Luoghi Comuni oltre il teatro. Intervista a Davide D’Antonio

Davide D'Antonio, presidente di Etre (photo: Arianna Carone)
Davide D'Antonio, presidente di Etre (photo: Arianna Carone)

Si cercherà di parlare di teatro il meno possibile. Un paradosso? Non proprio, per questa edizione 2016 di Luoghi Comuni, al via oggi a Milano. Fino al 15 maggio il festival alla Fabbrica del Vapore sarà occasione per un confronto tra il sistema nazionale e la comunità internazionale dello spettacolo dal vivo ma non solo.

Davide D’Antonio, regista e attore diplomato all’Akzent di Berlino, drammaturgo, direttore artistico, consulente di teatro nelle scuole, è il direttore di Etre, l’associazione che organizza Luoghi Comuni in partnership con IETM – International Network for Contemporary Performing Arts, il più importante network di teatro indipendente internazionale.

Davide, partiamo proprio da Etre. Può definirlo?
È un network di residenze nato in Lombardia nel 2008 per impulso della Fondazione Cariplo. Si occupa di coordinare le residenze teatrali della regione. È una sorta d’incubatore che offre alle compagnie supporto logistico, ma anche corsi, opportunità di rete e di confronto. L’obiettivo è di consentire a giovani artisti di esprimere e consolidare il loro talento. Si tratta in genere di artisti legati al territorio, desiderosi di creare centri d’interesse e di ricerca con un pubblico appassionato, educato all’attività teatrale. La logica è di aprirsi a nuove esperienze, di fare rete per collegarsi ad altri enti territoriali già operanti nel sociale e nell’arte. La cooperazione rende visibili realtà che diversamente resterebbero frammentate.


Quali sono, nello specifico, le attività cui vi dedicate?
Siamo un centro di formazione, ricerca, produzione artistica e scambi internazionali. Proponiamo corsi, rassegne, festival, incontri, approfondimenti critici, performance, workshop e progetti d’arte pubblica centrati sui soggetti e sui linguaggi artistici del contemporaneo. Supportiamo compagnie e singoli artisti che abbiano in serbo un progetto, un’idea, uno studio, un testo da allestire, un copione, un’improvvisazione da maturare, una coreografia abbozzata, un desiderio… qualcosa a cui una residenza creativa in una sala teatrale possa davvero essere utile e dare forma compiuta.
Inoltre forniamo aiuto per servizi come l’ammodernamento di una struttura, l’incremento di competenze delle compagnie anche mediante corsi di formazione. I nostri temi spaziano dalla distribuzione di uno spettacolo all’apprendimento delle lingue straniere, all’individuazione di partner.

Uno dei vostri partner, anche in questo festival, è C.Re.S.Co: come lo definirebbe?
Un’attività di pensiero. Una rete di promozione delle attività dello spettacolo autogestita, anzi, indipendente.

E Luoghi Comuni?
È un festival nato otto anni fa con lo scopo di dare visibilità alle compagnie, che offre loro un palcoscenico non necessariamente tradizionale. Attraverso Etre e Luoghi Comuni è possibile rafforzare il dialogo con altre residenze, in Italia e all’estero.

Caratteristica di Luoghi Comuni è di non essere legato a una città di riferimento.
Vero. Ma a Milano ci eravamo già stati. Negli ultimi anni abbiamo toccato altre città capoluogo. Il filo rosso è l’approfondimento di tematiche non specificamente artistiche. A Como ci siamo occupati del teatro in luoghi non convenzionali; a Brescia di nuova drammaturgia; a Mantova del rapporto con il pubblico, della relazione attore-spettatore. Ci siamo chiesti fino a che punto sia possibile coinvolgere lo spettatore durante uno spettacolo o una performance, dal dialogo a distanza fino a farlo diventare attore.
Lo scorso anno invece eravamo a Bergamo con la parola chiave “regeneration”.

Cos’accadrà in questo week-end a Milano?
Luoghi Comuni riprenderà il filo dell’edizione 2015 per riflettere sui significati di cultura e spettacolo oggi in Italia. Ragioneremo sugli scenari futuri. La particolarità di questa edizione è che non mettiamo in scena spettacoli nostri, essendo già ricca e variegata l’offerta artistica milanese di routine. Incroceremo IT Festival e la programmazione teatrale e culturale in senso più ampio. Ogni partecipante ai nostri incontri riceverà al momento della registrazione una Card Mi.Piace, per accedere a prezzo agevolato alle diverse proposte della città.

Non è per certi versi paradossale che il nocciolo della vostra proposta verta sulla riflessione (con tavole rotonde, conferenze, dibattiti…)? L’arte non è fenomeno primordiale per definizione?
Penso che occorrano entrambe le cose. Senza una tela, senza la riflessione, il gesto artistico rimane vuoto. Noi costruiamo le tele.

Dove vi ha portato finora questa riflessione?
Crediamo di aver contribuito all’impulso delle attività culturali nella nostra regione.  Prima di noi e di Cariplo le residenze non esistevano. Gli amministratori, quando sentivano parlare di residenze, pensavano subito agli ospizi per anziani.

Che gli enti si occupino di anziani è doveroso, prima che strategico. Perché dovrebbero sostenere anche voi?
Per il risalto che diamo al territorio. Per la capacità di interessare un pubblico ampio, abitanti che diventano parte di un progetto. In un paesino del bergamasco sono state coinvolte tutte le donne…

Esercitate in qualche modo la funzione di un ‘centro sociale’?
Sì. Ma senza darci necessariamente un colore politico. Agendo fino in fondo sul sociale e sul connubio con l’arte. Senza antagonismi.

Ponendo lo sguardo oltre il «particulare»?
La consapevolezza identitaria è importante. Ma non deve mai portare alla chiusura, a diventare feudo.

L’arte come universale, insomma.
Lo scorso anno “Odyssey” di Michele Losi ha spaziato per il Mediterraneo con un cast europeo. Le nostre compagnie, ad esempio i mantovani di Teatro Magro, sono invitate a Edimburgo. E noi ospitiamo tanti artisti stranieri. Stiamo attenti a realizzare un teatro poetico, visivo, fisico, appassionato e fruibile a tutti, senza barriere locali o nazionali.

Quindi, tutto fila liscio?
Non è proprio così. Non è detto che il panorama legislativo attuale offra le stesse garanzie anche in futuro. La Lombardia ha posto in essere molte buone pratiche, ma in Italia non tutte le residenze funzionano allo stesso modo. Questo potrebbe determinare una contrazione generale dei finanziamenti. Con le istituzioni occorre costantemente rinegoziare. Anche perché gli interlocutori cambiano. Noi stessi dobbiamo essere capaci di riprogettare, di rinnovarci. Ogni anno dobbiamo presentare proposte credibili.

E poi c’è il rischio di confrontarsi con interlocutori convinti che “con la cultura non si mangia”. Lei è anche docente, e lavora a contatto con gli studenti. Come spiega l’assenza di domanda culturale da parte dei ragazzi? Tra gli under 18, nel 2015, solo la metà ha letto un libro. Solo un terzo è entrato in un museo o in un sito archeologico. E nei teatri non va certo meglio.
A volte i ragazzi hanno ragione. Per anni si è proposto loro un teatro troppo spinto nella sperimentazione, inadeguato, autoreferenziale. Un teatro ermetico che non offriva strumenti di decodifica. Noi ci sforziamo di mantenere il contatto con il pubblico. Elaboriamo le nostre proposte in sinergia con gli spettatori, facciamo le prove di fronte a loro.

Basta questo per raggiungere tutti?
La relazione con il pubblico è difficile da costruire. Si fatica ad agganciare chi è refrattario alle novità culturali. Spesso in Italia l’ignoranza è una virtù, le veline dei modelli vincenti per i nostri ragazzi. Arriva il messaggio che più sei ignorante, più ti affermi.

I nostri leader si vantano di non avere il tempo di leggere.
È anche questione di predisposizione. Mi capita di trovare più disponibilità all’ascolto, più curiosità negli immigrati, che nei nostri giovani. La scuola non sempre aiuta. Accanto a tanti insegnanti illuminati, ci sono anche amebe che si avvicinano con diffidenza alle novità culturali.

Vi proponete di agganciare un pubblico non di nicchia. Fino a che punto iniziative come Luoghi Comuni aiutano?
Abbiamo cercato di parlare di teatro il meno possibile. A Milano abbiamo invitato soprattutto designer, giornalisti, economisti, urbanisti, architetti. Il teatro è solo uno dei luoghi coinvolti nell’offerta culturale di una città. Il fatto che un quartiere cambi identità, coinvolge non solo i teatranti, ma anche tanti altri tecnici ed esperti, e tutti i cittadini che vi abitino. Contiamo che questo messaggio arrivi fino in fondo.

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