Lo zoo di vetro. Leonardo Lidi nel dramma di Williams

Lo zoo di vetro (photo: Masiar Pasquali)
Lo zoo di vetro (photo: Masiar Pasquali)

In che modo nella nostra contemporaneità si può mettere in scena “Lo zoo di vetro”, uno dei testi più significativi del drammaturgo americano Tennessee Williams, rappresentato per la prima volta a Chicago nel 1944?
Lo aveva già messo in scena Luchino Visconti, tre anni dopo il suo debutto, con un cast d’eccezione formato da Tatiana Pavlova, Rina Morelli, Paolo Stoppa e Giorgio De Lullo; più recentemente Arturo Cirillo, nel suo significativo percorso di rivisitazione del teatro americano, aveva coinvolto una splendida Milvia Marigliano. In tutti e due gli allestimenti, l’impianto realistico della vicenda era rimasto pressoché intatto.

Ha provato a rimischiare le carte con successo, attraverso un’impronta fortemente personale e per nulla naturalista, il trentunenne Leonardo Lidi, che avevamo apprezzato come attore in “Santa Estasi” di Antonio Latella, avendo al suo fianco un quartetto solido e ben amalgamato di interpreti: Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Mario Pirrello e Anahì Traversi, che abbiamo visto al debutto al Lac di Lugano.

“Lo Zoo di vetro” mette al suo centro una normale famiglia americana, i Wingfield, con i suoi tre componenti: la madre Amanda, rimasta sola dopo che il marito l’ha lasciata, e i due suoi figli: Tom, che lavora per pochi soldi in un magazzino di scarpe, e la timida Laura, anima solitaria, zoppa in un piede, che riversa tutto il suo affetto su un piccolo zoo di vetro, capeggiato da un fragile unicorno.
Le speranze, i timori e i sogni di tutti e tre, tanti anni dopo, riemergono sulla scena, dalla memoria di Tom che, colpevolmente, le ha lasciate al loro destino di solitudine, per cercare un avvenire migliore.


Opera in parte autobiografica, ne “Lo Zoo di vetro” il ragazzo protagonista ha lo stesso nome di Williams, il cui vero nome era Thomas, mentre il personaggio di Laura rimanda chiaramente alla sorella Rose, soprannominata – anche in scena – Blue Rose, una sorella che, con grande strazio del drammaturgo americano, a causa di alcuni problemi psichici, fu sottoposta a un intervento di lobotomia.

Lidi, fin dalle prime parole della sua versione del capolavoro di Williams, riformulate da Tindaro Granata, propone con chiarezza la sua scelta registica, che porterà avanti sino in fondo: “Mi chiamo Tommaso e sono un pagliaccio. Sono qui per raccontarvi la mia verità. Per farlo ho bisogno di finzione, io vi darò verità sotto il piacevole travestimento dell’illusione. C’è molto trucco e c’è molto inganno. Il dramma è memoria, è sentimentale non realistico”.

La scena è divisa in due: al centro una specie di colorata casa delle bambole, all’interno della quale apparentemente si sta bene, si ride perfino, e che alla fine crollerà miseramente. Qui i tre Wingfield, vivono una vita piena di illusioni; tutto intorno, invece, un fuori cosparso di trucioli di polistirolo, da dove i ricordi tormentano Tom e da dove le paure e i dubbi si fanno reali. Ci si immerge così in una storia di impianto favolistico, dove i protagonisti sono tutti dei clown (i costumi sono di Aurora Damanti, scene e luci di Nicolas Bovey) e in cui pianto e riso si mescolano continuamente.
Solo Jim, l’amico di Tom, invitato con la segreta speranza di costruire un rapporto con Laura, è senza caratterizzazione, quasi nudo, l’unico che fa parte di una realtà, senza finzione alcuna.

Ogni elemento non è mai lasciato al caso; ogni sentimento è portato con cura all’esasperazione, per cercare di levare ogni incrostazione di finto verismo, in maniera da incidere, diversamente ma in modo altrettanto profondo, nei meandri di una vicenda dove il dolore melanconico di una vita vissuta solo di illusioni permea di sé ogni barlume di speranza.

C’è poi il vero protagonista, lo zoo di vetro, metafora fragile di un’inutile prospettiva, rappresentato da un misero cartone, distrutto involontariamente da Jim che, arrivato con lui, in egual modo se ne andrà via con lui, lasciando disarmati i protagonisti del dramma.

Siamo di fronte a una versione dell’opera di Williams fortemente caratterizzata dalla regia. Per questo abbiamo voluto porre alcune domande a Leonardo Lidi, che da ieri sera presenta lo spettacolo a Milano, al Teatro Carcano, fino al 17 novembre.

Leonardo Lidi (photo: labiennale.org)

Leonardo Lidi (photo: labiennale.org)

Perché la scelta di questo testo?
Perché è uno dei testi che mi ha fatto avvicinare, empaticamente, e fin dall’inizio, alla materia teatrale, e perché sto affrontando da anni un mio personale viaggio sulle famiglie nel teatro.
Dopo i tre studi dedicati a Natalia Ginzburg e la mia partecipazione a “Santa Estasi” con Antonio Latella, dove protagonisti erano gli Atridi e dove io interpretavo Agamennone, dopo la famiglia Albing di “Spettri” alla Biennale, mi è sembrato giusto tornare al capolavoro di Williams e a i Wingfield. Un testo che mi piace molto perché mi mette nella complessità di parlare a tutti in modo alto ma, nello stesso modo, nella difficoltà di “essere” figlio, figlia, madre.

I personaggi sono fortemente caratterizzati in modo clownesco. Perché?
Williams propone una bellissima mediazione tra la sua vita, il suo rapporto con la sorella e la metafora teatrale. Lo fa in modo meraviglioso, tornando indietro nel tempo e facendo uscire da sé tutto il nero che lo tormentava, anche cose molto dolorose, di cui forse si sentiva colpevole, avendo lasciato la sorella molto malata al suo destino per ambizione, come fa del resto nello spettacolo Tom. Ma “Lo zoo di vetro” ha anche la capacità di farti sorridere, ci si diverte di qualcosa di cui ci si vergogna, e ciò può avvenire solamente attraverso il grande teatro.
Ho cercato di utilizzare lo stesso meccanismo che emerge quando ridiamo della tristezza del clown. Mi sono avvalso della figura del clown per usarla come mascheramento del dolore: quando si affronta un dolore troppo grande bisogna mascherarsi con un volto nuovo; così è avvenuto per i componenti della famiglia Wingfield.

Ci sono due ambienti: una casa di bambole e un esterno, coperto di polisterolo. Cosa significano?
C’è una casa, forse delle bambole, lascio al pubblico decidere, e un limbo di polistirolo, un limbo temporale, dove Tom vive nel suo presente e ricordando il suo passato decide di entrare in quella casa, un limbo che ti può inghiottire o far divertire. E’ qualcosa di disordinato, instabile e spaventoso rispetto alla finta tranquillità della casa.

Quali sono state le difficoltà di un giovane regista davanti ad una prova così ambiziosa.
E’ vero sono un giovane regista, ma forse in altri Paesi non sarei giudicato così giovane. Devo dire che mi sento proprio fortunato, perché è un po’ di anni che mi sono state date molte possibilità, sia come regista, sia come attore. Se penso che a 27 anni ho debuttato con lo Stabile di Torino e che il mio percorso è sempre stato accompagnato da grandi strutture… In questa occasione devo dire grazie a Carmelo Rifici, al Teatro Carcano e al TPE. Direi che per me è un momento favorevole, penso per le mie capacità, non per amicizie o altro.

Progetti futuri?
Affronterò per il Teatro Stabile di Torino “La Casa di Bernarda Alba” di Garcia Lorca, un ‘altra famiglia dunque!

LO ZOO DI VETRO
di Tennessee Williams
adattamento e regia Leonardo Lidi dalla traduzione di Gerardo Guerrieri
con (in ordine alfabetico) Tindaro Granata, Mariangela Granelli,
Mario Pirrello, Anahì Traversi
produzione LuganoInScena/LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano
TPE – Teatro Piemonte Europa
In collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

Visto a Lugano, LAC, il 4 novembre 2019

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