Ma quale Tosca è? Monica Casadei e una mitografia impossibile

Compagnia Artemis Danza/Monica Casadei in Tosca X
Compagnia Artemis Danza/Monica Casadei in Tosca X

Riscritture, pastiche, reinterpretazioni, transcodificazioni, citazioni, parodie: questi i gesti con cui la cultura occidentale si appropria e spinge un poco più avanti una figura significativa, un mito, o un complesso di significati che vanno insieme sotto il complicato apparato di una narrazione esemplare a più voci.

Lugo Opera Festival, Festival La Versiliana, in collaborazione con Teatro Comunale di Bologna, AMAT & Teatro dell’Aquila/Comune di Fermo, danno credito alla tesi di Monica Casadei, coreografa di ormai assodata carriera, secondo la quale, dopo la Violetta della Traviata, anche Tosca può entrare a far parte di quel ristretto gruppo di creazioni disponibili ad essere estratte dal loro contesto storico e formale per farne oggetto di ricreazione artistica.

Per far ciò si è scelto di attingere alla trama più intima del racconto di Illica e Giacosa, tratta da Sardou per Puccini: e la trama più intima ne è la musica.
Su quella musica talvolta esibita nella sua interezza, più spesso per mano di Luca Vianini rilavorata, rigirata a loop su sé stessa, divorata e spezzata, rimodulata su armonie riviste, la coreografa mette i suoi passi.

Quattordici sono i danzatori in scena, in questa edizione al Teatro Vascello di Roma; interamente neri i costumi (con una eccezione, l’abito da sera della protagonista, grigio-azzurro) e la scenografia è tutta in un’eleganteggiante striscia rossa che percorre ogni superficie verticale, dalle quinte al fondale (il rosso di Tosca, dalla tradizione pedantemente reclamato in un lungo strascico di velluto tra il pompeiano e il porpora).

L’intero progetto coreografico si concentra per lo più sul secondo atto, percorso e ripercorso in andirivieni, ma vi sono accenni del primo, il feroce “Te deum”, e del terzo, l’aria del teno-re e il finale ultimo.

Ma che cos’è questa Tosca, rivisitata in danza?
Un pastiche? No, perché non ci sono inserimenti di altre opere a fare cortocircuiti volu-ti o involontari, né si cerca l’arricchimento della trama con il raffronto dal di fuori.
Non è sovvertimento, perché non propone una lettura diversa da quella tradizionale. L’insistito richiamo al tema della violenza contro le donne (alla cui attenzione si richiama il pubblico con un annuncio a sipario chiuso, prima del buio), per quanto commendevole, non ha titoli per inserirsi nella dimensione della fruizione, e tantomeno in quella critica. E, dunque, al di là di ciò, la storia rappresentata è proprio quella conosciuta.

I danzatori impersonano i tre ruoli principali e, attorniati da altre figure corali, li giocano nel modo più consueto: fragile ma decisa lei, Floria Tosca; truce fin nello sguardo il cattivo Scarpia; bello, giusto e puro lui, Mario.
È una Tosca come citazione? Neppure, la citazione ha bisogno di ironia, si cita per gusto di almanaccare, a volte, o per desiderio di andare da qualche altra parte prendendo l’abbrivio dal trampolino di un altro. E sulla novità del testo si è detto già.

Non è transcodificazione, poiché manca insieme dell’umiltà e del coraggio necessari all’operazione.
Se da una parte non è stata perseguita la decisa adesione ai motivi (decrepiti?) del libretto, necessaria alla traduzione, dall’altra la musica rimane un pretesto, e non si è avuto il coraggio di straziarla al punto da ricomporne con i brandelli un nuovo testo vivo e autonomo per una nuova viva e autonoma opera.

Il lavoro su di essa è profondo ma non approfondito, e non sembra mostrare un indirizzo chiaramente creativo, non chiude e non schiude, non dissacra e non evoca: maneggia soprattutto, talvolta sprofondando nel minimalismo, talaltra galleggiando quale tappeto.

Non è riscrittura, perché non è contemporanea nelle coordinate espressive. Il movi-mento non ricerca che per pochi attimi, e va bene, la dimensione estetica.
Ma quando la trova, sia pure ‘malgré lui’, la trova davvero, specialmente in alcuni mo-menti di frontalità, di linearità orizzontale del movimento: come la romanza “Vissi d’arte”, nervosa ma non nevrotica, incatenata quasi per contenzione di un dolore tale da essere impossibilitato a esprimersi per volumi stentorei, da rimanere all’interno di una muscolatura fibrosa e come vegetale, allacciata strenuamente allo scheletro, lanci-nante, svelta ma tutt’altro che aerea; o nell’anticipazione, replicata in imperfetta serie, della scalata a quel ciglio di Castel Sant’Angelo da cui la protagonista si dovrà gettare, resa attraverso un trepidante arrampicarsi su cosce, addomi, mani, spalle di uomini.

Non cerca la dimensione estetica, il movimento, ma quella dinamica, sia essa corale o individuale, trovandola nella sola volatile paradossale enfasi che non rimane, non se-dimenta, non racconta, ma passa subito, e che vaniloquente riempie lo spazio senza lasciare segno. Neppure il segno di un’assenza. Insomma, è soprattutto nella scorza ammiccante e sexy di un movimento, e di chi lo compie, nel suo trascorrersi addosso ad essere, questa danza, contemporanea.

Della Tosca pucciniana, dunque, questa è parodia? Lo sarebbe, rischierebbe di esserlo solo se ammettessimo una verità sconfortante: che l’opera del cui materiale si avvale, la storia della gelosa sensuale cantante romana, non ha la fibra di un mito; che non merita di essere estratta dal suo tempo letterale (le campagne napoleoniche) e dal suo spazio (la Roma papalina), né dal suo linguaggio (un polveroso italiano semiletterario), e soffre persino che la si strappi dalle sue meschine sceniche paccottiglie (canestri del pittore con salami di plastica, Maddalene dagli occhi cilestrini, lunghi strascichi di velluto, pugnali, candelabri, crocifissi) e, infine, dalla sua stanca forma. Non ne merita altra che quella: i tre atti, di cui uno deboluccio, di Giacomo Puccini.
Forse perché, al di là di ogni purismo, di uscirne non ha la forza. O ne ha, lì dentro, troppa.

TOSCA X
Coreografia, regia, luci, scene e costumi Monica Casadei
Musica Giacomo Puccini
Elaborazione Musicale Luca Vianini
Assistente alle coreografie Camilla Negri
Coproduzione Lugo Opera Festival, Festival La Versiliana
In collaborazione con Teatro Comunale di Bologna, AMAT & Teatro dell’Aquila/Comune di Fermo
Con il contributo di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia Romagna-Assessorato alla Cultura, Provincia di Parma

durata 1h 15′
applausi del pubblico:  2′ 30”

Visto a Roma, Teatro Vascello, il 10 febbraio 2016

stars-2.5

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