L’ultimo inatteso saluto al Comunale di Firenze. Si guarda (solo) al futuro

Teatro Comunale di Firenze

Il Comunale nel ’32, l’anno prima che venisse istituito il Maggio musicale fiorentino

La settimana scorsa un ultimo, inaspettato spettacolo ha animato il dismesso teatro Comunale di Firenze.
Dopo “L’Amour des trois oranges” di Sergej Prokof’ev (andato in scena a giugno) e un concerto della Fanfara dei Carabinieri, il Comunale, sostituito ormai dal nuovo teatro dell’Opera, avrebbe dovuto chiudere definitivamente le sue porte al pubblico.

Il 77° Festival del Maggio Musicale Fiorentino si è svolto in parte nel vecchio teatro di corso Italia e in altri spazi, in parte presso la nuova sede, non ancora attrezzata per l’allestimento di un’opera completa, nonostante le diverse inaugurazioni, chiusure e riaperture. Ma con il “Barbiere di Siviglia” di Rossini, in scena in questi giorni (fino al 22 luglio), finalmente anche l’opera approda al teatro dell’Opera, e il Comunale può così calare il sipario e avviarsi verso la fine della sua onorata carriera.

Ma, come in ogni commedia – o dramma – che si rispetti, non può calare il sipario senza una sorpresa finale.
Così, sabato 12 luglio, l’allestimento de “La Clemenza di Tito”, in programma al Teatro Romano di Fiesole, ha dovuto migrare in tutta fretta sul palco del vecchio teatro, per le avverse condizioni del tempo.

L’opera, uno degli ultimi capolavori mozartiani (composta nello stesso periodo in cui il Salisburghese lavorava al “Flauto Magico”), è stata presentata in prima nazionale venerdì nell’ambito dell’Estate Fiesolana, grazie alla collaborazione tra la Scuola di Musica di Fiesole con l’Universität Mozarteum Salzburg.
Agli organizzatori va riconosciuto il merito di aver proposto un melodramma ancora poco popolare (anche se fortunatamente negli ultimi anni si è visto crescere l’ interesse dei teatri italiani ed europei per questo titolo), dando così al pubblico la possibilità di accostarsi ad un’opera seria innovativa per l’epoca e di grande rilievo musicale e psicologico.


Mozart infatti, anziché organizzare la partitura come una sequenza ininterrotta di recitativi ed arie (schema tipico dell’opera seria), anima la vicenda “esemplare” narrata dal libretto (di Metastasio, adattato da Caterino Mazzolà) con duetti, terzetti, concertati (meraviglioso quello che chiude il primo atto), recitativi accompagnati e un intenso uso del coro (innovazioni del resto già sperimentate nel “giovanile” Idomeneo re di Creta).
Così, quella che avrebbe potuto ridursi ad una mera operazione celebrativa, incentrata sull’identificazione tra il magnanimo Tito e Pietro Leopoldo, “monarca illuminato”, si trasforma nella messa in scena di dinamiche profondamente umane e di conflitti interiori, con una riflessione ancora attuale sull’ambiguità del potere: accanto alle figure stereotipate e piuttosto monocrome di Annio, Servilia, Publio e dello stesso Tito – ognuno dei quali sembra incarnare allegoricamente una delle tipiche “virtus” romane, anche se il ritratto del protagonista appare più sfaccettato e complesso -, si stagliano i personaggi a tutto tondo di Sesto e Vitellia, veri motori del dramma, indagati dal compositore con impareggiabile finezza psicologica.

Non sarebbe corretto valutare la resa scenica dello spettacolo trasportato all’ultimo momento al Comunale: senza le scene, lontano dalla suggestione del Teatro Romano, la regia di Eike Gramss deve aver perso gran parte della sua efficacia. I giovani cantanti, costretti a muoversi in uno spazio completamente diverso da quello in cui lo spettacolo è stato allestito, non hanno avuto tempo di rimettere a punto e rodare la recitazione.
Inoltre il coro, collocato nella buca dell’orchestra, se ha offerto una buona prestazione musicale, non ha potuto dare però il suo fondamentale apporto alle scene di massa.

In queste condizioni difficili e precarie si può ravvisare soltanto, nella scelta di costumi tra il contemporaneo e lo stile impero (senza particolare originalità) e nella gestualità approssimativa della maggior parte degli interpreti, il tentativo, da parte del regista, di semplificare più che di attualizzare la vicenda (Vitellia, ad esempio, non è una seducente principessa assetata di potere, ma una specie di prostituta un po’ volgare e priva di fascino).
Questa resta però soltanto un’impressione: non ci sono elementi sufficienti per poter esprimere un giudizio sulla parte scenica.

La Clemenza di Tito

La Clemenza di Tito (photo: estatefiesolana.it)

Sul versante musicale, invece, l’orchestra della scuola di musica di Fiesole, diretta con autorevolezza da Josef Wallnig, offre un’ottima esecuzione della non facile partitura, mentre i cantanti dell’università del Mozarteum non riescono a dimostrarsi sempre all’altezza della situazione: la pessima dizione, che rende pesanti e quasi incomprensibili i recitativi, e le carenze di una tecnica vocale non ancora perfettamente affinata non consentono alla maggior parte di loro di affrontare con sicurezza le difficoltà delle arie e dei pezzi d’insieme.

Su questa prestazione, vale la pena ribadirlo, ha influito sicuramente l’imprevisto cambio di sede. Del resto si è trattato di una prova aperta gratuita: occorre quindi riconoscere il coraggio di artisti, tecnici e organizzatori che, lavorando in condizioni assai difficili, hanno permesso comunque al pubblico di non rinunciare del tutto a questo secondo appuntamento con “La Clemenza” e di dare inoltre un ultimo saluto al Comunale.

Sembra sicuro infatti che la sede di corso Italia non ospiterà più né opere, né concerti, né alcuna iniziativa culturale. Venduto dal Comune di Firenze alla Cassa Depositi e Prestiti per 23 milioni di euro, lo stabile sarà adibito – pare – a funzioni completamente diverse.
Tra le ipotesi più accreditate, c’è la possibilità che il teatro venga trasformato in un hotel a 5 stelle (grazie ai finanziamenti stanziati in vista del G8 previsto a Firenze per il 2017) ed in area destinata all’edilizia residenziale.

Non si vuole qui fare l’apologia del Comunale, non certo immune da difetti (un’acustica problematica) e realtà critiche (come quella, gravissima, dell’amianto); ci si chiede però se sia giusto stravolgere totalmente la destinazione d’uso di un edificio che è stato comunque uno dei centri della vita culturale della città e non solo. Perché quella che fino a ieri è stata la sede di uno dei festival musicali più prestigiosi dovrebbe diventare un hotel di lusso? Non potrebbe essere adibito a museo, a scuola di musica o di teatro, a luogo di incontro per la cittadinanza?
Certo, questi utilizzi avrebbero una resa economica troppo scarsa…
 
Ancora più a monte, allora, potremmo chiederci perché, in tempi di crisi, quando a malapena si trovano i fondi per realizzare una stagione operistica all’insegna del risparmio come quella appena conclusa (risparmio sul numero di titoli presentati, sugli allestimenti, sulle scene ecc…), si sia deciso di procedere alla costosissima costruzione del nuovo teatro. Forse la sede di corso Italia, effettuate le dovute migliorie e correzioni, avrebbe potuto continuare a svolgere il suo ruolo.

È vero che l’auditorium del teatro dell’Opera è dotato di un’acustica unanimemente riconosciuta come eccezionale (lodata anche da Riccardo Muti in una sua recente visita); ma è giusto procedere ad un’operazione così onerosa solo per raggiungere questo pur meritorio risultato?
Con il teatro Comunale tramonta un importante pezzo della storia di Firenze, in nome di una gestione culturale che pare sempre più ambigua, spregiudicata e poco incline a salvaguardare il passato.
 

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