Londonlucilla. Arrivederci Londra… bisogna proprio tornare in Italia?

23 febbraio
Ultima settimana di scuola per me. Oggi non me l’aspettavo ma un bel po’ di gente è arrivata dicendo: “Oh, ma questa è la tua ultima settimana qui, come ti senti?”. Non essendomi preparata una rispostina decente non ci ho fatto una gran bella figura, e a tutti ho risposto: “Mah, non so, un po’ confusa”, e gli altri, imbarazzati “Ah, chiaro”.
Qualcuno deve pure aver pensato che fossi scema, e non è detto che avesse torto. Ma non ho avuto molto tempo per autocommiserarmi perchè intanto il lunedì di Corinne era cominciato: quantità incredibili di addominali, che ormai non conto nemmeno più, e il temibilissimo riscaldamento di ‘barre a terre’, una specie di supplizio comune a mimi e ballerini classici che serve per aumentare l’elasticità delle anche e contemporaneamente distruggere tutta la muscolatura circostante. E poi di nuovo via, in piedi, verso nuovi improbabili equilibri.

Corinne deve averci preso gusto visto che per la terza volta in due settimane ha proposto la terrorizzante figura del cameriere che cade mentre porta un vassoio, e trattandosi di un mimo e non di un cameriere vero, costui non cade rovinosamente ma si appoggia elegantemente in una spaccata mentre il vassoio pieno di cose rimane impeccabile sulla sua mano.
E poi di corsa tra una spaccata e l’altra, ma io queste cose più le faccio più mi stupisco di me e di come mi sono messa via tutta una serie di paranoie esistenziali psicofisiche e tarantelle varie: insomma, quando c’è da fare una cosa si fa e basta e poi magari uno ci prende persino gusto, tanto che oggi alla fine della giornata, nonostante i lividi sulla zona interna delle ginocchia, ero tutta soddisfatta di me e mi sono lanciata a capofitto nella lezione straordinaria del lunedì.
Indi per cui, quando alle treemmezza sono uscita dallo studio, energia per visitare Highbury and Ilsington (come avevo previsto) non ne avevo un granchè, ero anzi sullo stanchino andante e come una zombie mi sono arrampicata al secondo piano dell’autobus numero 43 insieme alla mia amica Julieta, che intanto chiacchierava chiacchierava di questo e di quello, e quanto mi piacciono a me queste chiacchierate con Julieta fatte un po’ in inglese un po’ in italiano e un pochino anche in spagnolo. Chiacchieravamo chiacchieravamo di tutto quello che ci pareva mentre l’autobus ci portava verso il nostro programmato pomeriggio di shopping selvaggio. Ma, una volta arrivate là, abbiamo avuto a stento la forza di bere un the da Sturbucks (è la prima volta che ci  metto piede, eh!) e mangiare una fetta di goduriosissima cheescake prima di girare un po’ rimbambite tra i lussuriosi negozi della zona: robe di ogni tipo, ma ero troppo, troppo stanca, e alla sola idea di togliermi le scarpe per provarmene un paio nuovo mi cadevano i piedi. Dunque abbiamo felicemente rinunciato e sempre chiacchierandochiacchierando ce ne siamo andate. A un certo punto ci siamo pure divise, e ovviamente a quel punto abbiamo smesso di chiacchierare.
Salita nel grande tubo, dolcemente mi sono assopita mentre intorno a me i londoners intrappolati nel traffico della rush hour bestemmiavano ma in maniera polite. E ora quasi quasi mi infilo il mio pigiamino azzurro e zac sotto le coperte verso nuovi mondi immaginari.

25 febbraio 2009
Proprio pochi giorni prima del travagliato mio rientro, ecco che arrivano alcune pugnalate alle spalle, tanto per farmi capire che si torna alla triste realtà italiana e c’è poco da scherzare, ancor meno da sperare. I compagni dell’associazione per cui lavoravo tempo addietro, dopo avermi senza troppa eleganza tirata fuori da un progetto importante che avevo praticamente creato io, hanno pensato bene di clonarlo e riciclarlo coinvolgendo una realtà teatrale politicamente più ammanicata (leggi, leccaculo) della mia. E questo potrei anche mettermelo via, visto che da tempo odoravo una simile correttissima mossa degna di un’associazione che ha alle spalle ormai quasi sessant’anni di lotte per i diritti civili. Ma a rendere più dolorosa la capocciata arriva la seconda notizia: quella del successo straordinario, di livello addirittura nazionale, che sta avendo una persona di mia conoscenza in ambito teatrale senza a mio parere possedere né le capacità né il talento né insomma alcuna delle caratteristiche che teoricamente sarebbero necessarie per ottenere cotanto successo. E’ vero, un po’ rosico d’invidia. Ma un po’ pure mi domando: cazzo, cazzo cazzo, è possibile che in questo nostro paese l’unica cosa importante per ottenere visibilità sia creare lo scandalo? Questo mi domando e la risposta è: purtroppo sì. Sono amareggiata, scoraggiata, delusa.
E proprio mentre sto per mettermi a piangere arriva il messaggio di una mia compagna di corso, una ragazza finlandese che in questi due mesi è stata tra le persone a me più vicine. Nell’augurarmi in bocca al lupo per il mio ultimo esame, che sarà domani, mi dice che non vede l’ora di vedere la mia prova. Ecco. Questo messaggio mi ha riportata al punto, alla bellezza, mi ha riportata alle cose per cui vale la pena di continuare a fare questo mestiere, mi ha riportata al mimo, allo studio, alla dedizione, mi ha riportata alla bellezza che custodisco nonostante tutte queste persone attorno a me siano così sporche e misere.
Mi ha riportata al motivo per cui sono qui. Grazie.

27 febbraio
Senza che nemmeno me ne accorgessi questi ultimi giorni sono trascorsi. Ieri ho messo in scena per l’ultima volta il mio Mr Huld, che era un po’ lento, a dirla tutta, un po’ meno brillante delle altre volte ma c’era tutta l’ansia del saluto, e c’erano le numerosissime nuove cose da ricordare e la nuova scena da mettere in piedi e con cui relazionarmi, e mi sono sentita così sostenuta da tutti i compagni che, porca miseria, ho fatto davvero fatica a pensare che fossero passati solo due mesi.
E oggi l’ultimo giorno di lezione: mi sono sfidata fino all’ultimo, ho fatto ‘the chair of the absent e le touche’, che sono gli assolo che Corinne ha insegnato in questo ultimo mese, e ad essere onesti non ero all’altezza, no, non sono che all’inizio e questi sono gli ultimi pezzi creati da Decroux, di una complessità e di una bellezza indescrivibili, il corpo intero prende una sembianza umana e sovrumana allo stesso tempo. E lo so che non li ho fatti bene, lo so che molte cose mancavano, che li ho solo accennati, ma ho provato fino in fondo ecco, sono andata in scena dall’inizio alla fine ed è stato bello. Poi di colpo è finito tutto ed il saluto con Corinne è stato perfino sbrigativo; d’altra parte c’eravamo già dette tutto nei giorni passati e le ultime cose erano state messe in chiaro stamane prima dell’inizio, quando mi aveva fermata per dirmi: “Lo vedi che in due mesi il tuo corpo è già cambiato? Ti guardavo ieri. Io penso che questo sia il tuo vero corpo”. Ed è così, e mi sento incredibilmente più a mio agio – finalmente – dentro questa cosa nuova che riesco almeno parzialmente a governare. Il mio corpo ed io cominciamo a capire che siamo la stessa cosa e questo mi dà emozione e soddisfazione, e soprattutto fa nascere in me la necessità di non fermarmi, perchè mi sembra solo l’inizio di un cammino nuovo. Non so dove mi porterà, ma ora che ho trovato la strada non posso fermarmi. Non l’avrei mai detto, dieci anni fa, ma nemmeno due, che oggi, a trent’anni, avrei deciso di fare il mimo.
Mi rendo conto che, per la maggior parte delle persone che conosco, un mimo è un mezzo ballerino vestito di nero che sta muto e ricrea l’illusione di un muro o di una corda con il corpo.
Eppure se dovessi spiegarlo ora, cosa vuol dire essere un mimo, davvero non potrei.
Decroux diceva: “In questo mondo che sta sempre più seduto un mimo è colui che vuole stare in piedi. Essere un mimo vuol dire essere un militante del movimento”.

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