Londonlucilla. Neve sui tetti e un angelo fra Beckett e Kafka

London house
A british snowman

A british snowman (photo: Carla Vitantonio)

31 gennaio 2009
Sono proprio a metà, sulla cima della parabola, ancora guardo indietro al mese che è passato e però già cammino verso quello che rimane. Che poi non so mica se sia una parabola, anzi, mi sembra che la parabola sia la curva meno adatta a descrivere il modo in cui io percepisco questi due mesi londinesi. Tant’è, la metafora vuole che si dica così, e in questo momento non ho voglia di mettermi a crearne una più felice. Intanto il personaggio a cui sto lavorando comincia a prendere forma. Dopo aver letto quasi tutto Beckett e moltissimo Kafka in inglese è successo che a un certo punto si è materializzata l’idea, o come si usa dire tra le persone che frequentano la scuola, l’angelo.

Il mio angelo (non vi piace questa parola? Troppo new age? E allora metteteci idea, ispirazione, marmo pronto per essere scolpito, insomma, ci siamo capiti), dicevo che il mio angelo ha le sembianze dell’avvocato ne “Il processo” di Kafka. Però non è proprio lui, e non è solo lui, anche se le parole che usa sono le sue. Ed è sempre meglio delineato, sempre più preciso. Mi sembra una cosa così straordinaria avere il modo, il tempo, le risorse economiche e lo spazio per potermi occupare con diligenza e meticolosità della creazione di un personaggio! E ancora più straordinario avere un regista che mi dica metti questo togli quello, che mi suggerisca, che sussurri indizi, che mi animi! Ma in Italia dove sono i registi? Io sono anni che non ne vedo uno. E qui ne ho addirittura due, e quali? Gli assistenti di Decroux, Steven Wasson e Corinne Soum, io quasi non ci credo.

Il mio personaggio piace quasi a tutti i miei compagni. Quelli del terzo anno mi hanno proposto di darmi una mano con la tecnica per permettere che si esprima meglio. Ovviamente, ho accettato. E già che c’ero ho proposto molte altre cose, ed è finita che dopo scuola, quando non devo fare i compiti, ho un mucchio di prove da fare per numeri nuovi sui quali vorrei lavorare.
Ha sempre funzionato così, per me: più creo, e più mi vengono le idee. Una specie di circolo virtuoso nel quale le cose già nate aiutano le altre a nascere, e i giorni diventano entusiasmanti.  Sono, insomma, in uno stato di grazia creativo.
E in questo stato mi preparo ad affrontare il finesettimana. Questa sera festa in maschera, sperando di reggere poiché mi sento sulla soglia di un’influenza, e domani, se sopravvivo alla nottata, capodanno cinese in Trafalgar Square, con tanto di giochi di strada e sfilata dei dragoni!
Senza tirare tardi, che lunedì comincia un’altra settimana di mimo.


01 febbraio 2009
Oggi è caduta una spolveratina di neve sui tetti di Londra. Neve piccola piccola e leggera, che volava nel vento gelido come fosse stata polistirolo. S’è posata sui tetti e poi è arrivata la gelata, così la neve è rimasta là, immortalata, come un vestitino sui tetti bassi delle case vittoriane che circondano la mia. Io vivo a Leyton est di londra, un quartiere popolato da pochissimi bianchi e molti pachistani, arabi, indiani, qualche cinese, poi neri d’africa, jamaicani e polacchi, ogni tanto qualche italiano. Un quartiere di gente che lavora e che ritorna a dormire nelle casette vittoriane di mattoncini marroni. Alcune hanno una scritta mezza rotta che pomposamente ne propone il nome “brook house” o “casa tal dei tali”. La casa prima della mia, che è particolarmente decaduta e ha l’aria di essere uno squat (ossia una casa occupata) ha una scritta che recita “still cottage”, che può voler dire “semplice cottage” o “è solo un cottage” ma anche “questo è ancora un cottage”, che è la traduzione che mi piace di più, perchè mi dà come un senso di sottile ironia e di rivendicazione, come se quella casetta gliela cantasse alle casone vittoriane di altri quartieri dicendo “Ohi, in fin dei conti sono un cottage pure io, quindi poco casino”.

La mia casa non è particolarmente bella, la facciata esterna in mattoni è stata ridipinta e ha un’aria di falsa modernità che non c’entra niente con tutto quello che le sta intorno, però, dentro, la struttura è ancora quella della casetta vittoriana, due stanze giù e il bagno – che in maniera molto funzionale è adiacente alla cucina, per cui odori e rumori si mescolano felicemente nelle ore di maggiore affollamento – backdoor che dà su un piccolo giardino, e poi una scalinata in legno che porta a due camere da letto, di cui la più piccola è la mia. Ma se non fosse per lo spazio a mia disposizione, che è veramente poco, pochissimo, direi addirittura insufficiente, visto che non esiste una sala da pranzo e sono costretta a fare tutto, tutto in stanza, mangiare, provare, dormire registrare etc, se non fosse per questa storia dello spazio potrei dire che a Leyton mi sento abbastanza a mio agio. La strada per arrivare al grande tubo è costellata di negozietti e non ce ne sono due, dico due, il cui padrone abbia la stessa nazionalità. Vendono le cose più improbabili, confezioni da 50 rotoli di carta igienica, frutta esotica di dubbia provenienza, catini, bollitori, spezie manioca banane e platani, schede telefoniche, alcuni ti rifanno le unghie, una macelleria vende carne halal (niente kosher, qui, che il quartiere è troppo povero per ospitare Jewish) e un baretto serve colazioni italo-jamaicane, che vai a capire cosa sono.
Se passo all’ora della preghiera vedo gli uomini che allungano il passo per entrare nella moschea prima che sia tardi. Questo mi ricorda il mio viaggio in Turchia e mi fa tenerezza. Ma non faccio in tempo a compiacermi in questi pensieri, perchè il più delle volte è già tardi e devo correre verso il grande tubo.

London house

London house (photo: Carla Vitantonio)

5 febbraio, quasi 6
Sono in casa, o meglio in camera, con la mia copertina di pelo rosa appoggiata sulle spalle che mi sento una via di mezzo tra Azzeccagarbugli e Don Abbondio (lo so, troppa ricerca bibliografica per strutturare il mio personaggio porta strani effetti collaterali) e sono nientepopodimenoche malata.
Maledetta camera freddissima.
Per fortuna la tragedia virale è scoppiata proprio oggi, sulla soglia del fine settimana. Stamane durante lo stretching mi sentivo stranamente tremolante e nemmeno la pausa pranzo mi ha rinvigorita. Alle due ero a pezzi, alle tre ho capito che potevo solo tornare a casa. E così niente teatro niente pub niente visita serale a Camden Town, niente di niente, mi sento come nella pubblicità dello Zerinol. E – quel che è peggio – ho un intero fine settimana davanti a me. Fine settimana che trascorrerò pensando. E a cosa, se non al mimo?
Quanto sta accadendo è incredibile. Il mio corpo è visibilmente cambiato, ho dei muscoli che prima non avevo, il mio equilibrio si sposta continuamente da un punto all’altro dei piedi, mi muovo come non avrei mai immaginato di fare. E più mi rendo conto di tutto questo, più capisco che si può muovere il busto senza muovere il tronco, che una mano può essere piatta, ma veramente piatta, e che c’è un intero spettacolo possibile tra l’avere il peso sulla punta del piede o sul tallone, più mi rendo conto anche di quanto la mia tecnica sia imperfetta, di quanto io possa (debba?) imparare ancora.

Non credevo, davvero, che potessero esistere cose così. Questa disciplina mi sta creando una vera e propria dipendenza. Ma avrei dovuto rendermente conto subito: quando conobbi Steven e Corinne un anno fa mi infervorai e, dopo i due mesi di laboratorio bolognese, mi dissi “ok, vado a Londra, faccio la scuola estiva così mi tolgo lo sfizio e dopo sarò sicuramente soddisfatta”. E infatti sono venuta a Londra in luglio, ho frequentato la scuola estiva e me ne sono tornata a casa ancora più affamata di prima. Tant’è che adesso sono qui, non vedo l’ora che arrivi lunedì per allenarmi di nuovo, e addirittura sono preoccupata per il mio raffreddore poiché non vorrei dover perdere delle lezioni. Non mi riconosco più, ecco.

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