Il Paradiso interetnico sta in palestra

Made in Paradise
Made in Paradise

Made in Paradise

Cosa succede se l’efficiente pragmaticità di uno svizzero si incontra-scontra con il fervore della cultura araba? In un gioco di reciproca conoscenza e di volontà di accettazione del mondo dell’altro, “Made in Paradise”, dei performers Yan Duyvendak (svizzero) e Omar Ghayatt (egiziano), mira a raccontare l’incontro di due civiltà, tra luoghi comuni, terroristi, burqa, miti da sfatare, fantasmi creati dai media, ignoranza e preconcetti.

Già il titolo, emblematicamente, cerca di riassumere la ricetta. Due gli ingredienti: il “made in” della cultura occidentale, votata alla produzione e al consumismo, e il “paradise” di quella araba, dove ogni azione quotidiana è retta dalla volontà di compiacere Dio.
Lo spettacolo è stato concepito per essere rappresentato in luoghi inusuali, spazi ampi, anche all’aperto, dove il pubblico è chiamato a spostarsi per raggiungere di volta in volta il “luogo scenico”, tracciato e definito da ampissimi teli di stoffa colorata srotolati a terra, come un palcoscenico di stoffa.

La piccola dimensione della palestra di Polverigi, location della performance durante il festival Inteatro, mette i due in una condizione nuova. Ci dicono che è la prima volta, per loro, in uno spazio così piccolo, ma sarà curioso e interessante sentire il pubblico vicino.
Ogni parete di convenzione fra artisti e pubblico viene abbattuta da subito. Regna un’atmosfera informale e amichevole, ci salutano mentre entriamo, ci chiedono di togliere le scarpe, ci appiccichiamo tutti alle pareti, tra spalliere e materassini, confusi dall’assoluta mancanza di riferimenti scenici… Come dobbiamo collocarci fisicamente (e anche mentalmente) rispetto a questo evento? Ed è lì che mi “ricordo” di quanto siamo legati alle convenzioni della scena. Di come le più disparate pratiche spettacolari si reggono solitamente su una lunga serie di taciti accordi spesso pomposi: qui sta il pubblico/lì gli attori. Buio in sala/luci in scena. Silenzio sontuoso/inizio dello spettacolo.

Nella palestrina di Polverigi, invece, con le luci al neon appena scaldate da qualche riflettore, non c’è nulla di tutto ciò. Non ci sono costumi di scena, né formalità (né tantomeno quella informalità radical-chic tipica di alcuni contesti di ricerca), non c’è sacralità sontuosa. Mi piace. Qualcosa di magico comunque regna nell’aria. È un’attenzione collettiva curiosa, livemente imbarazzata e stralunata.

Dettano le regole del gioco: hanno all’attivo 5 ore e 40′ di spettacolo, ma presenteranno una performance di due ore. Sarà il pubblico a decretare la composizione della stessa, scegliendo come da un menù i singoli quadri scenici. Per questo lo spettacolo è sempre diverso e irripetibile, perché ogni pubblico sceglie frammenti differenti. Gli ingredienti ci sono tutti per rendere allettante ogni quadro: c’è l’11 settembre, le donne velate, l’elvetico orologio a cucù, la danza del coltello, c’è l’illazione di una storia d’amore tra i due performer…
Ci prodighiamo democraticamente, per alzata di mano, nella composizione del nostro show. Per poi scoprire, poco a poco, che parte dello stesso lo agiremo noi del pubblico.

Yan Duyvendak e Omar Ghayatt non ci indottrinano sulle rispettive scoperte rispetto al mondo dell’altro. Lasciano guadagnare agli spettatori la progressiva consapevolezza – non senza qualche imbarazzo – della propria ignoranza in merito alla cultura islamica. Alcuni dei quadri prevedono la totale sottrazione dell’artista. Siamo solo noi – obbligati a confrontarci in maniera diretta come fosse un outing o a leggere degli scritti – ad agire la performance. Loro, gli artisti, ci osservano in silenzio. In attesa di un congedo che ha l’aroma arabo del tè alla menta, servito alla fine dello spettacolo dallo stesso Omar Ghayatt, per ringraziare il pubblico.

MADE IN PARADISE
di: Yan Duyvendak, Omar Ghayatt, Nicole Borgeat
con: Yan Duyvendak, Omar Ghayatt
drammaturgia: Nicole Borgeat
traduzione dal vivo francese-italiano: Rinaldo Marasco
traduzione dal vivo arabo-italiano: Iyas Jubeh
scenografia concepita in collaborazione con Sylvie Kleiber
graphic design: Nicolas Robel, B.u.L.b. grafix
amministrazione, produzione e diffusione: Morris Mendi: Nataly Sugnaux-Hernandez
assistenza alla produzione: Emilie Nana, Sonia Rickli, Job Michael Rouamba
tecnico: Gaël Grivet
produzione: Dreams Come True (Ginevra)
coproduzione: Théâtre de l’Arsénic (Losanna); Dampfzentrale (Berna); GRÜ (Ginevra), La Bâtie-Festival de Genève (Ginevra)
corealizzazione: FRAC (Alsazia); Montévidéo (Marsiglia)
con il supporto finanziario di: Fonds municipal d’art contemporain (Ginevra); République et canton de Genève; Pro Helvetia liaison Office (Cairo); Pro Helvetia fondation suisse pour la Culture (Zurigo); la Loterie Romande; Valiart (Berna) ; ONDA Office National de Diffusion Artistique, (Parigi)
prima italiana realizzata con il sostegno dell’Istituto Svizzero di Roma, Milano, Venezia
durata: 2h 20’
applausi del pubblico: 47’’ (interrotti dal performer Omar per offrire il tè alla menta)

Visto a Polverigi, Teatro della Luna, il 24 giugno 2010

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *