gerardo Guccini, la persona che più di tutte ha creduto in questo progetto. Voglio ringraziare anche Marco Martinelli e il Teatro delle Albe, da sempre attenti a quanto di importante avviene sul territorio regionale e tra le giovani generazioni.
Poi ci sono collaboratori e amici ormai ‘storici’ come Marco Ugolini, Alice Moro, Anna Cox, Sergio Lo Gatto e altri che hanno appena cominciato a dare il loro contributo. Tutte persone di grandi qualità professionali che lavorano con me a un comune progetto. Questo, insieme al nostro patrimonio culturale, è il capitale di Cue.

Claudio Meldolesi

Claudio Meldolesi

Al momento avete alle spalle due pubblicazioni: “La danza e l’agitprop” di Eugenia Casini Ropa e, quest’estate, “Brecht regista” di Claudio Meldolesi e Laura Olivi. Cosa avete in mente per le prossime pubblicazioni?
Sarebbe un lungo elenco. Posso solo dire che tra poco cominceremo con veri e propri annunci e molte persone rimarranno a bocca aperta.

La Cue Press si prefigge anche di ripubblicare testi non più disponibili o di difficile reperibilità. Dicci una ‘chicca’ che vorresti riproporre.
Sarebbero tanti i testi e gli autori da ricordare. Insieme a quelli di Franco Scaldati, Cruciani e Meldolesi, un testo simbolico è sicuramente “Il teatro e la città” di Ludovico Zorzi, che Einaudi pubblicò nel 1977.

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