Macbeth, le cose nascoste di Carmelo Rifici e Angela Dematté

Macbeth (photo ©LAC Foto Studio Pagi)
Macbeth (photo ©LAC Foto Studio Pagi)

Dopo aver attraversato in modo fecondo il personaggio iconico di Ifigenia, ispirandosi a Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle ed Euripide, Carmelo Rifici, ancora una volta in collaborazione con Angela Dematté, e qui scegliendo come dramaturg Simona Gonella, in “Macbeth, le cose nascoste” si approccia al sanguinario personaggio shakespeariano.
E come per la figlia di Agamennone, Rifici si interroga anche per Macbeth il tema, assai urgente ancora oggi, della violenza. Là si parlava di come l’atto violento, la morte sacrificale della figlia di Agamennone, potesse essere reso plausibile, perfino giustificabile, per placare l’ira del Dio; qui, scegliendo la chiave psicanalitica, il regista, seppur in modo diverso, pone a sé stesso e agli spettatori delle domande in relazione a quali possano essere i meccanismi che inducono alla sopraffazione, analizzando le ragioni che portano il re scozzese a trasformarsi in Dio e, spinto anche dalla sua triste consorte, ad uccidere tutti quelli che si oppongono alle proprie mire.

Ed è subito il monologo di Maria Pilar Pérez Aspa ad introdurci nei meandri dello spettacolo, approfondendo i motivi per cui Macbeth uccide le guardie che dovevano vegliare su re Duncan. Egli lo fa, ovviamente, per far cadere la colpa su di loro ma, ad alta voce, proclama che ha dovuto ucciderli perché si sentiva sopraffatto dal dolore e dalla rabbia per la morte violenta del suo re, che amava come un padre; dunque, la sua versione ancora una volta rende giustificabile la violenza.
Poi, di converso, Pilar si domanda, partendo da una sua esperienza personale: “Non siamo mai preparati alla cattiveria altrui e alla nostra anche. Come si può gestire quella parte negativa di sé?”.

Per rispondere a questa ed altre domande lo spettacolo utilizza la chiave psicanalitica, interfacciando le vicende dell’opera shakespeariana con le confessioni degli interpreti, che rispondono a turno alle domande poste in video dallo psicoanalista Giuseppe Lombardi.
Nella prima parte dello spettacolo, insieme a Maria Pilar Pérez Aspa, in scena Angelo Di Genio, Alessandro Bandini, Tindaro Granata, Elena Rivoltini, Leda Kreider e Christian La Rosa, incalzati da Lombardi, riconsegnano direttamente al pubblico alcune delle loro più recondite riflessioni, spesso rimosse, riguardanti il proprio vissuto rispetto ai temi sollevati dalla tragedia, insomma le cose nascoste dentro di loro, come recita il sottotitolo dello spettacolo.
Del resto, “Ci sono cose nascoste fin dagli inizi del mondo di cui sentiamo solo il fetido odore, celate in qualche caverna buia per proteggere l’uomo dalla sua debolezza” si giustifica Macbeth, e non solo lui.

Così le tematiche dell’ambizione, dell’uomo bambino che non teme le conseguenze dei propri atti, del legame con la sua terra, della seduzione manipolatrice e del rapporto con il padre si riverberano dal privato di ognuno alla scena, sulla quale i fatti della tragedia del Bardo vengono rappresentati dagli stessi interpreti che si scambiano a turno le parti, immersi nell’acqua, illuminata dalle bellissime luci di Gianni Staropoli, acqua che scorre sul palcoscenico e che vediamo anche nel video proiettato, dove appaiono e si perdono Lombardi con i suoi “pazienti” interlocutori, simbolo inequivocabile dell’inconscio.

E alla fine, le parole di Lady Macbeth (chi poteva immaginare che il corpo del vecchio contenesse tanto sangue!), riferite all’assassinio di re Duncan (anche Verdi, nel suo “Macbeth”, fa continuamente cantare alla protagonista la sua potentissima aria “Una macchia è qui tutt’ora”), si fondono con il ricordo tanto impresso nella memoria di Tindaro Granata, di quando bambino, in Sicilia, assisteva all’uccisione del maiale, appeso a testa in giù, perché potesse uscire tutto il sangue, in modo che la carne non restasse amara.

Come un maiale verrà appeso, per i piedi, il cadavere nudo del figlio di Macduff, interpretato con sofferta intensità dal giovane Alessandro Bandini (che prima era stato anche Fleance, il figlio di Banquo, altra vittima sacrificale), coperto subito dopo dalle Streghe di vernice d’oro, trasformato in Ecate. Ecate, la dea lunare, levatrice e accompagnatrice dei morti, che chiude lo spettacolo con un significante monologo (forse troppo lungo e insistito) attraverso le parole ispirate da “La sapienza greca” di Giorgio Colli: “È tremenda la terra, eppure il verme prima o poi diventa farfalla, ma la farfalla non si ricorda del verme; tu ricordati del verme. L’inizio è la fine, la fine è l’inizio. Il bello è brutto, il brutto è bello, tra cielo e terra ogni cosa balla”. Ogni cosa nel mondo non muore mai, ma si rigenera sempre.

“Macbeth, le cose nascoste” si presenta in modo originale e potente nel solco di un teatro che affonda le sue radici nel rito (e che ci rimanda anche, nei modi proposti, a quello della compagnia veneta Anagoor), rivisitando il passato come fonte inesauribile del sapere per la comprensione del presente e, nel medesimo tempo, del nostro io più profondo.
Tutto ciò viene proposto attraverso una forma scenica che richiede allo spettatore un’attenzione costante, sapiente e proficua.

Tuttavia pensiamo che lo spettacolo, visto in prima assoluta a Lugano (sarà in tournée da marzo ad aprile partendo da Prato e raggiungendo poi Genova, Torino, Varese, Pergine, Modena e Padova), possieda ancora ulteriori possibilità di arricchimento nel rendere più compatti i diversi, significanti, piani espressivi con cui è costruito, attraverso anche uno svolgimento finale della vicenda più incisiva, che invece qui ci pare in qualche modo ancora troppo affrettato.
Ammirevoli infine tutti gli interpreti, che si prestano generosamente al gioco registico di Rifici e che, non a caso, rappresentano la meglio gioventù attorale della nostra scena d’autore.

Macbeth, le cose nascoste
di: Angela Demattè e Carmelo Rifici
tratto dall’opera di: William Shakespeare
progetto e regia: Carmelo Rifici
dramaturg: Simona Gonella
équipe scientifica: Dottore Psicoanalista Giuseppe Lombardi e Dottoressa Psicoanalista Luciana Vigato
con: Alessandro Bandini, Angelo Di Genio, Tindaro Granata, Leda Kreider, Christian La Rosa, Maria Pilar Pérez Aspa, Elena Rivoltini
scene: Paolo Di Benedetto
costumi: Margherita Baldoni
musiche: Zeno Gabaglio
disegno luci: Gianni Staropoli
video: Piritta Martikainen
assistente alla regia: Ugo Fiore
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con TEATRO METASTASIO DI PRATO, Stagione TPE, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

Visto a Lugano, LAC, il 9 gennaio 2020
Prima assoluta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *