Maestoso Allegretto. Autodramma in “crescendo” della gente di Monticchiello

Maestoso, Allegretto con incubi
Maestoso, Allegretto con incubi

Maestoso, Allegretto con incubi (photo: teatropovero.it)

Il rischio di ripetersi incarna l’acerrimo nemico della gente di Monticchiello, che di anno in anno continua a portare in scena l’oramai popolarissimo autodramma.

Il Teatro Povero già di per sé è caso davvero particolare nel panorama teatrale, e viene ad esserlo ancora di più in questo clima contemporaneo così caotico, veloce e che continuamente è alla strenua ricerca di ‘nuovo’: nuove compagnie, nuovi collettivi e nuovi spettacoli, al ritmo forsennato di uno o più messinscene all’anno – che siano studi, anteprime, fasi – senza dare il tempo a niente e nessuno di sedimentare.

Il caso-Monticchiello rappresenta dunque, da questi punti di vista, una doppia sfida.

In questa edizione, la numero quarantasette, con “Maestoso, Allegretto con incubi” si ha l’impressione che si sia cercato, rispetto alle precedenti, di sondare nuove direzioni e di dare maggior spazio alla mano registica di Andrea Cresti, che in altre circostanze è rimasta più in disparte, o almeno così ci è parso.

All’inizio del lavoro – forse la parte più debole – siamo proiettati di colpo nel magma pulsante della materia drammaturgica: assistiamo ad un crollo vero e proprio del palco (metafora di una realtà sociale ed economica che si sfalda sotto ai nostri occhi).
Ci vuole un po’ per tessere le fila e seguire lo sviluppo successivo, in cui una famiglia è alle prese con una nuova realtà che ha in comune molto con la vecchia, ovvero povertà e scarsità di mezzi, e la necessità di fare fronte comune contro il sommovimento che ha scosso l’intera società.
Varie saranno le reazioni dei protagonisti. Ed ecco appunto l’Allegretto: un gruppo di giovani che, animati da ingenuo ottimismo, deciderà di raccontare di casa in casa, con uno spettacolo di burattini, una storia che ha per protagonista un “popolo di vinti”, con lo scopo principale di sentirsi vivi e reattivi. Ma questo scatenerà la reazione ostinata, cinica e sconsolata di altri abitanti. Il finale porta al centro l’incubo di un’anziana nonna, muta dopo il crollo, del quale non sveliamo oltre.

Lo spettacolo (in scena fino al 14 agosto) nel suo sviluppo può essere suddiviso in tre parti. L’inizio è forse la parte più in linea con la tradizione del Teatro Povero, cui segue una parte centrale incentrata sul teatro di burattini mosso dai giovani protagonisti – le nuove leve -, divertente ma sin troppo artigianale, complice anche la distanza dallo spettatore, che non permette di apprezzare appieno la dinamica dei fatti narrati; infine la parte finale, quella dell’incubo, la più riuscita e sorprendente, dove rifulge il talento registico del bravo Andrea Cresti, in movimenti e oniriche atmosfere che richiamano l’ultimo Castri, nell’ondeggiante dinamismo del gruppo dei protagonisti, e il talento visivo e iconografico di Armando Punzo.

Anche il testo rifulge per efficacia, in una metafora natura-società che si mostra quanto mai puntuale e riuscita nell’accompagnare queste terribili figure che emergono dal sottosuolo. Potremmo dire che questo “Maestoso, Allegretto con incubi” – con una metafora presa a prestito dalla dinamica musicale – si risolve in crescendo, e il gran finale testimonia di un’esperienza, quella di Monticchiello, ancora viva, pulsante e capace di suscitare emozioni.

Maestoso, Allegretto con incubi
autodramma della gente di Monticchiello
regia: Andrea Cresti

durata: 1h 4′
applausi del pubblico: 3′ 10”

Visto a Monticchiello (SI) il 28 luglio 2013

 

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