L’urgenza del narrare di Vuccìria Teatro

Io, mai niente con nessuno avevo fatto (photo: Dalila Romeo)

Io, mai niente con nessuno avevo fatto (photo: Dalila Romeo)

E’ una storia di solitudine, emarginazione e profondo disagio interiore, di tutto quanto segue al male ricevuto e all’incapacità di potersene liberare, “Io, mai niente con nessuno avevo fatto”, spettacolo vincitore del primo premio al Fringe Festival di Roma 2013.

Il racconto prende corpo attraverso le confessioni di Giovanni, giovane ed ingenuo omosessuale, di Rosaria, sua cugina, e di Giuseppe, amante di Giovanni.

La Sicilia degli anni Ottanta, intrisa di violenza, ignoranza, degrado morale e sociale, si palesa a poco a poco attraverso le loro parole, ed emerge in tutta la sua crudezza.
Non vi è un vero protagonista, il dramma è interamente e sapientemente costruito sull’alternarsi delle confessioni dei tre personaggi, che solo verso l’epilogo si incrociano per un breve momento.

La nudità del corpo diventa elemento caratterizzante, ed è una metafora per scoprire le zone più oscure e tormentate di sé, le ferite interiori, mostrate al pubblico assieme alla fragilità e alla vulnerabilità dell’essere umano.

Quanto la violenza fisica subita possa strappare una parte di anima, e renderla per sempre irrecuperabile, si comprende dai gesti feroci con i quali Rosaria si lesiona da sé, in un solitario automatismo. “Di merda non ne voglio più spalare in Sicilia” dice, mentre farnetica su una fantastica e fantasiosa fuga attraverso il mare, che la porti lontano dalla sua isola maledetta.
È il sogno di rinascita di un sé mortificato e umiliato, della propria identità e dignità di persona. Una violenza drammaticamente interiorizzata, unico strumento di contatto e conoscenza del mondo, unico mezzo di espressione e riappriopriazione di sé.

Rosaria non vive che per suo cugino Giovanni; lei è la sola ad amarlo con gioia, semplicemente per quello che è, quasi come una madre che ama il figlio in maniera disinteressata e totale, ed è la prima ad intuirne e accettarne la vera natura di uomo e donna allo stesso tempo.

Poi c’è Giuseppe, anche lui vittima di abusi, e anche lui, come Giovanni e Rosaria, cresciuto nell’assenza del padre, tirato su alla meno peggio da una madre prostituta. Sembra di vederli, quei campi desolati della rovente Sicilia, testimoni della brutalità di incesti terribili.

Interiorità dilaniate e ridotte a brandelli, dalla foga feroce di violenze perpetuate da carnefici che a loro volta non sono che vittime, emarginati ed esclusi, in una spirale viziosa, in una catena di delirante disagio esistenziale che non ha altro modo di essere evaso e nascosto a se stessi, se non facendo ricorso alla brutalità. Brandelli di sé che i personaggi cercano di cucire, di rimettere insieme attraverso i loro racconti,  le loro denunce, per trovare un senso a tanta sofferenza, un modo per sentire meno dolore, per curare le proprie ferite.

Scarna ed essenziale la scenografia: una piccola cassapanca scura sul fondale si svuota a poco a poco nel corso delle confessioni dei protagonisti, possibile emblema di uno scrigno dove sono custoditi i ricordi belli e brutti.
Giovanni, l’unico personaggio spensierato che narra con gioia ciò che per altri è profonda angoscia, ne estrae un vestito bianco. Lui, che racconta con la gaia spensieratezza di un bambino, è la nota dissonante, il contrappunto emotivo che rende le altre narrazioni ancora più cariche di intensità per effetto di uno stridente contrasto. E con esso la poeticità intrinseca alle sue parole; lui che è incapace di comprendere le dinamiche prosaiche del mondo, non può che vivere in una realtà di illusoria bellezza, tutta edificata nella sua fantasia, dove anche la morte può trasformarsi in una danza, una danza con i delfini nel mare.

Il linguaggio è scarno, essenziale, disarmante e coinvolgente, il lessico diretto, senza concessioni ad ottusi purismi, così come anche lo stile registico.
Il teatro di Vuccìria Teatro (in siciliano baccano, confusione) sprigiona molteplici necessità, quella di raccontare e denunciare, la necessità stessa di fare teatro. Ciò che colpisce immediatamente nel lavoro di questa giovane compagnia (si è formata nel 2012 ed è al lavoro d’esordio) è la grande intensità, il senso di una fortissima motivazione interiore che anima l’agire scenico. Le singole performance degli interpreti sono prove importanti, che ciascuno vive con estrema generosità, senza risparmiarsi, facendo completamente e pienamente dono di sé. Un teatro che arriva direttamente al cuore degli spettatori, ed è capace di renderne scomode le rassicuranti poltrone.
In scena fino al 3 novembre a Roma, allo Spazio Uno.

Io, mai niente con nessuno avevo fatto
scritto e diretto da: Joele Anastasi
interpreti: Joele Anastasi, Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano
aiuto regia: Nicole Calligaris
costumi: Giulio Villaggio
foto: Dalila Romeo
video: Giuseppe Cardaci, Elia Bei, Davide Maria Marrucci

durata: 45′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Napoli, Galleria Toledo, il 12 ottobre 2013

 

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