Madre sì, MA… Il debutto del nuovo spettacolo di Antonio Latella

Candida Nieri in Ma

Candida Nieri in Ma

“Sopravviviamo: ed è la confusione / di una vita rinata fuori dalla ragione.”
(Supplica a mia madre, Pier Paolo Pasolini, 1961-1964)

Un’essenzialità sfrontata propone il suo profilo solipstistico, solo.
E’ “Ma”, madre in e di Pier Paolo Pasolini e anche congiunzione avversativa in Antonio Latella per la drammaturgia di Linda Dalisi: una figura di donna, seduta lateralmente, offre a stento il suo volto ad una parete di lampade espropriate ad interni e salotti, ora adibite a fari d’interrogatorio posti su una fredda grata di metallo.

E’ la società dello spettacolo che, sotto una plurima e forte luce bianca, riporta la figura di Pasolini sul suo tavolo operatorio e pretende di rivivificare uno dei suoi oppressi, salvando la Storia?
Lo pretende sviscerando aggressiva i conati di rabbia di una madre, violentata nella spettacolarizzazione, poiché – a quarant’anni dalla scomparsa dello scomodo P.P.P. – si può, e qui poniamo il quesito, parlare della sua (po)etica provocatoria fino a celebrarne la figura in un film (recente il tentativo di Abel Ferrara e Willem Dafoe)?

Come in un’interrogatorio, l’immaginata Susanna Colussi, madre di Pasolini e figura paradigmatica dell’esperienza biografica dello scrittore-regista, mette a nudo (per inevitabile coercizione? per voyeurismo sociale?), in una condizione di isolamento (il volto dell’attrice Candida Nieri non si rivolge mai al pubblico), la drammatica intimità della “storia sbagliata” (di una morte “mica male insabbiata”) del figlio.

La sua voce, amplificata dal microfono, è quella del racconto doloroso di una dolorosa progenie: “Addio. A – Dio: perché mi hai fatto madre di un Cristo comunista?”, chiede il pianto rassegnato di colei che si definirà la “madre sorda di un figlio lottatore”.

La scena spoglia si fa specchio di una resistenza materna, sposatasi (per amore, utero e viscere) alla resistenza di un figlio in “avversione” al suo tempo: “Madre, a ma’, mi stanno uccidendo, ma… senza luce”. Il giogo di Susanna Colussi, l’inadeguatezza del figlio, l’avanguardismo delle sue contraddizioni e della sua libertà, pagate anche con l’emarginazione, sono rappresentate da un paio di scarpe nere esageratamente, comicamente, ben più grandi dei suoi piedi.
Pesantemente ancorata a terra, la Nieri-madre di Pasolini si fa metaforicamente Madonna, come nell’opera cinematografica de “Il Vangelo Secondo Matteo”, madre di Cristo, Pietas, sincretica figura dell’umanesimo sofferente di un mondo contadino in erosione, così come descritto in “Mamma Roma”, “Accattone” o nei romanzi “Petrolio” e “Ragazzi di Vita”.

“Ti sono figlia dopo che madre”, pronuncia la sua bocca in monologo: madre come generatrice, il cui procreare è contemporaneamente dono e condanna, madre che ha donato parola al figlio ed ora, di fronte al figlio morto per l’uso fatto della parola donatagli (“il tuo utero è stato la tua macchina da scrivere”), desiderosa di sottrargliela.
Punto d’origine e punto di ritorno dei gesti delle proprie creature libere, in “Ma”, al suo debutto assoluto al Festival delle Colline Torinesi, la madre di Pasolini è, oltre che omaggio a P.P.P. e alla donna cui lui dedicò la sua struggente “Supplica” (“è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”), simbolo di Testimonianza.
Chi più di coloro che possono dare la vita, può comprendere la vita che la violenza del mondo sottrae? Di queste madri è piena la cosiddetta “Storia” (un parallelismo affatto forzato con le madri di Plaza de Mayo, le madri delle vittime di mafia, la madre di Federico Aldrovandi):
– Madre mi stanno uccidendo, a ma’!
– Ma quale madre stai chiamando?
Lo Stato? La Società? La Ragione? Dio?

Ecco che si comprende l’uso dell’onomatopeico ed ancestrale richiamo “Ma” che ricorre nell’intero monologo: “Mamma. La prima sillaba della parola mamma. Ma. Sillaba ripetuta tra le labbra che diventa culla e supplica. Il “Ma” del discorso adulto contrappone, aumenta, sminuisce, rinnega esalta ma è “particella disgiuntiva” che è sempre legame. Cordone ombelicale tra due frasi-pensieri”, spiega Linda Dalisi.

Certo, si potrebbe obiettare che sia forse facile costruire uno spettacolo sulla madre di Pasolini, uno spettacolo già messo in scena da lui stesso e da lui stesso trasfigurato e mitologizzato.
Antonio Latella e Linda Dalisi tessono quindi l’abbondante materiale che l’intellettuale ha già offerto a noi posteri su questa madre/sacerdotessa del dolore ancestrale dei Cristo che produce l’umanità; MA lo fanno con eleganza, offrendo alcune immagini di grande suggestione (forse un po’ troppo inflazionata l’uscita finale, ripresa da “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin): la già ricordata grata di lampade accese, le scarpe d’esagerata misura, il gocciolare lento delle lacrime della Nieri, lei, nuovamente brava e nuovamente acclamata da lunghi e calorosi applausi.

MA
drammaturgia: Linda Dalisi
regia: Antonio Latella
con: Candida Nieri
scene: Giuseppe Stellato
costumi: Graziella Pepe
musiche: Franco Visioli
luci: Simone De Angelis
assistente alla regia: Francesca Giolivo
production: Brunella Giolivo
management: Michele Mele
produzione: stabilemobile compagnia Antonio Latella
coproduzione: Festival delle Colline Torinesi
in collaborazione con: Centrale Fies, NEST

durata: 1h

Visto a Torino, Teatro Astra, il 17 giugno 2015
Prima assoluta

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