L’uomo del sottosuolo di Bacci: nel luogo del possibile

L'uomo dal sottosuolo di Bacci (photo: Simone Rocchi)

L’uomo dal sottosuolo di Bacci (photo: Simone Rocchi)

E’ meglio il conforto di una felicità ingannevole, o il più nobile tormento di una sofferenza consapevole?

All’entrata in sala il pubblico è accolto immediatamente nella tana del sottosuolo, un ambiente angusto che trasuda trascuratezza, abbandono, squallore. Un divano sdrucito, un vecchio tavolo di legno con due sedie, una scala che dà accesso all’unica finestra, ma soprattutto, un corpo adagiato sul tavolo a torso nudo. E’ il corpo prorompente di Cacà Carvahlo, il sovrano del sottosuolo, già di per sé una scenografia.

Suddiviso in due parti come nel romanzo di Dostoevskij “Memorie dal sottosuolo”, una più filosofica e una narrativa, “2×2=5 L’uomo del sottosuolo”, ultimo lavoro di Roberto Bacci, cerca forse di smuovere una ragione pigra e conformista, ma resta il dubbio su quanto riesca nell’intento.

L’uomo del sottosuolo è un uomo consapevole che cerca di dare un senso alla propria devianza con il rifiuto di un mondo dal quale si è sentito tradito e respinto: la società della denigrazione, dell’umiliazione, della stupidità.
Lui è diverso e distante dai colleghi che disprezza ma con i quali è costretto a misurarsi in confronti sociali che è destinato a perdere. E per riscattarsi scivola in atti deprecabili che lo faranno sprofondare ancora di più nel sottosuolo, come maltrattare la giovane Liza, una prostituta più debole di lui (in scena immaginata solo attraverso un abito con cui Carvalho interagisce), sulla quale riversa tutta la sua rabbia esistenziale.

E’ allora che valuta un’alternativa, quella di accettare la propria condizione, trasformando la propria emarginazione nel luogo del possibile, dove anche 2×2 può fare 5. Nella sua tana può permanere in uno stato di contemplazione della propria vita e può osservare – dalla sicurezza della sua finestrina – un’umanità inconsapevole, intrappolata nella propria mediocrità.

Con una corposità che riempie lo spazio Cacà Carvalho ci travolge in impeti di sofferenza e ilarità, in cambi improvvisi di tono, in pensieri che si interrompono o che prendono vita mentre sono pronunciati. Fin dal primo momento coinvolge il pubblico nella propria esistenza e questioni esistenziali, dichiarando da subito di essere “cattivo”, e svelando poco a poco i propri vizi, la crudezza delle proprie deduzioni sull’umanità, gli aspetti più truci dell’essere umano, quelli che facciamo fatica a riconoscere in noi stessi.

Ma lo fa forse in modo troppo diretto ed eccessivo (e qui sta forse la pecca) perché un pubblico odierno e borghese possa riconoscersi nel personaggio, oltrepassando quella linea sottile che delimita la zona in cui l’eccesso è ancora una forma di equilibrio.

L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij è soprattutto il nostro mondo sommerso, la camera oscura che mette a fuoco immagini che tendiamo a dimenticare. Ma durante – e dopo – questa performance ciò che resta è la incomputabile bravura di un attore che conquista, e non tanto invece l’impulso di guardarci dentro.

Ne abbiamo parlato con Roberto Bacci, che affronta un nuovo capitolo della propria ricerca attraverso il mondo sommerso di Dostoevskij e le regioni profonde della nostra coscienza.
Dostoevskij si scaglia contro il positivismo che immaginava idealmente una società preordinata e per questo, secondo lui, fonte di maggiore infelicità. La società di oggi sembra essere un po’ caduta in questa trappola, con la ricerca insistente di felicità frivole e passeggere, a scapito delle nostre coscienze.

Crede che per una maggiore consapevolezza sia necessaria una buona dose di sofferenza?
Dipende a che tipo di sofferenza facciamo riferimento.
Esiste infatti una sofferenza volontaria che può produrre una crescita interiore importante.
La sofferenza volontaria può nascere dalla consapevolezza di una condizione da cui sentiamo il bisogno di liberarci. Quella involontaria, invece, è quella che provoca un inutile dolore che percepiamo come “essere in vita”. Dostoevskij danza tra questi due estremi, rendendoci coscienti della condizione in cui ci troviamo e dandoci anche la possibilità di reagire a questa condizione. Abbracciare il 2×2=5 e affidarci alla volontà come unico parametro valido della nostra esistenza, risulta la fine di un fallimento.

Le “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij sollevano più domande che risposte. Nella sua lettura e traduzione scenica ha cercato invece di dare anche delle risposte?
La risposta è nella domanda o nelle domande stesse che l’attore incarna sulla scena, a volte tragicamente, a volte ironicamente, a volte ponendo l’essere debole che ho di fronte, a volte cercando lui stesso l’umiliazione.
Pretendere una risposta da un’opera teatrale dal mio punto di vista è condannarla alla banalità, a maggior ragione se si tratta di un lavoro con una forte connotazione filosofica come questo spettacolo, in cui occorre riflettere su se stessi, non solo per le parole, ma per la condizione stessa in cui il personaggio e l’attore si trovano. Scendiamo nel nostro sottosuolo per osservare ciò che teniamo nascosto al mondo, agli amici, a noi stessi.

Con quale stato d’animo/spirito lo spettatore dovrebbe avvicinarsi a questo spettacolo?
Perché questa sera decidiamo di andare a teatro? Vorrei che questa domanda ogni spettatore potesse farsela ogni volta che decide di condividere con l’attore l’esperienza del teatro. Che cosa sto cercando? Voglio realmente cogliere questa occasione per uscire in maniera diversa da questo luogo? Esistono pochissimi spettacoli nella vita teatrale di uno spettatore capaci di “attraversargli la strada”.
Vorrei che questo lavoro potesse essere per qualche spettatore uno di quegli spettacoli. Perché in definitiva il motivo per cui continuo a fare teatro è anche per me, come spettatore privilegiato, la possibilità di costruire un’esperienza capace di “attraversarmi la strada”…

2×2=5 L’uomo del sottosuolo
drammaturgia Stefano Geraci
con Cacá Carvalho
regia Roberto Bacci
spazio scenico Roberto Bacci
scena e costumi Marcio Medina
allestimento e luci Stefano Franzoni
direzione tecnica Sergio Zagaglia
produzione Angela Colucci, Manuela Pennini, Eleonora Fiori
ufficio stampa Micle Contorno
comunicazione Pier giorgio Cheli, Alice Giulia Di Tullio
musiche Ares Tavolazzi
aiuto regia Silvia Tufano
regia Roberto Bacci

staff brasiliano:
scenografia e costumi Marcio Medina
assistente scenografia Maristela Tetzlaf
luci Fábio Retti
montagem e operação técnica Vinicius Dadamo
produção e administração Iza Marie Miceli
Tradução para o Português Anna Mantovani
si ringraziano Davide Congionti, Maria Lisomar Silva, Francesca Cuono, Marcos Aidar
produzione Fondazione Pontedera Teatro

durata: 1h 20’
applausi del pubblico: 2’,10’’

Visto a Pontedera, Teatro Era, il 15 febbraio 2015
Prima nazionale

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