Lingua Imperii: la crescita di Anagoor

Lingua Imperii

Lingua Imperii

Il tema di “Lingua Imperii” è intrigante: il rapporto fra parola e potere, fra linguaggio e dinamica sociale.
La drammaturgia, non lineare, è un sofisticato e composito mélange di letture, e rimandi dal primo coro dell’Agamennone di Eschilo a “Le Benevole” di Jonathan Littell, da Martha C. Nausbaum ne “La Fragilità
del Bene” a W. G. Sebald Austerlitz e “Le Alpi nel mare”, “I Sommersi e i Salvati” di Primo Levi fino al saggio “L.T.I. Lingua Tertii Imperii” di Victor Klemperer, che ispira il titolo del lavoro di Anagoor.

Parole non frequentate dal teatro, da cui la compagnia trae gli elementi di una creazione che, come le precedenti, cerca fondamento su una crossmedialità capace, almeno nelle intenzioni, di salvare lavoro
dell’attore e medium visuale, in una dinamica di rimandi fra immagine, parola, suono, video e corpo vivo.

Fino a questo lavoro, tuttavia, la loro ricerca, pur interessante nei principi ispiratori, non arrivava, a parere di chi scrive, ad un esito profondamente compiuto, ad un equilibrio semantico e spettacolare possibile. Il perché risiedeva di volta in volta nello sbilanciamento verso questa o quella forma di linguaggio o di technè con cui il gruppo cercava di familiarizzare.


Una delle caratteristiche che da sempre il gruppo ha avuto è, comunque, la vocazione per la collezione documentale e la profonda analisi dell’equilibrio scenico, cosa evidente per tutte le loro proposte, e in particolare per quelle legate al mondo dell’arte, da “Fortuny” a quello su Giorgione.

Queste tracce, fatte di percorsi e biografie d’artista, di tableaux vivants e schermi su cui si ribaltano stati d’animo di cui è la natura a farsi interprete, come appunto ne “La Tempesta” di Giorgione, hanno però nel tempo abituato ad una sofisticazione formale di particolare pregio, e che forse è la cifra che maggiormente li rende interessanti, anche rispetto ad altre compagnie che lavorano sul codice crossmediale in Italia.

“Lingua Imperii”, nella memoria della fruizione avuta all’interno del cortile di Castel del Monte ad Andria, si compone di quattro tracce fondamentali:
– il video ispirato a “Le Benevole”, un dialogo fra due nazisti, che viene trasmesso su due diversi schermi posti in alto ai bordi opposti del proscenio, uno schermo per ciascun personaggio;
– le scene corali che cercano di dare rappresentazione delle dinamiche dominante-dominato e a far vivere l’emozione fisica dello spazio tragico che le parole evocano;
– i video e i testi che parlano del rapporto fra uomo e animale anche nel rapporto alimentare, individuando in questo un possibile elemento di prevaricazione, impreziositi da piccole e inquietanti maschere metalliche indossate dai protagonisti;
– il codice e il ragionamento sulla parola, sul segno, sul simbolo alfabetico e sulla sua declinazione vocale, che riporta direttamente al filmato ispirato a Le Benevole, chiudendo il cerchio di rimandi.

Il fil rouge derivato dal romanzo di Littell risulta, per ritmo, linguaggio e potenza, l’elemento meglio riuscito, capace di dipanare rimandi e sofisticazioni, e la regia sceglie bene i momenti del contrappunto fra i frammenti video in cui due gerarchi nazisti dissertano su linguaggio e potere, e il resto degli inserti spettacolari.

“L’intero progetto per altro doveva concentrarsi sul potere cinegetico; l’idea era quella di stare alle calcagna del cacciatore. Ma via via che si studiava, là dove il cervello non riusciva a dare forma logica ad un ordine storico che tenesse conto contemporaneamente di tutti i fattori sociologici, politici, psicologici (degli individui e delle masse), antropologici, succedeva che il cuore trovava una forte e precisa adesione alla memoria degli individui cacciati, zittiti e annientati – ci ha voluto raccontare in un confronto informale Simone Derai – È lì che abbiamo trovato il centro. È così che abbiamo immaginato questo doppio piano: sopra l’agone, il dialogo/duello dei due ufficiali nazisti che seduti a tavolino discutono (e battagliano) di elementi atti all’individuazione di gruppi da dominare o eliminare; sotto il coro che per contro parla direttamente al
pubblico interrogando e insieme ricucendo o esaltando lo strappo del cuore (con il canto)”.
E il canto è un altro degli elementi che spiccano fra i codici Lingua Imperii usa.

Indipendentemente dal fatto che “Lingua Imperii” possa cambiare o meno, facciamo alcune considerazioni: la capacità di creare drammaturgia da fonti ed esperienze diverse e di guardare allo spazio scenico come ad un luogo non casuale di occorrenze è una delle ricchezze di questo gruppo; un’altra è la capacità di attingere a fonti complesse e plurali, mentre per converso ancora non appare affinata fino alla dimensione più crudele la tensione verso la semplificazione “animale”, il sacrificio di parti del tutto originario per salvaguardare un elemento cruciale, ovvero l’efficacia e la linearità del colpo.

Una delle immagini più vive di “Lingua Imperii” è un tiro con l’arco, in cui un’amazzone scaglia una freccia al cuore di un bersaglio di paglia.
Anagoor dimostra (e ovviamente l’argomentazione è antifrastica rispetto alla logica nonviolenta sottesa) di saper individuare la preda, di saper costruire armi drammaturgiche, anche utilizzando materiali diversi.
Adesso l’elemento più difficile: quello del predatore che deve isolare una preda e non disperdere energie seguendo troppe bestie assieme.

Perché quando si fa buio in sala è proprio quello che succede: spettatore e interprete iniziano a cacciarsi l’un l’altro, e mai lo spettatore deve pensare che l’interprete, il regista, stia inseguendo altri che non sia lo spettatore stesso; perché altrimenti è facile lo spettatore abbandoni il gioco scenico: tagliare, scegliere profondamente, anche sacrificando parti integre, in nome di un ritmo meno cerebrale e più animale, per compiere un salto definitivo verso suggestioni di maggior compattezza e universalità, senza compiacimenti
o rispetto di equilibri. Fare creazione dal vivo è un’arte crudele, su questo Artaud aveva sicuramente ragione.

L.I. | Lingua Imperii – violenta la forza del morso che la ammutoliva
Con: Anna Bragagnolo, Mattia Beraldo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Eliza Oanca, Monica Tonietto
e con Hannes Perkmann, Hauptsturmbannführer Aue; Benno Steinegger, Leutnant Voss
Voci fuori campo di Silvija Stipanov, Marta Cerovecki, Gayanée Movsisian, Yasha Young, Laurence Heintz
Traduzione e consulenza linguistica Filippo Tassetto
Costumi Serena Bussolaro, Silvia Bragagnolo, Simone Derai
Musiche originali Mauro Martinuz, Paola Dallan, Marco Menegoni, Simone Derai, Gayanée Movsisyan, Monica Tonietto
Musiche non originali Komitas Vardapet, musiche della tradizione medievale armena
Video Moreno Callegari, Simone Derai, Marco Menegoni
Drammaturgia Simone Derai, Patrizia Vercesi
Regia Simone Derai
Produzione Anagoor 2012
Coproduzione Trento Film Festival, Provincia Autonoma di Trento, Centrale Fies, Operaestate Festival
Con il sostegno di APAP Network Culture Programme of European Union
Iniziativa realizzata con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto
Anagoor è parte del progetto Fies Factory
Residenze SC – Culture of change | University of Zagreb – Student centre | Zagreb, HR; Tanzfabrik | Berlin, D; Conservatoire de Strasbourg | Strasbourg, F
applausi del pubblico: 1′ 30”

Visto ad Andria, Castel del Monte, il 31 agosto 2013


 

No Comments

  • daniele timpano ha detto:

    molto curioso di questo lavoro, prima o poi spero di vederlo. Molto interessante il pezzo di Renzo, anche se, come sempre, l’ultimo o gli ultimi due capoversi mi sembran sempre esprimere concetti da discutere meglio sui quali mi sento non infrequentemente in disaccordo 🙂

  • renzo ha detto:

    ciao daniele grazie della pazienza e dell’attenzione del leggere.
    in realtà sapevo che la crasi concettuale del finale era un po’ pericolosa perchè poteva lasciar intendere, ma chi mi conosce sa che non può essere, che lo spettacolo debba essere costruito con l’idea di dover “piacere” o essere centrato sul pubblico e un suo presunto gusto astratto.
    Detto questo, però, sono convinto anche che la forma spettacolare del tempo presente stia evolvendo, e tanto sta evolvendo che forme di monologo come le tue non avrebbero avuto spazio in un teatro cristallizzato e immobile da anni sessanta. Perchè sono intanto arrivate legittimazioni di linguaggi e simboli, mitizzazioni e demitizzazioni.
    Insomma tutto quello che in parte condisce anche la tua ricerca sul nostro tempo.
    Detto questo e tornando al disaccordo, che sempre è la cosa migliore per evolvere e crescere, l’inseguimento verso lo spettatore di cui parlo è la tensione ad un punto di vista capace di uscire dagli egoismi e a volte dagli angoli ciechi in cui gli artisti spesso finiscono per trovarsi nell’assolutezza della loro ricerca.
    E dunque il richiamo che faccio non è ad un ruffiano ammiccare, ma ad un profondissimo anelito a comunicare, a recuperare la funzione dialogica fra scena e contemporaneo.
    E questo anche a scapito di sofisticazioni concettuali, ma a vantaggio di un’universalità della percezione che è la base di un’arte democratica e accessibile, vogliosa di rispondere ai grandi temi del proprio tempo, con l’intelligenza di guardarsi indietro ma di saper anche guardare avanti, innnovando, cercando l’assoluto, la sfida. E’ questa l’idea di arte per la quale tifo.
    Tutto il resto, anche se bello, per me è poco interessante. Perchè prima o poi diventa autocompiacimento, auoterotismo scenico.
    Ad Anagoor faccio quindi l’augurio che sempre più si trovino anche loro in disaccordo, e che o per atto d’imperio (giusto per rimanere in tema) o per illuminazione, arrivi la consapevolezza, cruciale nei collettivi artistici che hanno caratterizzato il lustro che ci ha preceduto e che pare ora asciugarsi quasi dappertutto nei numeri dei partecipanti, che la regia è un atto selvaggio e crudele di selezione.
    Altrimenti saremmo ancora in società panteistiche. Invece siamo in quelle monoteistiche e guardo al futuro in cui tutti possano comprendere il valore del dio calcio e diventare finalmente società interistiche. 😉
    E anche su questo sicuramente Artaud sarebbe d’accordo.
    Artaud è sempre d’accordo con me.
    Artaud è d’accordo con quasi tutti…lo citano tutti a sostegno delle proprie tesi, giuste o sbagliate che siano, a volte opposte fra loro, perchè dunque Artaud dovrebbe discriminare proprio me?
    Sarebbe crudele!
    Lo do quindi per assodato. E se Artaud dà ragione a me e tu ti trovi in non infrequente disaccordo con me, vuoi dare questo dolore ad Artaud?

    Uno scherzoso saluto

    Renzo

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