Lo zoo di vetro: fragile con brio il Tennessee Williams di Jurij Ferrini

Lo zoo di vetro
Lo zoo di vetro

Lo zoo di vetro. Immagine dalle prove (fonte: monardo123)

C’è bellezza nella malinconia dei ricordi, nel dolore per ciò che non c’è più e mai avrebbe potuto sopravvivere. Molti artisti creano le loro opere migliori nella sofferenza e poi ne restano ammaliati, intrappolati. Così è per “Lo zoo di vetro” di Tennessee Williams: grazia cristallizzata, nata per catturare la luce, il riflesso di un sogno.

Nella calda intimità della sala Diana del Teatro Garage di Genova, Jurij Ferrini accoglie da amico il pubblico, numeroso per questa sua ultima fatica. Racconta che lo spettacolo al quale stiamo per assistere è quasi una prova aperta con tanto di suggeritrice, e senza soluzione di continuità si immerge nella narrazione teatrale.
Dalla prua di una nave – scenografia minima ed efficace – un marinaio evoca i propri ricordi. “Io vi offro la verità sotto il manto piacevole dell’illusione”: e in queste poche parole d’apertura è già racchiuso tutto il senso del teatro di Tennessee Williams, drammaturgo  che ama la simbologia senza disdegnare di spiegarne i meccanismi, le ragioni più intime.

Dal buio emergono figure come zombie che si arrampicano inquietanti sul palco, e poi,  come i mostri dei bambini, toccate dalle luci smettono la veste minacciosa e appaiono in tutta la loro familiare quotidianità.
Amanda, madre possessiva e opprimente, troppo presto lasciata sola a confrontarsi con il difficile compito di genitore; Laura, figlia timida e sperduta, con un handicap forse più morale che fisico; e Tom, figlio e fratello che le fa rivivere nel racconto così come le aveva sostenute col suo lavoro nella vita. Ma c’è anche un altro personaggio in questa storia: un visitatore quasi adescato dalla madre perché faccia la corte a Laura. Arriva per ultimo ma è quello più reale di tutti, e rappresenta per i Wingfield – prototipo familiare di piccola borghesia americana in decadenza – il mondo esterno da cui loro sono tagliati fuori.

Quello di Williams è un gioco tutto costruito su simboli: un marinaio che prende il mare per fuggire i ricordi ma sa che “la più grande distanza tra due punti non è lo spazio, è il tempo”; una madre Capitano di una nave che affonda; una ragazza il cui unico bene sono il suoi animaletti di vetro, sogni fragili, prigionieri e impossibili.
Siamo negli anni ’40, uno spaccato d’epoca in cui ben si riconoscono i meccanismi semplici e inesorabili che regolano la vita di uomini e donne. Laura non si fidanzerà con l’unico visitatore che abbia mai ricevuto. Il suo destino è segnato, dal suo handicap e dalla sua condizione di donna. Tom, in quanto uomo, riesce a fuggire ma non a lenire la propria solitudine, il proprio senso di colpa.

Una drammaturgia dai meccanismi perfetti che pare nata direttamente dalle assi del palcoscenico. Gli attori non devono far altro che lasciarsene risucchiare, farsi “di vetro”, come spiega il regista. Non per questo il compito è meno difficile: quelli di Williams sono personaggi che urlano, che esigono robustezza, spremuta d’anima. Compito che la Compagnia di Ferrini svolge in maniera egregia, convincendo e conquistando.
Nota di merito alla giovane Aurora Peres, particolarmente riuscita in un personaggio estremo e delicatissimo. Il pubblico affettuoso e partecipe tributa un lungo applauso. Per il Teatro Garage un’apertura di stagione in grande stile.


LO ZOO DI VETRO

di Tennessee Williams
con: Jurij Ferrini, Alessandra Frabetti, Aurora Peres
ideazione scenica e regia: Jurij Ferrini
produzione: Progetto U.R.T. e Compagnia Jurji Ferrini
durata: 2 h
applausi del pubblico: 4′
anteprina nazionale

Visto a Genova, Teatro Garage, il 16 ottobre 2009

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