Madre di cane, amarcord greco

Madre di cane (photo: teatrodue.org)
Madre di cane (photo: teatrodue.org)

La Grecia è giusto dietro l’angolo. Una manciata di mare tra due coste nel Mediterraneo, ma certe storie possono impiegare anni, epoche intere, per percorrere quel breve tratto di strada, anche se sono storie che ci riguardano molto da vicino.

È il caso di questo “Madre di Cane”, e del suo autore Pavlos Matesis. Pluripremiato scrittore, drammaturgo e traduttore greco, ha studiato teatro e musica e ha esordito in campo letterario nel 1967, ha scritto numerose opere teatrali e in prosa, le sue opere sono state rappresentate in Grecia e in vari festival internazionali, ma sulle scene italiche rimane ancora pressoché inedito.

Stessa sorte per Stavros Tsakiriris, regista tra i più importanti in terra ellenica, è stato direttore tra gli altri del Teatro Nazionale Greco e del Festival di Epidauro, mentre dal 2013 è direttore artistico del Synchrono Theatro di Atene, insegnante e fondatore della compagnia Omicron 2. Anche lui ha alle spalle una carriera passata a calcare i palcoscenici di mezza Europa, ma mai sul nostro patrio suolo.

Fondazione Teatro Due di Parma inaugura la nuova stagione con questa pièce tratta dall’omonimo romanzo del 1990, dedicando alla Grecia un focus in cui, attraverso il pubblico e il teatro, riflettere sui quesiti che riguardano la Grecia di ieri e di oggi, la piccola comunità e la nazione, la storia e il presente. Storia che, come anticipato, si intreccia indissolubilmente con la nostra.

La vicenda si svolge in piena seconda guerra mondiale, durante l’occupazione italiana e tedesca in Grecia.
La protagonista, Raraou, è una tredicenne che sogna di diventare una star del teatro, una diva acclamata e riverita, ma che non riuscirà ad essere che una semplice comparsa.
La sua adolescenza trascorre nelle difficoltà della guerra, tra gli italiani ruffiani e benevoli e i tedeschi accaniti persecutori, tra un padre assente impegnato nel conflitto e una madre disposta a tutto pur di garantire la sopravvivenza alla figlia.

Il mondo di Raraou è una costante battaglia per uscire indenni da fame e soprusi, incastrata nel contesto sociale di una nazione oppressa, dove il conflitto bellico trascina la comunità in un indistinto tutti contro tutti, o nella meschina giostra di vittime e carnefici. E nemmeno la fine della guerra, la liberazione, riusciranno a detergere il perdurare di una vita sconfitta e insignificante.

Tra le maglie di un mondo domestico si delinea, in controluce, l’epopea di una nazione nel continuo mutamento di eventi che si moltiplicano, rincorrendosi nel  mondo odierno come in un Novecento ancora troppo vicino per lasciarlo scappare.

La messa in scena è ambientata nello spazio spoglio di un palco in cui un accumulo indiscriminato di oggetti, mobilia e suppellettili ricrea i confini di una quotidianità molto più vicina ad un magazzino di ricordi che a quella di un’abituale connotazione familiare.

Raraou, ormai invecchiata e ridotta all’infermità mentale, rivive in un lungo flashback le sue vicissitudini giovanili, rievocando quel tormentato passato che mai è riuscito a cicatrizzarsi. Cronaca e intima malinconia si riesumano in un intreccio metateatrale, dove la protagonista interagisce conversando con il suo vissuto in un presente rassegnato all’insanità.

È un adattamento che non sacrifica nulla alla linearità della narrazione e al consacrato modello del convenzionale teatro borghese, plasmato dalla solida ed espressiva interpretazione, che concretizza e scolpisce ogni singolo angolo nascosto di una drammaturgia nitida, non esente da surreali suggestioni.

Una regia forse un po’ sbiadita nella traduzione realistica dell’esposizione visiva, intenta ad insistere sull’incisività drammatica, tracima a volte in una sorta di melodramma ibrido, lasciando sbollire troppo rapidamente le prospere vivacità di humour e le ironiche percezioni. Le profondità emotive faticano ad emergere, attenuandosi nelle poco lucide realtà possibili.
Complice anche lo svolgimento in lingua originale che, imponendo i sottotitoli, penalizza una fruizione più completa e congeniale.

Uno spettacolo lontano da esiti memorabili, ma che getta comunque uno sguardo prezioso su una letteratura e un fare teatro spesso inesplorati dai nostri abituali riflettori.

MADRE DI CANE
di Pavlos Matesis
traduzione Nicola Crocetti
con Dimitra Chatoupi, Ioannis Dritsas, Christos Efthymiou, Nikos Gialelis, Stefania Kriezi, Marilita Lampropoulou, Jini Papadopoulou, Efi Ravmata, Marialena Rozaki, Ilias Zervos
dramaturg Dimitra Petropoulou
movimenti Giannis Antoniou
scene e costumi Aggelos Aggeli
luci Katerina Maragoudaki
assistente alla regia Efi Revmata
adattamento e regia Stavros S. Tsakiris
produzione Synchrono Theatro/Etaireia Theatroy (Atene)

durata: 2h 19′ (con intervallo)
applausi del pubblico: 2′ 38”

Visto a Parma, Teatro Due, il 5 novembre 2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *