Lupa, Norén e il nostro sguardo sulla Categoria 3.1

Salle d'ettente

Salle d’ettente di K. Lupa (photo: © Elisabeth Carecchio – colline.fr)

Per conoscere te stesso, scendi nei bassifondi. Questo sembrano dirci Lars Norén e Krystian Lupa in “Salle d’attente”, ultima regia del regista polacco basato sul testo “Categoria 3.1” del grande drammaturgo svedese.
L’incontro fra questi due mostri sacri del teatro europeo con un gruppo di giovanissimi attori francesi restituisce uno spettacolo mozzafiato, malgrado qualche imperfezione e lunghezza. “Salle d’attente” è un viaggio teatrale raro, di quelli che trasportano lo spettatore verso interrogativi intimi e necessari.
Alla base c’è il testo di Lars Norén della fine degli anni Novanta. Il Personkrets 3.1 è il fascicolo nel quale l’amministrazione della città di Stoccolma classifica le persone che vivono ai margini della società: alcolizzati, drogati, prostitute, psicotici, senza tetto o disoccupati.
E con parte di loro Norén ha condiviso il quotidiano, vivendo addirittura per mesi a Sergel Torg, una piazza del centro di Stoccolma.

A partire da ciò che ha visto, sentito e vissuto, ha tratto questa pièce fuori norma da tutti i punti di vista, che non si limita a tessere una analisi sociale, né a ribadire il rifiuto di una società super controllata, ma tenta la strada della rivelazione, della presa di coscienza.

È sempre attraverso i suoi margini che una società si rivela, come un individuo attraverso i suoi sintomi, e i bassifondi di Norèn si immergono nello sporco del bitume per elevarsi a forme di lirismo e di verità. Fuori norma, la pièce di Lars Norén lo è anche per la sua durata: otto ore se fosse recitata per intero. Lupa ha scelto di ridurla a poco più di tre ore nel suo spettacolo, fedelissimo allo spirito del testo, che dispiega tutta la forza nella crudezza del linguaggio e delle scene, e lo trasmuta in una alchimia teatrale magistrale, piena di energia nera e di dolcezza ipnotica.

E infatti di una vera e propria catabasi si tratta, di una discesa verso gli inferi.
La scena è un luogo sporco e imbrattato da graffiti sui muri, sorta di parcheggio sotterraneo misto a edifici abbandonati occupati dai rave; un bidone fumante all’angolo, un liso materasso per terra, un carrello della spesa solitario. Cemento.
C’è una volontà di separazione fra scena e platea marcata a fuoco da quella striscia rossa che delimita tutto il boccascena. Loro, i reietti, sono inquadrati e messi ai margini, anche da noi, anche nell’edificio teatrale dove giocano il proprio ruolo nella finzione. Naturalismo della scena e gravità della recitazione restituiscono questo effetto di cornice, di separazione fra i due luoghi del teatro. Saggiamente, genio del regista, tale separazione è più volte bucata. E da entrambe le parti: molti gli spettatori che si alzano e lasciano la sala (il testo va ben oltre i limiti della decenza borghese, e le scene, a volte ai limiti del porno, a volte eccessivamente violente, sostengono questa direzione), interrompendo lo spettacolo: gli attori si fermano, li guardano, li apostrofano. E viceversa, a volte sono gli stessi attori che innescano la rottura: come quando un attore si denuda e, col membro fra le mani, invita le signore in platea (luci puntate), a una improbabile fellazione.

Tutto ci sconvolge ma nulla ci stupisce, in questi bassifondi umiliati dostoevskiani. Il linguaggio violento e la droga sparata in vena sono due modi per reagire a questa sistemazione coatta che la società impone loro. Ma che colpa ne hanno? Querelle eterna e di difficile scioglimento. Norèn smantella in un sol colpo tutta l’aura di perfezione e di qualità di vita che abbiamo dei paesi scandinavi. O meglio, mette in luce il prezzo pagato dalla società per apparire, a se stessa, così perfetta, così umana. Il prezzo è la creazione di un margine, di un confine, la categoria appunto, dove poter stipare queste difficoltà, lì dove la folla non vede. Kafka, più volte citato, lo dice chiaramente: c’è speranza infinita… ma non per noi.

Di vera crudezza e fortissimo impatto è la prima scena, dove una coppia di ragazzi tenta di farsi una siringa di eroina, immersi nel vasto spazio del cemento grezzo.
Le altre scene sono sulla stessa lunghezza d’onda: in esse il regista presenta una quindicina di personaggi, molto spesso designati soltanto dal loro status sociale – l’alcolizzato, il disoccupato, lo schizofrenico, la ragazza (leggi la prostituta). Ma a volte li nomina anche, come questa Anna, bellissimo angelo rosso vestito che attraversa lo spettacolo, Anna che scrive poesie e che è scappata dall’ospedale psichiatrico nel quale i suoi genitori l’hanno rinchiusa.

Ma cosa succede veramente in scena? Potremmo rispondere semplicemente che ciò che vediamo è la rappresentazione di alcune esistenze, uno spaccato della vita. I protagonisti si interrogano sul senso della vita, parlano di Gesù mentre fumano spinelli, bevono birra mentre si preparano la dose successiva. A volte tacciono lungamente, come succede normalmente in un pomeriggio comune. Vanno avanti, si (ci) raccontano le loro paure, le loro difficoltà, le speranze, fanno del sesso, si accarezzano, si azzuffano.

In questa sala d’attesa dove tutto si gioca nel linguaggio e nelle relazioni tra i personaggi e dove affiora un nero humor beckettiano, possiamo incrociare anche un Gesù-commesso viaggiatore o il comunista, o ancora il direttore, che dopo un dramma personale ha perso la sua bella esistenza borghese sprofondando nei bassifondi. Tutte queste esistenze sono racchiuse in un cono d’ombra verso il quale Lupa porta gli spettatori, costringendoli ad un’attenzione forsennata. Forse il regista chiede molto ai presenti, ma nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile. L’attenzione è la chiave per entrare nel teatro di Lupa, impilato sul concetto di rivelazione, sul quale il regista ha lavorato con i suoi giovani attori.

Che questi bravissimi attori accusino qualche piccola debolezza non ha qui nessuna importanza, tanto è ricca la materia umana che scaturisce dal testo di Norèn e dalla regia di Krystian Lupa.
Anthony Boullonnois, Audrey Cavelius, Claire Deutsch, Thibaut Evrard, Pierre-François Garel, Adeline Guillot, David Houri, Aurore Jecker, Charlotte Krenz, Lucas Partensky, Guillaume Ravoire, Lola Riccaboni, Mélodie Richard, Alexandre Ruby
e Matthieu Sampeur alla fine dello spettacolo si siedono sul bordo della scena. Ci guardano, sfiniti e provati da questa discesa agli inferi appena interpretata. Un silenzio abissale si instaura fra palco e platea. Chi sarebbe in grado di giudicare adesso? E qui succede qualcosa di veramente toccante, che dà tutto il senso all’attore personaggio secondo Krystian Lupa e il suo teatro dell’esperienza.

Salle d’attente

da “Categoria 3.1” di Lars Norén
regia, scenografia e luci: Krystian Lupa
con: Anthony Boullonnois, Audrey Cavelius, Claire Deutsch, Thibaut Evrard, Pierre-François Garel, Adeline Guillot, David Houri, Aurore Jecker, Charlotte Krenz, Lucas Partensky, Guillaume Ravoire, Lola Riccaboni, Mélodie Richard, Alexandre Ruby, Matthieu Sampeur
durata 3h 10’
applausi del pubblico: 5’

Visto a Parigi, Théâtre National de La Colline, il 10 febbraio 2012

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