Quando il teatro è necessario. Davanti a un caffè con Luca Micheletti

La resistibile ascesa di Arturo Ui
Luca Micheletti

Luca Micheletti (it.wikipedia.org)

Attore,  drammaturgo, regista, traduttore, formatore. Nel suo curriculum si contano circa 40 spettacoli tra il 2011 e il 1990, un Premio Ubu come miglior attore non protagonista, una nomination al Premio Le Maschere del Teatro ed una al Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli.
Di anni ne ha 26.

Stiamo parlando di Luca Micheletti, che Klp ha incontrato davanti a un buon caffè in occasione della tappa napoletana della tournée de “La resistibile ascesa di Arturo Ui”, opera di Brecht riproposta da Claudio Longhi.

Abbiamo scoperto un artista un po’ “timido”, che non ama parlare troppo di sé, ma che però ha tanto da dire. E abbiamo cercato di andare oltre il suo personaggio per far emergere il vero Luca: un ragazzo che, a soli quattro anni, “è stato buttato sul palco” scoprendo poi che lì voleva rimanere.


Luca, come ci si sente ad essere tra le pagine di Wikipedia, l’enciclopedia più famosa del web?
Sono tra quelle pagine per necessità di informazioni… Nonostante siamo in un momento storico in cui tutti non fanno altro che mettere in mostra se stessi tramite i social network, io sono un po’ restio a dare informazioni su di me. La vita dell’attore lascia poco margine al privato, è un vita pubblica per forza. Perciò, contrariamente a chi smania per renderla pubblica, io smanio per conservare una fetta di privato. E’ un po’ come il Carnevale: quando ero bambino tutti i miei amici volevano travestirsi, io no perché già mi travestivo tutto l’anno. Certo, per fare il mio mestiere una componente di esibizionismo è necessaria, ma non deve per forza riguardare ogni campo.

Alla luce di come appari e di ciò che dici, la tua componente esibizionista la definirei “introspettiva”.  Ti ci ritrovi in questa interpretazione?
Mi fa piacere tu dica questo. Il mio maestro di sax mi ha sempre detto “tu hai un modo di pensare la musica, lo strumento, meditativo”. Credo dipenda dal fatto che per me andare in scena non è mai stata un’urgenza a tutti i costi, ma nel momento in cui è stato necessario, sensato e giusto, allora l’ho fatto. Ovviamente rispetto il lavoro, il teatro mi ha dato e mi dà comunque da mangiare. Ma posso dire a testa alta che non lo farei se non ci credessi profondamente, solo per esibizionismo fine a se stesso. Ecco perché il mio esibizionismo è “di risulta”: faccio un lavoro che ha a che fare con l’immagine, ma che non può e non deve confondersi con la sola cura dell’immagine. Non è la stessa cosa. Il mio esibirmi è necessità di comunicazione.

A fare teatro ti ci sei trovato grazie alla tua famiglia, teatrante di generazione in generazione. Ma cos’è che ti ha spinto – e che ti spinge tuttora – a continuare questa “tradizione”?
Per me l’urgenza del dire muove qualsiasi esternazione, che poi si declina in forma artistica. Continuo a fare teatro perché sento che la mia formazione, le mie abilità giustificano ancora le scelte del mio lavoro. Quando sono sul palco, il mio personaggio in quel momento corrisponde a me stesso, ciò che lui dice attraverso la mia bocca e il mio corpo è qualcosa che io ho bisogno di comunicare. Quando mi renderò conto di non avere più nulla da dire, smetterò di fare teatro.

Con 20 anni di teatro alle spalle, avrai potuto seguirne evoluzioni e cambiamenti. Cosa pensi del teatro oggi?
Il teatro nella sua situazione attuale – e parlo dell’Italia che per tanti versi è scoraggiante e sconfortante – credo sia purtroppo pieno di gente prestata e improvvisata sotto tanti punti di vista e al di là dei risultati.
Ciò non toglie che sono assolutamente felice che esistano tante compagnie e che ne emergano continuamente di nuove. E sono felice di fare parte in qualche modo di questo rinnovamento teatrale in atto, anche se attualmente sto lavorando su un testo considerato “classico” per i nomi coinvolti.
Come sai scrivo anche per la scena, anzi probabilmente di qui a non molto vedrò in scena una mia pièce di cui ancora non posso dire altro… ma se andrà a buon fine non mancherà occasione di parlarvene. Mi sento molto vicino con spirito di ‘compagnonnage’ alla schiera delle nuove generazioni teatrali.

Cos’è per te il teatro?
Il teatro è un fatto politico, è un’urgenza politica e una necessità civile. Questi sono i motivi che mi spingono a farlo. Qualsiasi teatro è politico e farlo è il mio modo di essere cittadino, di costruirmi un ruolo all’interno della società. Sono per questo doppiamente felice per l’attenzione che è nata intorno allo spettacolo che sto portando in scena, perché è un’opera che ha una valenza espressamente politica, in questo caso proprio in termini di militanza ideologica. Ma non è l’unico modo di fare teatro politico. Bisogna calarsi all’interno della società e rendersi conto che il teatro non lo fanno solo coloro che stanno sul palco, ma che viene fatto per coloro che stanno al di là del palco. Perciò è necessario formare chi va sul palco. Proprio qualche giorno fa ho tenuto un incontro all’Università Federico II di Napoli, ed è stata una delle tante occasioni d’incontro col pubblico che si sono create in questa tournée. Ad un pubblico fatto di giovani è fondamentale trasmettere delle informazioni utili per la decodifica dello spettacolo, e aver ricevuto risposte così partecipate è sintomatico della necessità oggi di fare teatro. Si avverte la voglia nel pubblico di essere formato, e questo vuol dire che il teatro esiste perché il pubblico di domani esiste e può esistere, al di là di coloro che adesso frequentano le platee, che non possono essere gli ultimi superstiti di un pubblico che va scomparendo. Perciò il teatro ha bisogno di rinnovarsi non soltanto sopra al palco, ma anche giù dal palco.

Pietro Luigi Micheletti di fronte al suo Teatro Popolare (1932)

Pietro Luigi Micheletti nel 1932 di fronte al suo Teatro Popolare (photo: iguitti.com)

Emerge in te una sensibilità che sembra derivare da un’altra epoca. Hai un modo di vedere e sentire la realtà non comune a qualsiasi giovane teatrante. Avverti questa differenza?
Innanzitutto bisogna scindere la vita dal teatro… altrimenti è come se fosse Carnevale tutto l’anno, e non sai più quali sono i tuoi abiti civili. Per quel che riguarda il teatro io vengo realmente da un’altra epoca. Ma non perché adesso sia demodé quello che ho fatto. La commedia di Brecht che sto rappresentando si apre con una frase: “Non sfugge al passato chi dimentica il passato”. In quel caso si riferisce chiaramente a questioni storiche, ma in modo universale si può ampliare anche in riferimento al teatro. In qualche modo io vengo da una tradizione teatrale che non si può annullare: il sentimento teatrale nazionale viene da una tradizione che, per quanto controversa e contraddittoria, a tratti cialtrona e a tratti passata di moda, ha portato il teatro ad essere ciò che oggi è. Certo bisogna andare oltre, ma io vengo da un artigianato teatrale che non ha alle spalle una scuola, non ho diplomi, non ho studiato. Sono stato “buttato” sul palco all’età di quattro anni e non me ne sono mai allontanato. So che tutto ciò ha un’aria mitologica, mi rendo conto che ho una storia molto anomala rispetto ai miei coetanei. A 26 anni si è giovani e normalmente si è da poco usciti da una scuola di teatro, ma io lo faccio da oltre 20 anni! Il teatro ha sfamato me, i miei predecessori [la famiglia Micheletti-Zampieri affonda le proprie radici nel teatro popolare di fine Ottocento; Luca è il più giovane erede della tradizione secolare della compagnia I Guitti, di cui è regista stabile, ndr], ma anche i miei cinque fratelli e chissà… forse un giorno sfamerà anche i miei figli, se ne avrò!

Il paragone è senz’altro un po’ azzardato, ma t’immagino come Atlante che porta sulle spalle il peso del mondo. Si percepisce quanta importanza ha per te il teatro, ma anche quanto faticoso sia dargli tale importanza…
Fare teatro oggi è una croce, è vera la sensazione che hai. E’ una croce che non ho scelto io di mettermi sulle spalle, ma da quando mi è stata messa non voglio più liberarmene. In maniera riparata e anche, se vuoi, relativamente nascosta, mi sono costruito i muscoli per portarla e oggi ci convivo, pur continuando a sudare. E’ una continua battaglia, ti sollecita a superare continuamente blocchi con te stesso e a sceglierla consciamente giorno per giorno. Non è facile fare teatro. Richiede uno sforzo notevole; è un impegno costante, dal punto di vista psicologico, personale ed umano. Intendiamoci, non è che mi faccia carico dell’intera questione teatrale, ma sono riuscito a trovare il modo di fare teatro con profonde motivazioni. Resta il fatto che secondo me è raro che qualcuno possa portare una tale croce conservando intatta la propria mente! D’altronde la vicinanza fra il teatrante e il folle è stata più volte ribadita, ma ciò non toglie che l’attore debba comunque farsi responsabile senza crogiolarsi nella maschera del buffone che può permettersi tutto. Anzi. Il buffone se si permette tutto è perché attraverso quel che dice cerca di cambiare la realtà. E in questo c’è una profonda velleità rivoluzionaria d’impatto: nella follia delirante di poter cambiare il mondo, deve riuscire a scuotere le coscienze, altrimenti è semplicemente un’esternazione solipsistica di chi ha voglia di sentire il suono della propria voce… anche se, a volte, il suono della voce si deve far sentire! In questo spettacolo ad esempio canto molto.

Attore provetto, bravo cantante, e io ti ricordo anche studente universitario modello. Possibile che riesci ottimamente in tutto quello che fai?
Mah…in realtà non è che riesco in tutto, è che faccio solo quello in cui riesco! No, il fatto è che per me quello che faccio non è dopolavoro o amatoriale, è quello che sono. Credo semplicemente di fare ciò che sono.

Quali pensi siano i problemi del teatro oggi?
Da un lato è esploso, dall’altro il pubblico non è formato. Non c’è attenzione per la distribuzione di strumenti allo spettatore atti a far sì che riesca a decodificare quello che vede. Come in un circolo vizioso, gli strumenti dovrebbe darli coloro che fanno teatro. Al di là della doppia scuola di chi fa o meno teatro per il pubblico, adesso – ed è sempre stato così – del pubblico c’è necessità. Laddove c’è necessità, c’è volontà di andare avanti e perché il teatro venga di nuovo letto come elemento necessario della collettività e che si crei di nuovo un’aspettativa nei suoi confronti, è necessario che il pubblico riesca a capire ciò di cui ha bisogno di ricevere dal teatro.

Perché secondo te il pubblico non ha più gli strumenti di decodifica del teatro?
Perché si è fatto teatro in maniera dissennata, tanto per farlo, per velleità e smania di esibizione, senza un sistema saldo dal punto di vista politico, tale che consentisse di fare un teatro utile alla società. Quindi si è creato uno scompenso profondo tra chi fa teatro e chi lo va a vedere. In sala si vedono sempre le stesse facce, sempre le stesse persone. Il pericolo dell’autarchia è che prima o poi si va incontro a una scadenza. E questo modo d’intendere il teatro a scadenza, per me che ho ventisei anni, ma non solo per me, è pericoloso e sbagliato. Io auspico che i miei figli abbiano bisogno di teatro, per mangiarne anche in senso metaforico, per essere felici e fieri di vivere in questo Paese che ha voglia di recuperare e restaurare la tradizione teatrale nazionale. Trovo che ci sia disattenzione al teatro come ce n’è per i monumenti, per la nostra storia e le nostre origini. Lasciamo crollare la Domus Gladiatorum di Pompei così come lasciamo crollare le radici della storia del teatro. Perciò: che il teatro si faccia, ma responsabilmente e che facendolo si crei la domanda nel pubblico.

A livello pratico, se tu potessi dare un contributo al teatro, cosa faresti?
Consiglierei a chi fa teatro d’impegnarsi nella formazione, affiancando l’attività didattica a quella artistica, come provo a fare io. E l’attività didattica va estesa in ogni organismo di apprendimento: scuole, licei, università, istituti, incentivando l’incontro col pubblico, in particolare con i giovanissimi. Bisogna fornire gli strumenti culturali e morali, spiegare lo spettacolo senza essere “schizzinosi”, avvicinare il pubblico alla comprensione, in ogni modo possibile.

Oltre ad essere un problema di disinformazione del pubblico, non credi ci sia anche una forte perdita di quei valori che probabilmente prima supportavano gli strumenti di decodificazione venuti meno?
Il teatro, come ogni forma d’arte, è un po’ il termometro della società. E’ un dato di fatto che nella storia, i momenti di crisi politica ed economica hanno generato le stagioni artistiche più profonde. La stagione che rappresento ogni sera, cioè quella della Repubblica di Weimar e dei primi fermenti nazisti in Germania – forse una delle più cocenti e terribili crisi della storia del ‘900 – si è rivelata un periodo di grande fermento teatrale, musicale, letterario. Di solito quando c’è crisi si avverte maggiore urgenza di fare arte e si sviluppa una grande coscienza critica, anche per i posteri. Quindi il fatto che adesso siamo messi male sotto molti punti di vista, dovrebbe essere un incentivo a sviluppare una maggiore consapevolezza e ricerca artistica. Certo è che questa è teoria, nei fatti tutto ciò, ora come ora, è difficilissimo. Lo è economicamente ed eticamente, soprattutto perché ci ritroviamo in un mondo in cui è difficile muoversi con integrità etica, essendo un mondo che è andato corrompendosi e perdendo ogni controllo, come tutte le società chiuse.

Converrai con me che a volte certo teatro (e chi lo fa) voglia restare in una dimensione poco esplicita e chiara, senza fornire strumenti di decodifica dei propri significati. Secondo te migliorerebbe la situazione un sodalizio fra teatro e mass media?
Beh, parliamoci chiaro. Nell’era del www il teatro è una specie di Matusalemme, però – so di dire una banalità – ha una marcia in più, che è l’essere vivo. Le arti, tanto più le arti sorelle come teatro, cinema e tv, possono certo darsi una mano, ma non credo il teatro risolverebbe i suoi problemi se le trasmissioni gli dedicassero più spazio e ne trasmettessero di più. Aiuterebbe certo, ma non basterebbe. Di sicuro il web è stato ed è molto importante per la vita del teatro, anzi trovo molto confortante l’attenzione in rete che si sta sviluppando intorno al teatro.

La resistibile ascesa di Arturo Ui

Umberto Orsini (al centro), Luca Micheletto (in piedi) e alcuni degli altri protagonisti di Arturo Ui (photo: teatrodiroma.net)

Cambiamo argomento. L’anno scorso hai vinto l’Ubu come miglior attore non protagonista. Te lo aspettavi?
No, non ci si aspetta mai un premio… Sarebbe troppo deludente quando non arriva! Francamente mi ha sorpreso, sorpresa tutta positiva ovviamente. Fa piacere. Non è un approdo, ma un incentivo che magari per un po’ di tempo può dare una spinta in più, una sorta di carburatore.

Secondo te perché proprio in questo spettacolo hai ottenuto i favori della critica?
“La resistibile ascesa di Arturo Ui” è uno spettacolo che in qualche modo ho amato molto, che ho costruito dal primo all’ultimo momento, con perizia, con cuore. Forse è questo amore che è stato letto in controluce ed è stato premiato. E’ uno spettacolo per il quale ho lavorato non solo come attore, ma anche come ‘dramaturg’, seguendo da vicino non solo il testo, ma affiancando la regia come prevede la figura del ‘dramaturg’ tedesco. Ho creato un repertorio immaginario dentro il quale collocare lo spettacolo e dove poi ho collocato me stesso. Forse ha colpito anche l’eclettismo: si suona si canta si recita…è plausibile che questo possa essere apprezzato. Tra l’altro questa poliedricità fa parte di una scuola di altri tempi, ma guarda caso richiama la grandissima scuola di Brecht. E secondo me è bello che sia proprio Brecht il riferimento, perché lui ha fatto teatro impegnato al limite della contraddizione, ed è forse un segno dei tempi che ultimamente ci sia questa “Brecht renaissance”: se non di nuovo di Brecht, c’è forse bisogno nuovamente di passare attraverso Brecht e la grande stagione dell’impegno, per approdare sicuramente ad altro. Il grande classico della contemporaneità – che è stato rimosso giustamente per decenni perché appannaggio solo di una ristretta cerchia di epigoni – è invece adesso sdoganato anche grazie a questo spettacolo.
Ed ora ricordati – e questo è un monito tutto brechtiano – “cancella le orme”!

Chiudiamo con alcuni stralci della poesia di Brecht “Questo mi dissero”, che mi declamerai, con spontanea fermezza (degna di Ubu) seduto qua, davanti a me, al tavolino del bar.
“Quando incontri i tuoi genitori nella città di Amburgo, calcati bene il cappello sugli occhi, il cappello che ti hanno regalato loro, non salutarli, cancella le orme non lasciare che nessuna pietra racconti di te e chi sei, chi sei stato, cancella le tracce… questo mi dissero”.
È una delle contraddittorie antimorali del misconoscimento, fa parte di un sentimento polare. Come sai, sulla tomba di Brecht c’è solo il suo nome, nient’altro, né la data di nascita né quella di morte. Quindi ora, cancella le orme!

Seguire questo monito alla lettera sarebbe un peccato: lasciarne le tracce, di questa chiacchierata, stavolta è necessario.

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