Dalla Grecia all’Iran, l’identità delle Colline Torinesi in dialogo col mondo

Vanja. 10 years after
Vanja. 10 years after (photo: Despina Spyrou - despinaspyrou.gr)

Dopo il focus dedicato al teatro rumeno in apertura del Festival delle Colline Torinesi, presentato in occasione di “Alearga” di Nicoleta Lefter, altre tre compagnie hanno ampliato l’indagine identitaria di questa edizione attraverso punti di vista (e quindi drammaturgie) che arrivano dall’estero. A partire dai greci del Blitz Theatre Group, che hanno debuttato per la prima volta in Italia con “Vanja. 10 Years After”.

A distanza di anni dal dramma cechoviano dello Zio Vanja, il mondo sommerso di Astrov, Elena e dello stesso Vanja è ancora inquieto e immutato. I tre si ritrovano ad abitare uno scenario crionico e sospeso distratto dalla vicinanza di luci a intermittenza.
Nella loro agiata casa, in quella “cella” di lusso conosciuta dal mondo, replicano le proprie azioni, compongono gli appunti della memoria familiare, si agitano e si aggirano attratti l’uno all’altra, rassegnati alla vita e al futuro che verrà. Anche qui, ancora per una volta, Vanja rimarrà solo con il ricordo di un tempo trascorso che non tornerà più.

I Blitz Theatre prendono a pretesto le opere di Cechov ma anche di Thomas Eliot per raccontarci la condizione attuale dell’Europa e della Grecia attraverso una ricerca poetica elegante e stilisticamente integrale. Lo spettacolo fotografa il presente incerto, la rassegnatezza e lo spaesamento quotidiano di una precisa classe sociale attraverso il declino di Vanja e della terra desolata di Atene.

La dittatura emotiva a Israele è invece il tema di uno degli spettacoli più attesi di questa edizione del festival.
È firmato da Winter Family, compagnia dalla doppia nazionalità, tra Francia e Israele; una doppia appartenenza che rivela il conflitto storico e il contrasto di posizioni.

Il loro “Jerusalem cast lead hallucinatory trip in an emotional dictatorship” è una performance interamente dedicata alla narrazione di una “dittatura emotiva” in cui si parla di Gerusalemme, della storia lacerata di sofferenza collettiva e dei territori palestinesi occupati dalle forze israeliane.

La retorica nazionale e i valori di appartenenza a una nazione vengono presentati attraverso un collage sonoro e video: Ruth Rosenthal, sola in scena, assorbe e annuncia voci amplificate in diversi punti di uno spazio bianco ricoperto da una cortina di bandiere e bandierine di Israele, che vanno a dissacrare la retorica delle identità nazionali.

Un allestimento esclusivo e incorruttibile, unico nel suo genere, che tiene traccia e memoria dei “documenti” dell’anniversario della riunificazione di Gerusalemme, tra luoghi simbolo ed eventi mediatici, rendendo provocatoriamente omaggio alla “manipolazione del potere” e profanando il dramma contemporaneo di un territorio che fa da specchio ai giochi di forza internazionali, tra “poteri ufficiali” e “volontà del popolo”.

Un mage en été

Un mage en été

Come un sarto della parola Olivier Cadiot fa invece indossare il suo testo a Laurent Poitrenaux, diretto da Ludovic Lagarde, in un’ora e mezza di monologo tutto da ascoltare.
È l’attore, dal suo podio, a interpretare il gesto vitale di “Un mage en été” disperso nel suo spazio interiore, in un flusso di incarnazioni immaginifiche che lo portano avanti e indietro nel tempo, incontrando nozioni, numeri, personaggi, pensieri, sintomi, versi e poetiche in questo vortice linguistico che pare un oceano in cui inabissarsi, e dove il mago Robinson trova salvezza solo nella sua isola come proprio spazio-identità.

La struttura drammatica è un corpo solido che porta con sé l’eredità di una tradizione francese nella quale l’opera letteraria vince lasciando in penombra la messa in scena a favore dell’architettura testuale, vera protagonista che sorregge la creazione dello spettacolo, insieme alla bravura fuori dal comune dell’unico attore protagonista.

Tra gli ultimi spettacoli della scena straniera alle Colline arriverà ancora, stasera e domenica alle 19.30, una produzione firmata dalla compagnia iraniana Mehr Theatre Group di Amir Reza Koohestani.
“Hearing” è il titolo di una ricerca artistica legata alle tematiche della guerra, della giovinezza e del mondo femminile.
Qui il disagio e la sopravvivenza saranno raccontati attraverso l’esistenza di quattro donne asserragliate nel recinto garante della loro libertà d’espressione.
La messa in scena, che Klp aveva già visto e apprezzato in Svizzera a La Batie 2015, è composta da partiture drammaturgiche che interagiscono con il linguaggio video e cinematografico.

Dalla visione di questo ventaglio di spettacoli esteri possiamo affermare che la questione identitaria e la sua metamorfosi, nella drammaturgia contemporanea straniera, ritorna centrale e legata alle trasformazioni politico-sociali di questi anni.
Gli spettacoli firmati da artisti di paesi come Grecia, Israele, Francia e Iran raccontano, con linguaggi e tratti stilistici differenti, l’urgenza di un momento storico liquido e allo stesso tempo inasprito, dove il cambiamento del proprio “corpo sociale” non viene camuffato ma anzi si rende visibile al pubblico (italiano) trasformandosi esso stesso in un genere di specie-specifica.

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