Dentro o fuori il M2? Dynamis per un modo di ridere a teatro

Photo: Elisa D'Ippolito
Photo: Elisa D'Ippolito

E’ uscita questo mese la nuova edizione del “Registro di classe” di Sandro Onofri, diario appassionato di un professore che coglie nei volti dei propri alunni i cambiamenti di un’epoca, e benché tante cose siano cambiate da quelle classi pometine di fine millennio, molti dei problemi che l’autore/professore poneva sono ancora sul tavolo oggi, lampanti, spesso più gonfi e incombenti.
In uno dei capitoli più acuti, Onofri si interroga su cosa sia il divertimento per gli adolescenti. La domanda non è del tutto evasa, ma si sospetta che sia una sorta di quieta noia (in un curioso ossimoro a tre), nella quale i più giovani amano galleggiare, qualcosa che non mette a rischio le loro sicurezze, che non li spinge alla ricerca. È un godersela, uno stare stravaccati, a un passo dall’apatia, a chilometri dal pericolo.

Per una sorta di quegli addensamenti tutti casuali che imprevedibilmente si ritrovano attorno a un argomento, anche il nuovo lavoro partorito dalla fucina di Dynamis – pur partendo da altre premesse – finisce per portarci a quello, a una prova tangibile di cosa possa significare divertimento a teatro.

«M2 è una performance partecipata che si interroga pragmaticamente sull’unità di misura da cui prende nome, il metro quadro, per esplorare sulla scena il confine tra umano e disumano che lo spazio assume rispetto a un contesto»: così la presentazione invita allo spettacolo, solleticando la curiosità per quello che si annuncia come un teatro-laboratorio, un esperimento di palco tra il sociologico e una certa tensione metafisica.


Nei fatti, la compagnia romana, dal 2011 in residenza stabile presso il Teatro Vascello, chiede a sette tra gli spettatori di partecipare alla performance accettando di condividere uno stesso minimo spazio, per esplorarne le reazioni. Un metro quadro, appunto, per l’occasione un piccolo tappeto erboso in mezzo alla scena, torturato, spremuto dai quattordici piedi.
I volontari verranno guidati da una voce off come da un deus ex machina, e fisicamente costretti dalla presenza pungente di Francesco Turbanti sul loro minimo appezzamento condiviso. Orientati da titoli proiettati sul fondo (“tribù”; “terra”; “tropici”; “morale”…), le cavie dovranno tenersi in equilibrio, ballare, muoversi ordinatamente, recuperare oggetti mediante un semplice lavoro di collaborazione, peraltro suggerito nelle modalità, eleggere un capo, massaggiargli i piedi ecc.

La platea, messa al sicuro fin dall’inizio («una frontiera invalicabile» ci rassicurano, corre tra l’uno e l’altro spazio, tra pubblico e prescelti), passa da una cauta attesa di cosa toccherà ai poveri sette, a una sempre più scoperta ironia nutrita al tepore dello scampato pericolo, fino a sfociare nello sghignazzo più aperto.

Così, l’esperimento, che si presentava con tratti di esplorazione, diviene qualcosa di più simile ad un gioco da villaggio turistico, in cui si ride per l’impacciato twister a cui sono sottoposti i poveracci, sulle cui teste piovono (non manca infatti una bella annaffiata a mo’ di monsone tropicale, sollucchero per la platea) le monellerie dell’unico attore in scena, sempre meno tutor, sempre più compiaciuto aguzzino.
Anche il gioco al “Signore delle mosche”, in cui alla piccola comunità si chiede uno sforzo autocivilizzante, riesce spurio: da un lato inquinato dai tempi ristretti e dalla posizione innaturale di chi è osservato, dall’altro privo di una vera tesi da dimostrare o da confutare, e persino di effetti imprevisti. Né la scrittura è tale da fungere da asse portante del lavoro. Essa soffre infatti di forzature e vuoti (l’inizio quasi pirandellistico e la “morale” finale, generica, sulla relatività dello spazio con una strizzatina d’occhio all’attualità dei morti in mare) da non consentirle di pigiare fino in fondo nemmeno il pedale della crudeltà, dell’offesa e della violenza gratuite, a cui il sadismo vero e duro che galleggia in noi pure avrebbe teso. Qualsiasi soirée futurista sarebbe stata più perfida e dirompente.

Ma in platea, generosa nel numero e negli applausi (tre sere di sold out), ormai si è a proprio agio (che è la cosa peggiore) e proprio sotto finale una voce si spicca dalle gremite file e arriva fin sul palco, rivolta a uno dei sette, il più goffo, capelli ricci, baffi tondeggianti, fisico appesantito su un paio di piedi bianchicci, nudi: “Guarda a baffone!!”. Ed è lo sganasciamento finale.

Ecco tutto. Divertimento un po’ scollacciato, che facilmente ci conquista tutti, fino i burbanzosi, i rigidi; uno scoperto dileggio verso i malcapitati fatto da chi sa che non verrà messo in mezzo, cioè noi in platea (si alludeva a quello parlando nella presentazione di “confine tra umano e disumano”?). Nulla di male, un teatro leggero, d’evasione; fatti i conti, un’idea non malaccio, una scena economica, una scrittura esile tirata sul palco dalla tirannica voce non di un deus, ma di un ammiccante Comitato alla Guardì.

Divertimento adolescenziale, come quello ricercato dall’amorevole occhio di Onofri, che non mette in crisi le certezze – nessuna – e la cui lezione di psicologia spicciola è che basta poco perché la massa sicura si senta libera di coglionare una minoranza in difficoltà. Comunque, istruttiva.
In scena il 16 febbraio a Lecce, ad Astràgali Teatro.

M2
ideazione e realizzazione Dynamis
regia Andrea De Magistris e Giovanna Vicari
drammaturgia Giovanna Vicari, Francesco Turbanti e Andrea De Magistris
performer Francesco Turbanti
progetto sonoro Filippo Lilli
comunicazione visiva Donato Loforese (Studio Co-Co)
foto di scena Elisa D’Ippolito
produzione Dynamis, Teatro Vascello Centro di Produzione Teatrale
in collaborazione con Pergine Festival, Tenuta Dello Scompiglio, Off Off Theatre, Altofest – International Contemporary Live Art, Armunia-Castiglioncello, Angelo Mai

durata 55’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Roma, carrozzerie_n.o.t, il 2 febbraio 2019

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