Love is my sin: Peter Brook torna all’amato Shakespeare

Love is my sin
Love is my sin

Love is my sin (photo: theatrorama.com)

Affollato come sempre è il ritorno sulla scena di un maestro come Peter Brook. Ci aveva conquistati con “Fragments”, la piccola antologia beckettiana miglior spettacolo straniero per gli Ubu 2008, ci aveva poi dato una bella lezione – in tutti i sensi – con “Warum Warum”, in cui l’imponente Miriam Goldschmidt raccontava cos’è il teatro con le parole di Artaud, Craig, Dullin, Meyerhold, Motokiyo e Brook stesso. Ma in quella lista di illustri precettori c’era anche il Bardo, antico amore del Brook della Royal Shakespeare Company, faro che spesso ha indicato la via alla sua sfolgorante carriera.

Platea piena, aspettative alte. La scena attende vuota, se non per un piccolo sistema di sgabelli, pochi elementi ad ospitare l’assenza. Nell’angolo un piano elettrico.
Prime a rompere il silenzio sono le note di una fisarmonica, che Franck Krawczyk porta in scena come vi fosse appeso. A breve la parola passerà a due decani della scena, Natasha Parry e Michael Pennington (che in questo tour sostituisce Bruce Meyers).
Che si sia al cospetto di un regista sublime lo si sente, che lo spettacolo sia una rigida pietra di testimonianza dell’evoluzione di un linguaggio, lo si apprende quasi da subito.
Lo stesso Shakespeare che ha dato voce per secoli a trionfi di arte teatrale, lo stesso che ha provocato la creatività dei più diversi artisti, viene ora denudato di due orpelli fondamentali: la contestualizzazione e i personaggi. Brook raccoglie una selezione di versi e li lascia parlare, creando con curioso successo un nuovo testo drammatico, una sorta di “summa” di tutte le storie d’amore raccontate nella teatrografia del Bardo.
Divisi in capitoli (Separazione, Gelosia, Tempo sconfitto) e sublimati dal mezzo della declamazione a due, rivivono i sospiri incrociati di Romeo e Giulietta, di Amleto e Ofelia, di Antonio e Cleopatra, di Bottom/asino e Titania, persino, in certa misura, di Shylock e il suo denaro, di Lear e la sua follia. Come dire che l’amore è davvero la risposta a tutto, nel bene e nel male.

Brook è un regista che fortunatamente ha fatto scuola, che ha fondato da zero un’intera nuova estetica, data poi in pasto a mille interpretazioni. In lui, per sua stessa ammissione, ha sempre brillato una lanterna di coerenza, di disciplina, se non altro nei presupposti analitici e stilistici.
In certa misura simile a quello dimostrato in “Warum Warum” è questo esperimento sul testo. Non un adattamento, ma una trasformazione. La prova che gli strumenti della chiarezza e dell’inventiva registica sono in grado di farsi motori dello spettacolo stesso. È certamente vero, come si legge nelle note di regia, che le liriche di Shakespeare sono di per sé estremamente teatrali, ma non meno di quanto la sua drammaturgia è lirica. Questo sembrerebbe stare a significare che una certa permeabilità reciproca, almeno in Shakespeare, i due generi la conservano sempre. Brook gioca con questa potenzialità affidandosi alle sicure mani di una grande e ariosa formalità della scena, ulteriormente affilata dall’uso razionalizzante degli intermezzi musicali, tinto di valenza quasi filologica. Mentre allora le note (partiture del secentesco Louis Couperin) dettano legge sull’atmosfera da creare, i due attori recitano i sonetti con uno stile asciutto e beffardo ancorato in un limbo tra dialogo e lettura. Una riflessione incrociata che non ha pudore e inserisce, con grande eleganza, inaspettate lame d’ironia all’interno di un’attenta autopsia del linguaggio e dei sentimenti.

Il risultato sfiora livelli di sottigliezza davvero rari, eppure forse non raggiunge mai una vera emozione. Quest’ultimo Brook va in cerca di un teatro teorico, di una mappatura dell’espressione che spesso ha poco a che fare con la fruizione completa. Andrebbe bene, non fosse che quegli accenni quasi impercettibili di Pennington e Parry, quei piccoli sorrisi, quei piccoli movimenti, sembrano alludere a qualcosa che non sempre si coglie. Come se i due, trovando in terra le ossa di una vera linea narrativa, le prendessero a piccoli calci, sprezzanti. E non sempre noi riusciamo a indovinare il perché.

“L’amore non è lo zimbello del tempo, anche se rosse labbra e guance / cadono nel compasso della sua falce ricurva; /l’amore non muta con le sue brevi ore e settimane, / ma resiste fino all’orlo del Giudizio. / Se questo è errore e mi sia provato, / io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato”.
Di versi come questi resiste comunque spesso la passione, e sulla scena resta viva un’eleganza davvero rara, anche laddove i ritmi non sono più asciutti come dovrebbero; restano la brevità e la nettezza di una mise-en-espace che gioca continuamente con il limite dell’ostentazione, con “l’orlo del Giudizio”. Ma la fragilità del cristallo non è debolezza, è raffinatezza.

LOVE IS MY SIN
dai “Sonnets” di William Shakespeare
adattamento e regia: Peter Brook
produzione: C.I.C.T./Théâtre des Bouffes du Nord
interpreti: Natasha Parry, Michael Pennington
collaborazione artistica: Marie Hélène Estienne
musiche: Louis Couperin interpretate da Franck Krawczyk
luci: Philippe Vialatte
realizzazione: Romaeuropa Festival 2009 con il patrocinio dell’Ambasciata Britannica
durata: 52’
applausi del pubblico: 3’ 20’’

Visto a Roma, Teatro Palladium, il 7 novembre 2009
Romaeuropa Festival 2009

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