L’umanità giovane dell’Eden, fra danza, musica e illustrazione

«Beh, perché l’Eden è il luogo dove il corpo ha preso forma, e ha iniziato a muoversi». Così Gianni Parrella e Gianluca Cheli alla meno inattesa delle domande: «Perché chiamare Eden un festival di danza contemporanea?», con la più convincente delle risposte.
I due produttori-organizzatori, sostenuti dal Teatro dell’Orologio e da un progetto di crowdsourcing, sono giovani. Forse anche loro, come i coreografi-danzatori emergenti che si sono avvicendati negli spazi dello storico teatro off romano, meno che trentenni, hanno avuto l’ardire di portare i romani a teatro durante uno dei più pericolosi ponti festivi del decennio, svicolando impunemente triboli umani e divini, acquazzoni primaverili, santificazioni duplici, chiusure al traffico, e la tradizionale disattenzione di questa città alla danza (che fa il paio con quella per l’opera).

«Un festival pop» voleva essere, questo Eden, per cavalcare proprio la sfida del pubblico, anche di quello distante: e nel senso della comunicazione avvertita ma curiosa, della molteplicità degli stimoli ci è riuscito.

La grafica e l’illustrazione hanno accompagnato le serate, con il lavoro di “disegno dal vivo”, anzi “dal movimento” compiuto dal gruppo di fumettisti degli Skeleton Monster, e da Giuditta Gaudioso, autrice di piccoli acquarelli monocromi, vivi, compiuti e commoventi nel loro faticoso ma tenue agglomerarsi per restituire le curve di uno sforzo, di un movimento.
Non è mancata la musica, oltre che sotto ai passi dei danzatori, anche da sé stessa, con il concerto di chiusura della rassegna, il live electronics “Vatican Shadow” di Dominick Fernow, da Manhattan (!). Una scelta di prodotti toscani ha riempito poi gli interstizi delle serate.

Fin qui il contorno – comprensibilmente enfatizzato in una tensione verso l’unità della manifestazione – ma il piatto vero, il piatto forte, erano i danzatori: Riccardo Buscarini (“10 tracce per la fine del mondo), Lara Russo (“Allumin-io” e “Legame”), Silvia Mai (“Raku” e “Primo studio”), Francesca Cola (“In Luce” per quindici spettatori) e Irene Russolillo, tutti vincitori di premi prestigiosi, tutti già avviati alla carriera creativa, anche internazionale, tutti molto giovani, e tutti presenti con una sorta di antologia del lavoro svolto fin qui.

Come gli organizzatori spiegano, si è chiesto agli artisti di impegnarsi in serate monografiche, nelle quali presentare due propri lavori, così da mostrarsi in modo più dinamico e completo. Particolari i casi di Buscarini, che ripercorre i dieci anni della sua carriera, e che quindi danza in qualche modo già autobiografico, e della Cola, per la specificità del progetto rivolto a pochi spettatori per volta.

La serata di Irene Russolillo, premio Equilibrio 2014 come interprete, ha messo in scena i due soli “Ebollizione” e “Strascichi”, due lavori notevoli e provocatori, a cui un video prima dell’ingresso in sala ha preparato il pubblico «perché si entri in contatto con il danzatore prima di vederlo in scena, perché siano le sue parole a introdurne il lavoro», chiosano Parrella e Cheli. E, aggiungiamo noi, perché, una volta accettata la necessità che l’arte sia spiegata, una volta rinunciato alla capacità di parlare da sé di un’opera contemporanea, ci vengano risparmiate le solipsistiche elucubrazioni dei libretti di sala – per l’occasione asciuttissimi.

I due brani della Russolillo lasciano sgomenti per la ferocia personale e cinica del percorso corporeo e della trama, per la narrazione coerente e distante dall’astrattismo di un gesto convenzionale; per il rifiuto netto, crudo, dell’elemento estetico.
La scena è quasi completamente vuota (bianca nel primo, nera nel secondo), pochi elementi in “Strascichi”, tra cui dei vibratori accesi che esplorano il palco.
Da una linearità continuamente spezzata come nel gesto così nella voce, nel suono gutturale, nello sfregamento glottideo, nel suono organico, nascono psicologismi che si umiliano fino a sembrare automatismi indotti o patetici, e il livello del superficiale, del ballo discotecaro e quasi frustrato è elevato (o abbassato?) al grado del postmoderno.

“Strascichi”, più che “Ebollizione”, tenta l’esperimento di mischiarsi nel torbido dello squallore e del sentimentalismo, senza pietà di sé stessi, sbigottendo lo spettatore senza nemmeno riuscire a estorcergli una risata (che è talvolta dissacratoria, ma più spesso pacificatrice, un sospiro di sollievo che dice, di fronte a un orrore rappresentato, «almeno io non sono così!»).

Irene Russolillo in Ebollizione

Irene Russolillo in Ebollizione (photo: Cooperativa Camera a Sud)

In qualità di insegnante, insieme a tutti gli altri danzatori ospiti, la Russolillo è stata poi per una settimana accanto a sette ragazze, fresche diplomate da accademie e scuole titolate della Capitale (che le hanno segnalate ad Eden) in un progetto di intenso seminario formativo di creazione coreografica, la cui serata-dimostrazione conclusiva, ha mostrato alcune acerbe ma interessanti proposte.

«Oggi l’aver frequentato una scuola, pur importante, non è più un arrivo, ma un inizio» punteggia Gianni Parrella, commentando la volontà del festival di mettere in contatto coreografi seppur giovanissimi già in carriera con diplomati di belle speranze ma non ancora aperti all’esperimento del mondo.

Così, pur nell’ottica del “saggio”, la serata del 27, “Dancing on my own”, è stata una stimolante carrellata di personalità per lo più già dotate di un proprio segno, se non di uno stile: dal volatile, quasi disincarnato e generoso accademismo di Silvia Capponi, all’ironia un po’ assurda di Jolanda Cirillo e Jessica Piersanti, alla smagata comunicativa di Giulia Venditti, fino all’intensa e convinta autoanalisi di Eleonora Massetta, bella, solida e fertile.
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *