Mangiafoco, Roberto Latini tra i burattini di Collodi

Mangiafoco. Da sx Latini, Bucci, Paparella, Vergani, Sgrosso, Manchisi e Piccioni (photo: Masiar Pasquali)
Mangiafoco. Da sx Latini, Bucci, Paparella, Vergani, Sgrosso, Manchisi e Piccioni (photo: Masiar Pasquali)

«Non voglio morire, no, non voglio morire!». Strilla così Pinocchio alla fine del capitolo X del romanzo di Collodi, quando Mangiafoco intende gettarlo nel fuoco su cui sta finendo di cuocere il montone per la cena. È l’inizio di un botta e risposta drammatico e serrato tra burattino e burattinaio. Pinocchio ne uscirà vivo e con un tesoretto di cinque monete d’oro, che poi si farà depredare dal Gatto e dalla Volpe.

Scava, Roberto Latini. Rovista dentro un racconto dalle mille filigrane. Ma forse non esplora appieno il caleidoscopico sottotesto di un libro tra i più amati della letteratura. Oppure lo fa in sordina, lasciandolo in pasto agli spettatori, ritenendo pletorica ogni didascalia.

Si chiama proprio “Mangiafoco” la sua nuova drammaturgia e regia (coproduzione Piccolo Teatro di Milano, Compagnia Lombardi-Tiezzi, Fondazione Matera Basilicata 2019).
Dopo il debutto materano, il lavoro è arrivato a Milano, dove sarà di scena fino al 22 dicembre.
Lo spazio del Piccolo Teatro Studio Melato ricorda la struttura così collodiana di un circo. Si adatta bene al caravanserraglio metateatrale di Latini. La «drammaturgia delle temperature» del pluripremiato artista si misura, dopo “I giganti della montagna” (2014) e “Il teatro comico” (2018), ancora con un classico che gli consente di riflettere sul mestiere dell’attore.


“Mangiafoco” è esercizio collettivo sulla fatica di fare teatro. Vi fanno capolino anche blocchi di ghiaccio a sua volta ustionante, che esprimono lo sforzo demiurgico iniziale sull’opera, il bisogno di esorcizzare la morte attraverso l’arte (sempre troppo evanescente), la perenne metamorfosi cui è chiamato l’attore, costretto a lavorare su sé stesso come uno scultore davanti a un blocco di marmo.
La compagnia è quella di “Teatro comico”: insieme a Latini, Elena Bucci, Marco Manchisi, Savino Paparella, Stella Piccioni, Marco Sgrosso, Marco Vergani.

Pinocchio non vuole morire. Con il suo istinto di sopravvivenza, il burattino dà voce a un intero mondo poetico e apre una breccia nei luoghi della fantasia. Lui, che preferisce godersi lo spettacolo di Mangiafoco piuttosto che andare a scuola, esprime la priorità della bellezza sul nozionismo. Il divertimento è salvifico. La creatività rivendica il proprio potere assertivo sulle pastoie di regole, burocrazia e tornaconto.

Anche a Latini stanno strette le maglie, comprese quelle del testo letterario. Egli parte dai tre capitoli su “Mangiafoco” per lavorare ancora sulla coesione dei suoi attori, uniti e solidali non meno della compagnia drammatico-vegetale di Collodi.
Collaborazione e condivisione caratterizzano questo lavoro. Gli attori si narrano. Connettono le proprie scie provando a innescare cortocircuiti. Vellicando corpo, voce e gesto, trovano l’armonia tra linguaggi plurimi. Episodicamente, incespicano nella risata che apre risposte di senso.
Il pubblico attende che lo show s’illumini. Si alzano siparietti individuali e scene corali di mimi danzanti. Topolini e Minnie dalle maschere gigantesche, dai sorrisi sornioni stampati, caracollano sul palco da scivoli mobili. Le memorie degli artisti intersecano quelle degli spettatori.

Sette attori in scena, in vaporosi abiti di carta bianca. Anche le losanghe dell’abito di Arlecchino sono bianche. Forse perché il bianco è la somma di tutti i colori. Oppure perché questo teatro senza immagini intende sdoganare l’immaginazione dei presenti. Che su quella carta bianca possono esprimere la propria creatività.
Gli spettatori sono chiamati a rivestire emozioni e ricordi di colori. Sono sollecitati più di quella semplice frase tratta dal libro («per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io») che Latini invita a declamare all’unisono. Una battuta estemporanea non basterebbe infatti a farci sentire coinvolti. Ci riescono di più gli attori, bravissimi, che mettono in scena sé stessi nel più classico teatro nel teatro.

Gli attori raccontano l’impatto con il mestiere del palcoscenico. Raccontano di sé, della passione scenica, di come si è alimentato l’ardore artistico, dei tanti maestri e mentori incontrati, delle molteplici esperienze che li hanno modellati. Dopodiché interpretano un loro “cavallo di battaglia”, secondo la più stereotipata delle audizioni.
Irrisorio, autoironico e irriverente, il gioco dapprima incuriosisce, poi, moltiplicato per sette, diventa ripetitivo e prevedibile. È il limite maggiore di questo spettacolo, mezzo crudo come il montone di Mangiafoco. La sua forza sta invece nella sottile linea grigia in cui – con o senza maschera, con o senza naso lungo – verità e menzogna si inseguono e confondono. Gli attori mettono a nudo sé stessi e in qualche modo gli spettatori, riversati dentro una mastodontica seduta psicanalitica. E così, alla luce tenue di un lampione, il ghiaccio lentamente si scioglie.

Atmosfere felliniane tra autobiografismo e periferie esistenziali. Un gioco onirico e caricaturale, grottesco e sornione. “Mangiafoco” è accadimento in cui spazio e tempo, coscienza e stordimento galleggiano, aprendo infinite possibilità.
È l’essenza del teatro: smisurato stomaco di pescecane pieno di studio e di maestri, di libri e cibi conservati. E lumi di candela, sempre da ravvivare.

Mangiafoco
drammaturgia e regia Roberto Latini
luci Max Mugnai
musiche e suono Gianluca Misiti
elementi scenici Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
con Elena Bucci, Roberto Latini, Marco Manchisi, Savino Paparella, Stella Piccioni,Marco Sgrosso, Marco Vergani
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Compagnia Lombardi-Tiezzi, Fondazione Matera Basilicata 2019, Associazione Basilicata 1799 / Città delle 100 scale Festivalin collaborazione con Consorzio Teatri Uniti di Basilicata
foto di scena Masiar Pasquali

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 3’ 50”

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 28 novembre 2019
Prima nazionale

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