Lucia Calamaro: scrivere un romanzo? Ma io scrivo teatro! Videointervista

Lucia Calamaro (photo: Ilaria Scarpa)
Lucia Calamaro (photo: Ilaria Scarpa)

E’ qualcosa d’indefinibile in poche parole lo stile, o il genere, di Lucia Calamaro. Il “calamaresco” è un modo di scrivere, mettere e stare in scena diverso, quantomeno “altro”, che imprime in ogni lavoro che affronta.

Intervistarla non è facile, ha gli occhi e i modi di chi non accetta ovvietà, forse perché è proprio dall’ovvio, dal banale, che cerca da sempre di fuggire. Eppure nel raccontarsi si dimostra poi affabile e generosa.
Incontrarla invece è molto semplice: è quasi sempre al seguito dei suoi attori, anche quando il lavoro è finito e lo spettacolo è in tournée. Ed è in movimento costante, difficile distinguerla dal gruppo di tecnici e professionisti intenti a preparare la scena. Durante lo spettacolo è presente al banco regia e nei cambi, insieme agli interpreti, riassesta il palco per il proseguimento dello spettacolo, a totale servizio del lavoro.

La raggiungiamo al Franco Parenti di Milano dove “La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo” è in cartellone prima di una deviazione sudamericana che porterà la compagnia in Brasile per arrivare, il prossimo novembre, all’Odéon di Parigi, che ha coprodotto lo spettacolo.
In Francia è conosciuta e ri-conosciuta tanto che, ci confida, i suoi testi saranno pubblicati da Actes du Sud. In Italia l’affermazione è arrivata negli ultimi anni, e ci racconta di un percorso faticoso, soprattutto per chi scrive per il teatro e nonostante il sempre più ampio apprezzamento che la sua poetica riceve.
[A pubblicazione avvenuta, la Calamaro ci informa che, due settimane dopo la registrazione di quest’intervista, il suo ‘sogno’ editoriale sta prendendo forma, con la proposta da parte di Einaudi di pubblicare proprio “La vita ferma”, mentre altri suoi lavori erano già stati pubblicati, in passato, da Editoria & Spettacolo].

Nello scambiare qualche idea anche su questo spettacolo, ci racconta di non apprezzare che esso venga, troppo spesso, associato al tema della morte e del lutto, e come sia piuttosto il ricordo – come luogo della riflessione – a fungere da fulcro principale.
Parliamo anche del rapporto con le attrici, che lei predilige rispetto agli attori (“Spesso con me gli attori maschi entrano in conflitto”), del suo modo di lavorare con loro, di quella fabbrica, la scena, considerata vera e propria fucina fisica d’idee, luogo ideale dove sporcarsi le mani insieme.
I monologhi, quelli no, vengono ideati e scritti a casa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *