Le Lunghe Notti di Peroni e Occhiali per OVER

L’Argot Studio, tangente al triangolo un po’ spiazzante di San Cosimato a Trastevere, è laboratorio per vocazione, centro di produzione di nuove realtà teatrali e, storicamente, affidabile banco di prova per produzioni di respiro nazionale. In questa doppia ottica, nel finale di stagione vanno in scena, all’interno della rassegna OVER – emergenze teatrali, nove spettacoli più o meno recenti, tutti nuovi per la Capitale, che in parte si giovano della collaborazione produttiva dello stesso Argot.
Si tratta di artisti non tutti alle primissime armi, anzi, alcuni già riconosciuti e apprezzati (è il caso del poetico gruppo di teatro di figura Unterwasser, in scena l’11, che presenta un debutto), e in una fase già ben avanzata di rodaggio dei rispettivi linguaggi scenici.

Così è anche per Valerio Peroni e Alice Occhiali che con “Lunghe notti”, nato nel 2016, propongono uno spettacolo che ha già consumato diverse acclamate tappe in tutt’Italia.
Si tratta di una loro riscrittura per la scena di “Into the wild”, il libro di John Krakauer su Chris McCandless, il “Supertramp” vittima della propria fantasia thoreauiana, già sceneggiato da Sean Penn per lo schermo.
Il duo di attori-registi ha ibridato il bestseller con la versione della sorella di Chris, la Carine di “Into the wind truth”, controstoria degli eventi in cui la situazione familiare del protagonista è passata a un vaglio dai severi toni moralisti, e che prosegue fino al doloroso viaggio intrapreso al recupero degli effetti personali del defunto.
Fortunatamente di questo moralismo non rimane traccia nel testo dei due autori: si guadagna però lo spazio per la presenza di un secondo corpo in scena, quello di Alice Occhiali che impersona Carine, unico legame familiare a cui Chris sembrerebbe legato.
Tale presenza, che è forse il versante più interessante dell’operazione drammaturgica, vivifica la prima parte del lavoro, che appare nel suo totale nettamente spartito in due metà.

La prima ha funzione prologale, ed è il riuscito racconto scenico delle ragioni che spinsero McCandless alla partenza. Senza insistere con approfondimenti ideologici o psicologici, la scrittura procede come una cangiante spigolatura per lampi e squarci emotivi (disinvoltamente plurilinguistici: parlato, musica live e registrata, movimento scenico-coreografico) della vita civile del protagonista e della sorella. Per accogliere quest’ultima, il palco è diviso in due parti per il senso della larghezza, ed è occupato in modo un po’ sgraziato da mobilio, a simulare le due stanze dei fratelli, a sinistra Carine, a destra Chris.
La drammaturgia, attenta soprattutto a non prendere mai di petto gli eventi, ma di presentarli sempre per uno scorcio sghembo, da un punto di vista non ortogonale, mette in campo i due personaggi, con una grazia bionda e un po’ civettuola lei, con un’arruffata sprovvedutezza lui, simboleggiate dai due cappotti che indossano e tolgono: un attillato cammello e uno sformato eskimo, accomunati dalla guarnizione di pelliccia.


La seconda parte del lavoro è quella meno convincente. Rimasto praticamente solo sul palco, così come McCandless negli ultimi mesi di vita in Alaska, Peroni/Chris ha l’agio per una prova d’attore che, se ben svolta dal punto di vista dell’illustrazione degli eventi, rimane asciuttamente ancorata a quella e non sembra trovare né il tono né i mezzi per esplorarla in profondità. Perde d’interesse il peso della mano del drammaturgo che sceglie materiale e angolazioni, non chiamando più in causa lo spettatore con quella continua rimodulazione a cui era stato abituato nella prima parte, intessuta di pagine diverse negli strumenti e nel carattere.
Si preferisce riassumere gli snodi principali dell’azione in un linguaggio scenico poco originale, di ossequiosa riproposizione dei fatti e si rinuncia a prendere la strada di un’autonoma lettura se non della scelta “selvaggia” del protagonista, almeno del suo lascito: l’entusiasmo del giovane nell’adattarsi alla nuova vita nelle terre selvagge ha infatti un’ingenuità meno che puerile. Tale resa è aggravata da una sequenza di azioni piuttosto stereotipate, che se esaltano l’atletico Peroni imperversante sull’esiguo palco dell’Argot, peraltro affollato di scenografia, suonano un po’ come una tempesta in un bicchier d’acqua.

“Lunghe notti” è insomma un lavoro che in controluce mostra la viva ricerca, ancora in divenire, di un linguaggio proprio e autorevole da parte del giovane duo, ma che forse patisce la genesi da un materiale che aveva già trovato la sua vita migliore in un buon numero di film, libri, documentari, i quali, algebricamente sommati sul coraggioso palco dell’Argot, producono un risultato inferiore delle singole parti.

LUNGHE NOTTI
scritto, diretto e interpretato da Valerio Peroni e Alice Occhiali
disegno luci Simone Morosi, Valerio Peroni e Alice Occhiali
tecnico audio e luci Ettore Bianco
foto di scena Francesco Galli
consulenza artistica Lello Serao, Fulvio Peroni, Francesca Romana Rietti e Dafne Rubini
progetto realizzato nell’ambito della Residenza Multidisciplinare della Bassa Sabina, annualità 2016. In attuazione alle disposizioni dell’art.45–“Residenze” del D.M. 1 luglio 2014
con il sostegno produttivo di Argot Produzioni

durata: 1h 05’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Roma, Teatro Argot Studio, il 5 maggio 2019

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