Made in China: Roberto Capaldo tra Nike e martello

Made in China - Roberto Capaldo

Capaldo in Made in China (photo: robertocapaldo.it)

«Non dispiacerti di ciò che non hai potuto fare, ma di quello che potevi e non hai voluto fare» diceva Mao Tze Dong.
Roberto Capaldo è uno che il Mao-pensiero lo prende alla lettera. E alla Cina che dalla Lunga Marcia alla Rivoluzione Culturale arriva ai nostri giorni, ha dedicato “Made in China”, spettacolo vincitore del bando “Storie di lavoro” 2011, acuto monologo che abbiamo visto a Zona K.

Siamo vicini alla Chinatown milanese, quella via Paolo Sarpi dove lo stesso Capaldo ha preso casa. È uno che se le va a cercare, Roberto Capaldo. E il Paese della Grande Muraglia l’ha pure girato in lungo e largo, nel 2007. Ma i cinesi di via Paolo Sarpi s’è guardato bene dall’invitarli al monologo. Perché “Made in China” è un ritratto impietoso del colosso asiatico. Dei suoi gialli, in tutti i sensi. E anche dei suoi scheletri.

Lo spettacolo è la storia tragicomica di due contadini urbanizzati per cercare fortuna come operai nelle fabbriche delle multinazionali. Però uno muore, e l’altro percorre centinaia di chilometri con il cadavere dell’amico sulle spalle per riportarlo a casa. È l’usanza: un cinese dev’essere seppellito là dov’è nato, se vuole aver pace. È un rito che può sembrar macabro per la nuova società, ma è un atto di devozione per chi è legato alle tradizioni della campagna (non solo cinese).

In bilico fra tradizione e innovazione è anche questa farsa grottesca che contempera, in un tutto a volte un po’ grezzo ma piuttosto armonico, linguaggi e strumenti eterogenei: teatro d’ombre e commedia dell’arte, pupazzi e maschere napoletane, ventagli del Tai Chi e video, slogan comunisti e pubblicità della Nike. Tanti dati numerici. E tanti sproloqui. In un italiano dall’accento mandarino-partenopeo. Oppure in un cinese-grammelot inventato di sana pianta, reso credibile dai sopratitoli che scivolano come draghi sulle nostre teste.  

Ci voleva un restyling balsamico per il flaccido obsoleto monologo civile e d’inchiesta. Capaldo, senza pretese, getta pietre nello stagno. Aiuta a riflettere sul miracolo economico asiatico del terzo millennio. E anche sui suoi costi, in termini di diritti e valori. Del resto la famigerata etichetta “Made in China” è ormai onnipresente, dalle calzature all’abbigliamento, dalla biancheria agli orologi, dalle tazzine di caffè ai giocattoli, fino alla ristorazione. Manca solo che sostituiamo lo yuan all’euro per pagare quei prodotti, mettendo mani al portafogli, anch’esso natutalmente Made in China.

Irriverente e caustico, Capaldo mette a nudo le contraddizioni di un Estremo Oriente tra comunismo e capitalismo, saluto alla bandiera e tecnologia low cost. I suoi personaggi hanno caratteri da commedia contemporanea. Sono capaci di parlare all’oggi. Come il suo teatro, reso dinamico dall’utilizzo della tecnica cinematografica del montaggio in parallelo o per quadri. Come i suoi soggetti. Che sono sì di denuncia (si pensi che neppure un duecentesimo del costo all’acquirente di una scarpa griffata va all’operaio che l’ha realizzata, che un paio di Nike vanno incollate in sei minuti e sei secondi, che il livello di deformazione di una mano indica da quanto tempo un operaio lavora in fabbrica). Ma lasciano spazio al dubbio. Ad esempio: è giusto boicottare la Nike perché un operaio asiatico guadagna solo due dollari al giorno, se quel salario è quattro volte quello di un contadino, e l’alternativa sarebbe la disperazione?

Informare, domandare, scuotere. Citare il “Libretto Rosso”, ma dar voce anche al top manager Phil Knights, amministratore delegato della Nike. Non osare risposte. Non imporre un punto di vista. Far riflettere. Usando una tecnica teatrale poliedrica, multicolore, ritmata, anche grazie a musiche che spaziano dall’alternative rock dei Gorillaz all’inno nazionale, dall’uso dell’altoparlante a una danza surreale. Tutto questo è “Made in China”.
Non è poco, se ci fate caso. Perché il monologo civile cui siamo assuefatti – leggio, microfono, luci fisse – assomiglia tanto a un sermone. È una sfilza di verità spesso autoreferenziali. Dove attore e pubblico se le cantano, se le suonano ed escono dalla sala soddisfatti. Con le stesse certezze, monolitiche, che avevano al botteghino.

Made in China
di e con: Roberto Capaldo
elaborazione video e tecnica: Marco Ferrara
collaborazione alla regia: Fabrizio Di Stante
maschere in cuoio: Piero Ottusi
pupazzi: Antonio Catalano
consulente per la cultura cinese: Diang Zuanfheng
coprodotto da Casa degli Alfieri e Universi Sensibili

durata: 1h
applausi del pubblico: 1’ 50”

Visto a Milano, Zona K, il 22 febbraio 2014


 

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