Luminaria. A Digital Life 15 la luce come vita e conoscenza

Tourmente di Jean Dubois (photo: © Jean Dubois)
Tourmente di Jean Dubois (photo: © Jean Dubois)

Tourmente di Jean Dubois (photo: © Jean Dubois)

Per la sua sesta edizione Digital Life decide di puntare sulla luce, nell’Anno Internazionale a essa dedicato.
Lo fa con nuovi e vecchi partner: Elektra – Festival d’Arte Digitale di Montréal (Québec), la Direzione generale Arte e architettura contemporanee e periferie urbane – MiBACT, e Le Fresnoy – Studio national des arts contemporains (Tourcoing – Francia), alla ricerca, come suggerisce Federica Pirani (dirigente U. O. Musei d’arte moderna e contemporanea), di un “pubblico plurale”, disponibile a fare esperienza di stati percettivi intensi, in ambienti immersivi, bagnati dal buio e rischiarati, plasmati, rigenerati dalle fonti luminose.

Con Daniele Spanò come consulente artistico e guida inaugurale del percorso, Luminaria presenta molteplici e sorprendenti modulazioni creative, focalizzate sulla luce come metafora di vita e conoscenza, ma anche come agente fisico e potente generatore di mondi, di forme, di percorsi, di sensorialità ulteriori.

Il rapporto tra arte e tecnologia è declinato alla ricerca di una sempre maggiore prossimità tra opera e fruitore/esploratore, negoziando tra controllo della materia e imponderabilità, tra scienza e poesia, tra calcolo e casualità dovuta al sempre precario ed effimero intervento dell’eventuale interlocutore, che di volta in volta può essere partecipante, solo osservante, contemplante o, a volte, anche agente, protagonista suo malgrado o per indole.

Con Luminaria siamo invitati ancora una volta ad abitare lo spazio-tempo romano della Pelanda, a farne esperienza soggettiva, a familiarizzare con le macchine, minacciose o dolci, mai neutre e sempre perturbanti. A partire da “Inferno” di Bill Vorn e Louis-Philippe Demers, in cui i visitatori sono portati a indossare dei pesanti esoscheletri capaci di governarne, una volta azionati, i gesti di braccia e gambe, trasformando il corpo umano in congegno eterodiretto e in balia della macchina: una sorta di punizione dal sapore dantesco, una coreografia programmata, la metafora delle metafore per questi nostri critici giorni da “piccoli agenti specializzati” metropolitani.

Dalla minaccia distopica si passa al suo contraltare tenero: da “The Blind Robot”, sempre di Demers, in cui due mani robotiche toccano intimamente il volto dell’umano che si presta all’operazione, alla delicatezza di “temporAir” di Maxime Damecour, in cui un nastro sollecitato da vibrazioni acustiche ricorda la mimosa pudica, pianta che si muove, ritraendosi lentamente, al tatto, passando dalla rifunzionalizzazione del quotidiano, anche in modalità più giocose come “De choses et d’autres”, di Samuel St-Aubin, sulla scia delle sculture sonore di Tinguely, o di “Soft Revolvers” di Myriam Bleau.

Ci sono poi opere che incitano al nostro intervento: ci chiedono, attraverso operosi sensori, il nostro respiro, per soffiare via le parole legate al concetto di paura e desiderio (le sculture luminose di “Breathless” di Alexandra Dementieva), o ancora per modificare una serie di video-ritratti come fossimo vento (“Tourmente” di Jean Dubois). E installazioni che metaforicamente ci tolgono il respiro, tra meraviglia tecnologica e fascinazione estetica; la visione immaginaria del “Fuji” di Joanie Lemercier, gli Idrofoni di Pietro Pirelli, con il moto ondoso dell’acqua tradotto in voce luminosa, o ancora le cento lastre di plexiglass montate in successione e investite da un fascio luminoso di “Frequencies (light quanta)” di Nicolas Bernier, un’installazione video-sonora che parte dal Quanto, il valore minimo misurabile dell’energia.

Andando fin verso l’immateriale visualizzato di “Boîte noire” di Martin Messier, in cui, dentro una teca di vetro riempita di fumo, le oscillazioni sonore udibili si trasformano, grazie a raggi luminosi video proiettati, in forme di una tridimensionalità tanto magica quanto concreta.

Idrofoni o Lampade sensibili di Pietro Pirelli

Idrofoni o Lampade sensibili di Pietro Pirelli

Giovandomi di quanto riesca meravigliosamente a sopravvivere il lirismo e la visionarietà anche a stretto contatto con l’innovazione tecnologica, nell’impossibilità di andare più a fondo in quella che non può essere altro che una fallimentare traduzione della luce in parole, quanto mai l’invito è ad andare a vedere per credere.
A Roma fino al 6 dicembre.

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