Lina. Massimo Salvianti e Pierpaolo Sepe per una nuova drammaturgia italiana

Fulvia Carotenuto
Fulvia Carotenuto

Fulvia Carotenuto (photo: teatroeliseo.it)

Il premio ExtraCandoni, promosso da CSS di Udine, Teatro Kismet, Nuovo Teatro Nuovo, Teatro Eliseo e Arca Azzurra Teatro, tenta da anni (prima come premio Candoni Arta Terme) di risollevare la stagnante situazione della drammaturgia italiana contemporanea. Il vincitore dell’edizione 2007 è Lina, quella che fa brutti sogni di Massimo Salvianti, che adesso viene rappresentato con la regia di Pierpaolo Sepe.

Il toscano Salvianti, attore, autore e cofondatore di Arca Azzurra Teatro insieme a Ugo Chiti, e il napoletano Sepe, regista teatrale della fertile scuderia del Nuovo Teatro Nuovo, ci raccontano la storia di una donna napoletana e del suo percorso da Napoli a Firenze e poi al manicomio. Le due città sono quindi i cardini del testo, della messa in scena e anche dello sforzo produttivo: due realtà e due culture a confronto, due modi di intendere il teatro e la vita.

Il testo dello spettacolo, che ha debuttato in prima assoluta al Mittelfest di Cividale del Friuli, scorre così su due binari paralleli. Il primo vede Lina paziente del manicomio: il nuovo dottore e l’infermiera cercano di guarirla, senza psicofarmaci e senza elettroshock, ma soltanto attraverso la psicanalisi. Di notte Lina ha incubi e urla: sogna la sua vita prima dell’internamento, l’adolescenza a Napoli fatta di amore svanito e di miseria, e il trasferimento obbligato a Firenze, al servizio di un comandante che, dopo qualche anno, ucciderà senza apparente motivo. Di qui la fine in manicomio.
Ed è proprio la sua storia passata a diventare il secondo binario della messa in scena, che Sepe mescola con ordine e pulizia, anche grazie ad un’interessante architettura scenica: tre archi che si muovono su binari paralleli e hanno alle estremità altrettante porte in metallo, che rappresentano sia le porte della casa dove Lina prestava servizio e che erano sempre da chiudere a chiave, sia le porte del manicomio, quelle mai chiuse a chiave per ordine del direttore.
Questa sorta di gabbia scenografica riesce così a riflettere quella interiore di Lina, costruita in trent’anni di manicomio.

“Sono cecata nel cervello” ripete, implorando le medicine che non la fanno urlare di notte. Accanto a lei un medico che l’aiuterà nello sfogo di una vita, fino alla confessione finale.

Il testo di Salvianti risente certamente di alcune influenze dell’amico e collega Ugo Chiti. A riprova ne sono sia la componente onirica, che diventa essenziale elemento drammaturgico, che il soggetto stesso del testo, preso dai ceti popolari e di stampo fortemente realistico. Sogno e realtà si intrecciano e si confondono, e la lingua di Salvianti parla con una personalità tutta sua, incalzante e asciutta.
La regia, al servizio del testo, è scarna ed efficace; gli spostamenti degli attori interagiscono con la scenografia in movimento e sottolineano i vari salti tra i due piani narrativi. Perfetta l’interpretazione di Fulvia Carotenuto nei panni di Lina: una prova realistica, condita da una toccante cantilena napoletana e da numerosi tic, emblema di una malattia mentale che, in realtà, è stata “forzata” dalle circostanze della vita.
Firenze e Napoli per la nuova drammaturgia contemporanea: esperimento riuscito!

 

LINA, quella che fa brutti sogni
di Massimo Salvianti
regia Pierpaolo Sepe
scene Daniele Spisa
costumi Giuliana Colzi
con Fulvia Carotenuto e Irma Ciaramella, Emanuela Lumare, Andrea Manzalini, Marco Natalucci
produzione Arca Azzurra Teatro/Teatro Eliseo/Nuovo Teatro Nuovo
in collaborazione con CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG, Teatro Kismet Opera, Mittelfest
durata: 1h 02’
applausi del pubblico: 2’ 07’’

Visto a Roma, Piccolo Eliseo Patroni Griffi, il 28 ottobre 2008

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