ll lavoro di vivere: Shammah nell’animo umano con un grande Carlo Cecchi

Il lavoro di vivere (photo: Fabio Artese)

Il lavoro di vivere (photo: Fabio Artese)

Tornando nei camerini sotto uno scroscio d’applausi,Carlo Cecchi, qualche giorno fa, deplorava il mal di gola che lo aveva costretto a recitare senza voce.

Eppure quella performance vagamente afona, supportata dal mestiere sedimentato negli anni, ha conferito un valore aggiunto alla sua prova.
Sia perché la voce sbiadita si adattava meravigliosamente al personaggio in scena; sia perché la parola svigorita è stata inconsciamente contrappesata da Cecchi con quegli elementi (mimica, gesto, movimento sulla scena) che distinguono l’artista talentuoso dall’attore comune. 

Insomma, gli acciacchi di stagione hanno irrobustito l’autenticità del protagonista del “Lavoro di vivere”, gioiellino di questo scorcio di fine 2014 andato in scena al Franco Parenti di Milano.

Il teatro è più credibile della vita. In quest’opera dell’israeliano Hanoch Levin il pubblico è catapultato in un ménage di coppia curato al dettaglio.

La regia di Andrée Ruth Shammah riempie i particolari di significati ulteriori. 

Il palcoscenico è uno spazio circoscritto. Vi campeggia un letto matrimoniale. C’è un bagno a portata di mano. Luci da abat-jour se la giocano con la notte. Dietro il letto una teoria di finestre, oscurate con drappi enormi. Sembrerebbe la quarta parete di una scena rovesciata. Le altre pareti virtuali sono racchiuse dal pubblico, a 270°, più avvolgente di un teatro greco. Tre veneziane creano un filtro: siamo dei voyeur dietro una tripla finestra sul cortile. 

È uno squarcio di vita reale. Piuttosto in su con gli anni, Yona (Carlo Cecchi) a notte inoltrata si sveglia, si alza e ribalta il materasso su cui la moglie Leviva (Flavia Carotenuto) dorme profondamente. Il treno ha fischiato per Yona. Che ha deciso di sconvolgere la piatta trentennale tranquillità di coppia.
Yona è in pigiama. Allaccia la cravatta, indossa calzoni e giacca, prepara la valigia. 
È ora di partire, di riappropriarsi di una vita troppo a lungo in naftalina. 

Sarcastico e irriverente, Yona si rivolta a un legame eterno con un’estranea. Leviva non è più una moglie: è un olezzo che appesta un primigenio desiderio di purezza; non è più una donna, ma un “culo”. Indolente e cinico, Yona infierisce su Leviva. Che alterna reazioni velleitarie a toni supplichevoli. Ma in fondo moglie e marito non si prendono sul serio: lei, “stupido animale”; lui, “pene avvizzito”. Due mezze mele capaci di ritrovarsi al buio. Due rondelle incastrate in una  coazione a ripetere.
Percepiamo un senso di morbidezza impudica, tra carne rinsecchita, borbottii, slanci verso un futuro ormai alle spalle. 

Musicalmente s’inseguono arie da operetta e suoni indistinti, tuoni, gocciolii. Yona e Leviva sono vite che scorrono, gocce che si fanno da contrappunto. Sono tocchi che scandiscono il fluire del tempo. A una mezz’ora ne segue un’altra, uguale alla prima. E la vita se ne va. 

L’irruzione sulla scena di Gunkel (Massimo Loreto) alla ricerca di un’aspirina, un alterco, un contatto femminile che dia corpo alle sue fantasie notturne, sovverte le dinamiche di coppia: forse è meglio abbaiare in due che squittire in solitudine. 

Bella riflessione quella di Hanoch Levin. Sul bisogno di non tradire per non tradirsi. Sull’urgenza d’amare. Che dà valore alla vita.
Carlo Cecchi è un istrione delicato, tra capricci infantili e patetici sforzi d’esorcizzare la morte. Flavia Carotenuto è l’espressione onesta di una femminilità delicata, non immune da una sagacia vivida, assorta, tutta napoletana. Massimo Loreto è maschera schizofrenica. Gli basta un cammeo per ribaltare la pièce. 

La regia di Shammah entra asciutta nei sentimenti. Esplora l’animo umano. Valorizza le abilità attorali attraverso i dettagli, dall’allacciare una cravatta al rimboccare un piumone. Shammah definisce ruoli e interazioni. Crea un tenue legame tra scena (Gianmaurizio Fercioni), luci (Gigi Saccomandi) e musiche (Michele Tadini). Armonizza atmosfere, profumi e ornamenti. Con la raffinatezza con cui, in una cena importante, s’apparecchia la tavola. 

IL LAVORO DI VIVERE
di: Hanoch Levin
traduzione dall’ebraico e adattamento: Claudia Della Seta e Andrée Ruth Shammah
con: Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto, Massimo Loreto
uno spettacolo di: Andrée Ruth Shammah
collaborazione per l’allestimento scenico: Gianmaurizio Fercioni
luci: Gigi Saccomandi
costumi: Simona Dondoni
musiche: Michele Tadini
aiuto regista: Benedetta Frigerio
assistente alla regia: Diletta Ferruzzi
direttore di scena: Marco Pirola
macchinista: Paolo Roda
elettricista: Domenico Ferrari
fonici: Davide Marletta, Matteo Simonetta
sarta: Francesca Simoni
responsabile di produzione: Maria Zinno
foto di scena: Fabio Artese
costumi della sartoria del Teatro Franco Parenti
produzione: Teatro Franco Parenti

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 2’ 50’’

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 14 dicembre 2014

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