L’incontro tra Bob Wilson e Marina Abramovic, sugli schermi di Venezia

Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic

Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic

Edizione importante per il documentario, quella dell’appena concluso 69° Festival del Cinema di Venezia. Come ha avuto modo di dire lo stesso Daniele Vicari, qui ritirando il Premio Pasinetti grazie a “La nave dolce”, docufilm sull’ormai storico arrivo della “nave dei ventimila” dall’Albania a Bari, avvenuto più di vent’anni fa, “finalmente il documentario entra dalla porta principale”.
E lo fa con titoli di peso, anche per chi non vive soltanto di cinema, ma anche e soprattutto di teatro, quello con la t maiuscola.

Com’è il caso della puntuale messa in video, con relativi contributi dei protagonisti principali della sua realizzazione in scena, di “Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic”. Progetto compiuto dalla regista italiana Giada Colagrande, di origini abruzzesi, ma che grazie al matrimonio con l’attore Willem Dafoe vive tra l’Italia e, molto, gli States, tanto da aver qui realizzato i suoi ultimi due film di fiction, non particolarmente apprezzati dalla critica.

Il documentario è il doveroso tributo nei confronti di un’opera che solo per i nomi che compaiono sulla locandina meriterebbe a scatola chiusa gli osanna del pubblico: Bob Wilson, Marina Abramovic, Willem Dafoe, Antony Hegarty. Quattro anime molto differenti le une dalle altre, che per le strane ragioni alchemiche che ogni tanto avvengono hanno fatto perfettamente collimare ognuna le proprie peculiarità per compiere questo viaggio nella “Life and Death” voluto dall’Abramovic.

Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic

Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic

Dopo la personale a lei dedicata dal Moma di New York per i suoi quarant’anni di carriera nella performance art, che ha visto nel 2010 le 700 ore di “The Artist is Present”, lei muta di fronte al succedersi del pubblico, che a uno a uno si accomodava su di una sedia postale davanti, la Abramovic ha sentito la necessità di condividere, sublimare, trasformare in scena il suo vissuto rivolgendosi ad un altro mostro sacro, Bob Wilson, in un percorso che, circolare, parte dalla morte per tornare alla vita, per toccare infine ancora la morte.

Scena sgombra, se non piena dei suoni, corpi, colori che sono stati tessuti nell’unione delle forze creative che i coinvolti per personale amicizia con l’artista serba (come il cantante e musicista Antony, e per stima reciproca, come Willem Dafoe) hanno fatto crescere nello spettacolo, divenuto più esperienza di verità poetica che di finzione.

Non si saprà mai se per meriti personali o meno – vedi la presenza del marito Dafoe nell’opera, e quella dell’Abramovic al Festival di Venezia come giurata -, ma la Colagrande è stata coinvolta al progetto, e chiamata al Lido per presentarlo, dimostrando il sicuro pregio di rimanere totalmente in disparte dalle riprese: né in video né in voce off; lasciando invece spazio e parola alle immagini dello spettacolo e al contributo, onesto, dei quattro protagonisti, a cui si aggiunge anche quello degli altri danzatori, attori, musicisti che hanno reso possibile questo viaggio nella storia e in un’epoca, la nostra, che nei Balcani evocati ha il proprio personale fantasma e incubo.

Poco meno di un’ora la durata di “Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic”, che sia per la materia, pregna di pregi, che per la capacità della regista di asciugare, dimostrando fin qui maggiore capacità nel documentario che nelle opere di finzione (a parte il suo primo, lontano, lungometraggio “Aprimi il cuore”, del 2002).

Sicuramente di più del progetto voluto da Miu Miu-Prada, dal titolo “Women’s Tales”, dove quattro fashion-corti tutti con regia al femminile – Zoe Cassavetes, Lucrezia Martel, Massy Tadjedin, la Colagrande – si salva, con merito, solo quello dell’argentina Martel, già apprezzata con il film “La ciénaga” (2001).
Insomma, un incontro positivo quello tra l’Abramovic e la Colagrande, che vedrà i suoi frutti a breve con un altro contributo realizzato per la performance/lezione che quest’anno, negli spazi del PAC di Milano, l’artista serba ha compiuto con “The Abramovic Method”: camice bianco e modalità d’uso somministrati agli intervenuti spettatori, messi alla prova nell’applicazione diretta e in prima personale del “Metodo”. Segni testamentari i cui frutti, passati ancora una volta di grembo in grembo femminile, si sarà curiosi di vedere di nuovo sullo schermo.
 

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