Luciano, autoritratto onirico di Danio Manfredini

Luciano (photo: Armunia)
Luciano (photo: Armunia)

Un simulacro deambulante avanza su una scena grigia, tra panchine vuote e luci eclissate. Una voce fuori campo, inebriata, muove presenze claudicanti. Il popolo dei fantasmi dallo sguardo spento, dal cuore pulsante, si materializza da un retrobottega scuro.

“Luciano”, ideazione e regia di Danio Manfredini, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano con Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi e Giuseppe Semeraro, è un lavoro che attraversa i meandri della psichiatria per lambire poeti sull’orlo del suicidio: un’umanità gracile, decadente, reietta, in cerca di luce nel tunnel della storia.
“Luciano” è nome che indica il bisogno di energia vitale. Veniva assegnato, nell’antica Roma, ai bimbi che nascevano alla luce del giorno. Ma qui vediamo in scena un esercito di animali notturni che annaspano alla ricerca della propria identità, omosessuali, tossici, trans e marchettari. Creature derelitte, vulnerate, che urlano il lacerante bisogno d’amore.

Poche parole in questo teatro, che come altri lavori similari di Manfredini (“Cinema cielo”, “Il sacro segno dei mostri”, “Tre studi per una crocefissione”, ma anche “Al presente”) parla più con i gesti che con la bocca: pose innaturali, movenze annaspanti, silenzi.
È immediata l’espressività di questi zombie che si muovono curvi, a rilento, o si fermano in ginocchio schiacciati dal peso della vita.
Creature inabili brancolano su terreni sconnessi: mettere in fila tre passi è già impresa da far tremar le vene e i polsi.


Manfredini è il poeta dei derelitti. “Luciano” traduce in reticoli d’immagini oniriche la realtà di personaggi alle prese con l’alienazione. Sono monologhi interiori, intrecci di solitudine. Che però si schiudono al mondo, e cercano un linguaggio per esistere.
La follia è catalogazione dell’impenetrabile. Quello di Manfredini è un teatro immersivo, tra malati di mente ghettizzati nei cronicari. È un’esperienza estetica che permette di evadere da sé, crea buchi nella realtà, produce cortocircuiti.

In “Luciano” è labile il confine tra miseria e poesia. La poesia nasce proprio negli anfratti squallidi di un orinatoio pubblico o di una sala di quart’ordine a luci rosse. «Dal letame nascono i fior». I visi dei protagonisti sono inespressivi, nascosti come da sudari. Come nei dipinti di Magritte, queste figure prive di volto diventano così un ritratto universale che ci chiama in causa. La maschera che le copre e ne impedisce il contatto trasmette tutto il turbamento di gesti e contatti desiderati eppure impossibili.
Le suggestioni sull’infinito, sulla felicità impossibile, sul piacere del ricordo, sono accompagnate da domande mute sul senso dell’esistenza. Esse approdano all’affermazione perentoria della fragilità. Ma alla coscienza inconsapevole dell’“arido vero” non segue la distruzione degli inganni del mondo affettivo. Semmai, la consapevolezza che felicità e bellezza sono illusioni transitorie, le rende ancora più preziose. Di qui la simbiosi, precaria e affascinante, con la poesia: versi sputacchiati da Dante o D’Annunzio, sequenze liriche tratte da Carducci, e soprattutto dall’immortale Leopardi, con i quali Manfredini si sciacqua la bocca come fossero collutorio.
Creature dall’identità magmatica s’incontrano sotto i lampioni nel cuore della notte. Annusano e assaporano spruzzi d’amore. Fanno i conti con i propri desideri sconci. Mani languide si cercano. Sguardi lubrici s’inseguono. Fino al delirante carosello finale di scheletri come clown su monociclo, minotauri incerti, creature agonizzanti sui trampoli, in una danza bohemien tra Kantor e Bausch che coniuga umorismo e senso del macabro.
Per un’ora lo spettatore evade da sé. Salvo tornare alla realtà. Con il valore aggiunto di quest’esperienza estetica languida, intrisa di lirismo.

Luciano
ideazione e regia Danio Manfredini
ideazione, scene e maschere Danio Manfredini
luci Luigi Biondi
fonico Francesco Traverso
con Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete, Darioush Forooghi, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro
realizzazione elementi di scena Rinaldo Rinaldi, Andrea Muriani, Francesca Paltrinieri
luci Luigi Biondi, fonico Francesco Traverso
mixaggio colonna sonora Marco Maccari – Peak Studio Reggio Emilia
produzione La Corte Ospitale coproduzione Associazione Gli Scarti, Armunia centro di residenze artistiche Castiglioncello – Festival Inequilibrio
La visione dello spettacolo è consigliata a un pubblico adulto

durata: 1 h
applausi del pubblico: 3’ 30”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 23 maggio 2019

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