Lo sguardo e l’arte di Pippo Di Marca, Sotto la tenda dell’avanguardia

Sotto la tenda dell'avanguardia
L'imperatore della Cina

Di Marca ne L’imperatore della Cina

Se l’idea più diffusa è che lo sperimentalismo e l’avanguardia specialmente teatrale riposino su operazioni tutte razionali di calcolo rappresentativo, e che la loro trasmissione sia affidata soltanto a freddi strumenti intellettuali, la figura e le parole di Pippo Di Marca sono presenti a smentirlo.

Dall’«emigrazione» spontanea da Catania verso Roma, all’incontro con figure centrali del teatro di ricerca dagli anni Sessanta e Settanta come Leo De Berardinis, Giancarlo Nanni, Carmelo Bene, Carlo Quartucci, fino all’attenzione negli anni Ottanta e Novanta verso Delbono, Castellucci, Calamaro…, oltre a essere uomo di teatro “fatto”, Di Marca è attento osservatore e, se non teorizzatore, senz’altro storico partecipe. Una personalità molteplice, non riducibile a una sola stagione.

Quest’ampiezza e molteplicità, davvero speciale, brillante, di Di Marca è stata evidenziata nella sede della romana Casa dei Teatri da tutti i relatori che hanno presentato il libro “Sotto la tenda dell’avanguardia”, che il teatrante siciliano ha pubblicato nel 2013 per le Edizioni Titivillus, lui già autore di una sorta di autografia per interviste del fenomeno (“Tra memoria e presente: breve storia del teatro di ricerca in Italia nel racconto dei pro-tagonisti”, Artemide 1998).

Insieme a Marco Palladini erano presenti lo stesso Di Marca e Franca Angelini, indirizzati nella conversazione da Paolo Ruffini, curatore della serie di partecipati incontri domenicali in cui questo si inserisce.
Punto di partenza è proprio quel doppio ruolo: l’essere interprete nei due sensi di colui che esplicita e di colui che spiega, protagonista dalla longeva attività creativa e lettore partecipe, dalla memoria infallibile, lucido teoricamente e appassionante nella narrazione.


Pippo Di Marca

Pippo Di Marca (photo: Ruggero Passeri)

Si è così parlato della fine dell’avanguardia («che non finisce mai, casomai trans-finisce», ha dichiarato Palladini), e di quella dei suoi esponenti («dissipazione di energie e gesti», ha sottolineato Di Marca), del più intimo senso dello sperimentalismo, rintracciato dall’autore in una sorta di nomadismo sia fisico che intellettuale, nella ricerca continua di un superamento di sé stessi, tesi verso un assoluto estetico, giungendo a delineare una figura che, adornata dei simboli della bottiglia e della sigaretta, non disdegna i tratti del generoso maudit.

Franca Angelini ha parlato poi di ascendenze e di numi tutelari del teatro di Di Marca: i tre Francesi Lautrémont, Duchamp e Genet, ma anche della Sicilia, presente nel ruolo di ipotetica grande madre, così come di Pirandello quale padre «mai eseguito, ma sempre decostruito e ricostruito, in un’interpretazione completamente attiva».

Tutta la conversazione ha oscillato tra lettura e vita, fra ricordi appassionati e coraggiosi amici scomparsi, dichiarazioni di orgogliosa appartenenza a quella che, secondo l’autore, all’epoca dei ’70 è stata la città più teatralmente viva del mondo, Roma, che fra le varie “cantine” ha poi visto le vicende della creatura più nota di Pippo: quel Meta-Teatro nato nel ’71 con la creazione del suo primo spettacolo da regista, “Evento-Collage n. 1”.

“Pippo Di Marca – scriveva Renato Nicolini nel 2004 dopo aver visto “P.I.R.A.N.D.E.L.L.O – IMPROMPTU (Càvusu/Chaos)” – non è soltanto uno dei migliori registi teatrali della sua/mia generazione, ma un raffinato teorico, veramente metateatrale, della scena contemporanea. Che riesce in un sol colpo, in questa sua ultima fatica, a mettere insieme un omaggio al grande sospeso della scena italiana, Leo de Berardinis; una riflessione sull’avanguardia, andando oltre la frontiera, dove troppo spesso la critica si arresta, del teatro immagine e delle avanguardie degli anni Sessanta, per risalire fino agli anni delle avanguardie storiche; una ri-lettura di Pirandello, andando oltre gli stereotipi e la maniera che si è quasi inevitabilmente incrostata addosso ad un autore troppo rappresentato”.

E il lavoro di Di Marca non si è fermato: lo scorso ottobre ha presentato al festival romano Logos. Festa della parola un racconto del/sul teatro a partire dagli anni ‘60, sorvolando quattro o cinque generazioni di artisti. Una lettura scenica in prima persona in cui Di Marca si è raccontato e interrogato, da una parte sulla memoria imprescindibile del passato, dall’altra su presente e futuro.

«La vita è impura»: chiude così Marco Palladini il suo affascinante intervento alla Casa dei Teatri per la presentazione del libro. E questa sembra proprio poter essere l’epigrafe di una conversazione tanto variegata, in cui l’ordine, per forza di cose richiesto dall’operazione editoriale, non è linearità di esclusione, ma sforzo di sintesi e autocoscienza, una sintesi instabile, ramificata e molteplice, a somiglianza del teatro stesso.

Sotto la tenda dell'avanguardiaSotto la tenda dell’avanguardia
Di Marca Pippo
2013
328 p., brossura
Titivillus – collana Altre visioni

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